giovedì 23 gennaio 2014

sole. tempo di lettura previsto 3'11''

è la prima notte in casa da sole.
quella casa piccola, accogliente, colorata come un gelato, che per tanti anni ho disegnato con la matita della mia immaginazione e che ora ha finalmente una consistenza, un odore di pittura che andrà via solo coi mesi, spazi stretti ma allegri, un armadio ottimisticamente sottodimensionato per due donne.
perchè non lo sai ancora, ma prima che si possa far tempo a crederlo sarai una donna: insisterai per metterti un orribile smalto rosa sulle unghie, avrai un diario al quale racconterai i tuoi piccoli enormi segreti e mi odierai, esattamente come tutti i figli odiano le loro madri, esattamente per le stesse ragioni.
ma finchè la pelle del tuo colo soffice profumerà di borotalco, fino a quando ti addormenterai stringendo un dito della mia mano, fino ad allora mi cullerò nella bellezza di un tempo fermo, sospeso, silenzioso come la nostra casa stanotte. un tempo che ci avvolge e che ci abbraccia, noi due, noi due sole, come quando galleggiavi nuda e perfetta dentro di me e io ti custodivo fiera, senza smettere un attimo di chiedermi quanto bello saresti stata. e lo sei, sei bellissima: lo dicono i tuoi sorrisi larghi e sinceri, quei sorrisi che regali a chiunque senza distinzione di età, sesso, razza. sei felice. che tu possa esserlo sempre figlia mia, che mai nessuno osi strapparti via la gioia di vivere.

dovevi chiamarti viola.
una volta ho letto un libro in cui la protagonista ci chiamava così la figlia, per regalarle dello strumento musicale tutta la grazia e la forza, l'eleganza e la resistenza. mi piaceva questa storia, ma poi è arrivata una gatta prima di te: quella gatta che ti diverte moltissimo veder saltare giù dai mobili, il cui pelo accarezzi sorpresa, i cui occhi metti in serio pericolo ogni volta che ti ci avvicini. e invece ti chiami susanna, come tua nonna, ma devo dire che anche questa storia non mi dispiace affatto: hai il nome di mia madre e il cognome di mio padre, sei una sintesi sublime di amore, quello che mi ha visto nascere, e hai tutto quello che ti serve per provare ad essere felice.

il silenzio si è interrotto: una vicina anziana ma gentile, di cui non ricordo mai il nome ha appena acceso la tv. con un orecchio cerco di capire cosa stia guardando, con l'altro sono concentrata sul tuo respiro pesante reso più faticoso da quel ciuccio di gomma da cui non ti separi mai. mi muovo come un gatto per non far rumore in questa casa senza porte: una scelta da me fortemente voluta ma che solo ora, mentre ho paura di interrompere il tuo sonno giusto anche solo sfogliando le pagine di un libro, si rivela con tutti i suoi limiti.
ecco, ti ho dato un'altra ragione per odiarmi: per tutte le volte che rientrando a casa la sera non potrai fare a meno che io senta il rumore dei tuoi tacchi troppo giovani ed arroganti, per tutte le volte che sarai costretta a farmi ascoltare il contenuto delle tue telefonate, per tutte le volte che prima di uscire non potrai passare le ore a provarti mille vestiti davanti allo specchio. che tu neanche ce l'hai uno specchio.

tua nonna è ottimista, dice che tra una manciata di anni cambieremo di nuovo: che da qualche parte ci aspetta un uomo buono ed accogliente, una casa con delle porte, domeniche serene, passeggiate in campagna, tante risate. 
io non lo so che cosa ci riserva il futuro, ma so che vorrei avesse sempre l'odore di questa notte, di vernice fresca, di lenzuola chiuse per mesi negli scatoloni, del tuo collo, di crema per il viso, del tè bollente che ancora sto sorseggiando mentre ti scrivo dalla tazza di un noto caffè torinese, dei ricordi, della fiducia, dell'emozione di questo ventre di mattoni e calce che ci avvolge entrambe e ci culla e ci proteggerà fino a quando là fuori, da qualche parte, sboccerà una primavera tiepida incontro alla quale andremo senza paura.

martedì 31 dicembre 2013

bidet freddi e altri rimedi. tempo di lettura previsto 3'12"

tengo questo pulciosissimo blog da poco più di tre anni, il suo pubblico di lettori si attesta tra le ottanta e le cento unità e se il contatore delle visite corre come un treno lo devo a mia madre che si compiace di avere una figlia che pratica un italiano discreto, e legge e rilegge i miei post fino a tenerli a memoria. conosco quasi tutti i miei seguaci: amici, amici di amici, parenti. ma da qualche mese ho fatto un nuovo acquisto. un acquisto prezioso che anima la sezione dei commenti, una lettrice che si crogiola nell’insulto anonimo e in barba ad ogni regola di bon ton emette sentenze a suo dire inappellabili, contro me e contro terzi, illudendosi probabilmente di ferirmi in qualche modo. non sono mai stata una scheggia in matematica, ma due più due fa sempre quattro e sono risalita facilmente all’identità della mia accanita follower.
e’ una donna brutta, di quelle che devi definire ‘un tipo’ per immaginartele sessualmente attive. è piccola di statura, è piccola di cuore. ha i denti marci e storti, i capelli unticci, è sciatta, trascurata, le unghie nere, e ha riposto le gioie della sua vita in un povero cane che le fa da figlio, avendo ella superato i quarant’anni senza averne avuto uno. forse è per questo che è così cattiva, perché la vita le ha fatto collezionare solo fallimenti. e per questo non posso che averne compassione.
c’è un flm bellissimo in cui spencer tracy viene accusato di avere il cuore avvizzito come una prugna. e io me lo immagino proprio così il cuore di questa piccola signora: avvizzito, grigio come è grigia la sua pelle, stanco e pesante per tutto il rancore che ella stessa vi coltiva con cura.
ma non è solo avvizzito, è anche ottenebrato e sordo. perché è un cuore che non vede e che non sente l’altro, ma parte a testa bassa per difendere una posizione, una parte, un uomo piccolo come lei, e non conosce ragione, confronto o contraddittorio, ma solo un fondamentalismo cieco, sperando forse, praticandolo, di rafforzarsi in un’identità altrimenti meschina.
ai miei occhi non fa molta presa, devo dire, ma forse al club dei vili di cui fa parte -e di cui ho il privilegio di conoscere altri membri- questa donnetta che senza metterci la faccia (e vi assicuro, è solo un bene che non la vediate) parte a testa bassa e insulta una donna ferita e abbandonata deve sembrare un grande eroe.
io conduco un’esistenza sovraesposta, faccio un sacco di errori, inciampo in mille persone sbagliate, è talmente facile puntarmi il dito contro. ma prima di essere una donna che fa tanti pasticci, sono una donna. e quello che più mi delude in tutta questa faccenda, è constatare quanto pur di aggrapparsi ad un paio di calzoni sdruciti una donna possa fare, è il venire meno di quel principio di solidarietà femminile in cui fortemente credo e che ho il piacere di praticare e vedere praticato quotidianamente.
nessuna donna incinta (neanche la peggiore delle mignotte) merita di essere abbandonata, così come a nessuna donna, a nessun essere umano, si rinfaccia l’impossibilità di concepire dei figli.
per questo sei brutta amica mia, perché pur di essere cattiva con me non guardi in faccia a nessuno, come se insultarmi ti facesse migliore, ti gonfiasse di orgoglio, come se il mio abbandono ti rendesse fiera. e invece resti piccola piccola, sola, col tuo povero cane, le tue unghie sporche e non riesci neanche a brillare di una pallida luce riflessa.

mentre scrivo mi diverto a pensare a quale sarà la tua reazione: stanata sparirai per la vergogna oppure continuerai ad agitare nel vuoto le tue stupide braccia? sono pronta a leggere la sequela di insulti che la tua squallida penna vorrà riservarmi. pronta e curiosa di vedere quanta bassezza l’animo umano può raggiungere, anche se nell’ultimo anno una vaga idea me la sono pur fatta. per converso non credo che patirei la tua mancanza nel caso sparissi, ipotesi che, detto tra noi, ti potrebbe solo rendere merito. ho scelto di dedicare a te l’ultimo post di questo anno -un anno doloroso e difficile per tanti versi, ma pieno di sorrisi e di speranza per altri- sperando di lasciarti confinata nell’immondo pattume, l’unico posto dove puoi essere finalmente regina.

martedì 24 dicembre 2013

il giro lungo della felicità. tempo di lettura previsto 1'10"

in queste ore una mia amica è in viaggio dall'etiopia e stringe a se' una bambina dal nome impronunciabile, sua figlia.
eravamo piccole assieme, bellissime seppur molto diverse: occhi neri e giganteschi io, azzurri e trasparenti lei, testa arruffata e scura io, seta bionda che le sfiorava il sedere, lei.
centinaia di foto ci ritraggono sorridenti, al collo laccetti e collanine di mille colori, costumi all'uncinetto, facce che affondano nei gelati (quello un poco più io, veramente)
stavamo sempre assieme e giocavamo con le bambole. e giocavamo a fare le mamme come tutte le bambine del mondo, fanno. signora la sua bambina cosa mangia, guardi il vestitino che le ho comprato, madonna mi fa disperare.
eravamo cinquenni, il mondo era il nostro, e soprattutto la certezza che un giorno quelle bambole si sarebbero trasformate in dieci, cento figli perfetti infilati in famiglie perfette.
a cinque anni non pensi che le cose possano andare diversamente, ti guardi intorno e vedi mamma e papà che più o meno si sorridono, che più o meno vanno d'accordo e dici, va bene, per me deve essere uguale. la felicità sembra così facile da essere afferrata e mangiata a morsi quando hai quei pochi anni lì.

poi la vita ti fa fare dei giri complicatissimi, dolenti, frustranti, che richiedono una buona dose di coraggio e di incoscienza. ti mette di fronte a delle scelte difficili da prendere, ti costringe ad attraversare dei dolori che mai avresti voluto ti venissero riservati. che mai avresti pensato di dover affrontare e che sicuramente non pensavi di meritare. però la cosa bella è che pure se ti tira dei colpi gobbi, questa vita, poi alla fine un fatto bello te lo regala. e anche se è innegabile che giocare alle bambole era molto più facile, ti trovi dopo trent'anni  e a fare i conti con una modalità tutta diversa di essere madre, con un'idea completamente differente di famiglia. surreale, complicata, ma non certo meno bella. sarà speciale il mio natale, il primo con una bambina perfetta con mille zii, sarà speciale il suo, il primo con una bambina color cioccolato, disorientata dalle grida e dall'amore immenso di una famiglia straordinaria. è vero, dei sogni coltivati da bambine non rimane che un ricordo lontano e impalpabilissimo, ma la vita è bella lo stesso.

sabato 7 dicembre 2013

tanto il telefono non squilla più. tempo di lettura previsto 3'01"


mia nonna mi racconta spesso un episodio che trovo agghiacciante: alla vigilia di quello che doveva essere il veglione della sua vita, lei, fantastica e giovanissima, fasciata nel vestito più bello della storia dei vestiti belli, velluto nero con lo strascico e non so quale specie di bestia ricamata con i cristalli, ha aspettato tre giorni e tre notti che quel criminale del marito -mio nonno- si degnasse di andarla a prendere. superate le 72 ore, rassegnata, stizzita, trucco sfatto e capelli irrecuperabili, tra le lacrime si spoglia, ripone il vestito -che finisce per diventare l'abito di scena di una cugina soprano al san carlo- e riaccoglie in casa, con lo stesso sorriso conciliante di sempre, naturalmente senza fare domande, il criminale di cui sopra.
l'avrò sentita mille volte questa storia e ogni volta si rinnova in me un senso di frustrazione incontrollabile, di dolore, di rabbia, e di odio per quell'uomo che le ha fatto un male così stupido e gratuito. ma poi dici va bene, erano gli anni '50, così andavano le cose, quella poi che doveva fare? se diceva una parola acchiappava pure i buffi. invece oggi.
invece oggi non è cambiato proprio niente. continuo a confrontarmi sul tema con amiche più o meno care, conoscenti, compagne di una sera, e tutte, ma veramente tutte abbiamo una storia simile da raccontare, più o meno madornale, più o meno patetica, più o meno incredibile. penso a P. decolletè da urlo, zigomi perfetti, che il giorno del suo 23esimo compleanno aspetta tutta preparata il ragazzo che la va a prendere, sto all'uscita di via cilea, dice, mò vengo. P. oggi ha 35 anni e si è persuasa che il vomero quella sera e sempre, patisce assai il problema del traffico, visto che del tipo manco più l'ombra. oppure a C. protagonista del più classico degli abbandoni, quello che avviene sull'altare tra la meraviglia dei presenti. e ancora a S. che non riuscirà mai più ad andare al cinema senza temere che tra primo e secondo tempo il suo accompagnatore di turno sparisca nel nulla per andare a comprare una coca. O a L. bella come il sole, intelligente, ironica, che dopo una notte di passione oggi è una bella giornata di sole ti va se andiamo a mangiare una cosa vicino al mare? sì dai, bello. stiamo a dicembre e L. ancora deve levare il pareo da dentro alla borsa. quanto a me, sto aspettando che il padre di mia figlia, venuto a conoscenza del lieto evento, mi richiami per parlarne, per decidere il da farsi. la creatura mò tiene quasi 5 mesi, ma forse il signore ancora non ha avuto modo di fare una ricarica telefonica. tralasciando i casi limite -che si rivelano in realtà meno limite di quanto si creda- la constatazione è amara: ci si ritrova belle e meno belle, giovani e vecchie, dolci e selvatiche, ad aspettare che quel telefono maledetto squilli, e, cosa ancora più grave, a trovare mille inappellabili giustificazioni per il suo silenzio e ad accogliere con rassegnata mollezza -come già mia nonna 60 anni fa-  un eventuale rientro. ma perchè? fiumi di inchiostro sono stati versati sull'argomento, fior fiore di scienziati sono stati chiamati ad illustrare le loro teorie, i salotti televisivi traboccano di maitre a penser, gli psicologi si sono fatti le meglio villette a roccaraso coi soldi che gli abbiamo posato sulle scrivanie, ma niente, non se ne viene a capo. oggi come mille anni fa questi signori si cioncano i ditini e ci precipitano nell'angoscia. deve essere un fatto cromosomico: escono le cure per le peggio malattie, spuntano i cocchi su marte, ma nessun siero miracoloso è stato inventato da iniettare a questi imbecilli a cui permettiamo di fare il bello e il cattivo tempo nei nostri cuori impavidi. lungi da me analizzare oltre dinamiche che chiaramente mi sfuggono e di cui, anzi, sono vittima. vorrei solamente abbracciare virtualmente tutte le mie -tante, tantissime- compagne di sventura e indirizzare un cordiale chitammuorto, a tutti i portatori sani di cromosoma y, nonno compreso.

lunedì 2 dicembre 2013

è sempre bello il giorno dopo. tempo di lettura previsto 2’34”

il giorno in cui la furia si calma, i nervi si rilassano, la tensione si allenta, le emozioni si assestano: ognuna prende il suo piccolo posto, ci si sistema così da sola, in attesa di essere al meglio assaporata, decifrata, compresa.
non è facile distinguerne i sapori, si va dalla meraviglia alla felicità, passando per la commozione; ma quella che più di tutte, si impone e mi travolge è la sorpresa dell’abbraccio caldo di chi ti ama, una stretta sincera, conciliante. e insieme la conferma di poter vacillare senza cadere, di potermi appoggiare e riposare un po’ sapendo che quell’approdo di amore è sicuro, non nasconde insidie, mi protegge dalle correnti e mi culla un po’, persino.
un mio amico mi ripeteva sempre ‘famiglia è ovunque ci sia amore’, e io che ho idee un po’ conservatrici, ho faticato ad abbracciare appieno questa affermazione. la famiglia, mi sono sempre detta, è fatta da una mamma, un papà, magari dei nonni, tutti impegnati a darsi amore e a darne, senza soluzione di continuità, al nuovo arrivato. è così che avevo sempre immaginato la mia di famiglia, ed era una delle poche cose che avevo ben chiara dentro di me, che sapevo di volere con certezza e determinazione, l’unica alla quale non avrei mai rinunciato.
ma non avevo fatto i conti con quello che la vita aveva deciso di presentarmi: un conto un po’ troppo salato per una ragazza che, in fondo, pensava di meritare solo un po’ di tranquillità e qualche carezza, ma che soprattutto pensava che carezze e serenità fossero dovute a un piccolo angelo che non ha chiesto a nessuno di nascere e che con rinnovata, incomprensibile felicità guarda ogni giorno il mondo intorno a se’ per assaporarne ogni brandello.
nell’ultimo anno questo è stato l’unico pensiero che mi ha tormentato straziandomi il cuore: non l’abbandono –che si è rivelato, alla fine, una meravigliosa liberazione, ma l’idea che lei, la mia piccola bambola perfetta, fosse respinta ancora prima di essere conosciuta, ignorata come se neanche esistesse, rifiutata come si nega l’avvento nella propria vita di qualcosa di orrendo e di infetto.
lei, troppo bella e troppo piccola per essere già oggetto di sentimenti così atroci. quanto orrenda io debba essere, mi sono chiesta negli ultimi mesi, perché mi venisse riservato un trattamento così sprezzante e perché questo odio cieco si abbattesse anche su di lei, una bambina inconsapevole e serena, che regala i suoi sorrisi sdentati a chiunque le si avvicini. il senso profondo di ingiustizia che ha segnato e segna tuttora questa vicenda non riesce a darmi pace e a più riprese mi impone di chiedermi dove ho sbagliato, perché è così difficile allungare una mano e fare quella carezza dovuta.
fino a che non arriva il giorno in cui di colpo ti giri e ti ritrovi nella tua piccola colorata casa accogliente, nuova che senti ancora l’odore di vernice e sei stordita dalle voci e dai sorrisi e dagli abbracci e ti rendi conto che tutti sono lì per te e alleggeriscono il tuo cammino, ti offrono da bere se sei affaticato ti fanno una carezza se sei triste. e in quei sorrisi e in quelle voci e in quegli abbracci trovi tutte le risposte e sai, finalmente, e lo sai con certezza granitica che non sei tu quella sbagliata e che esiste un’altra ipotesi di famiglia, quella chiassosa, promiscua, differente, fatta di mille amici sinceri prestati al ruolo di zii che non si stancheranno mai di quei sorrisi sdentati.
con queste righe voglio ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato a non cadere, e che ancora mi sorreggono con gli strumenti che hanno a disposizione. che danno senza chiedere, che non giudicano, che lavorano affinché il mio piccolo angelo senta ogni giorno, sempre meno il peso del rifiuto. alle mie amiche, che non mi abbandonano un attimo e sopportano stoicamente i miei sfoghi, a mia madre, che lavora senza sosta perché nulla ci manchi e subisce le mie inquietudini, ai miei familiari, tutti, che fanno cose piccole e grandi senza troppo clamore, a chi mi ha teso una mano, regalandomi la speranza di un futuro possibile, a mia figlia ai suoi sorrisi, alla sua perfezione che mi rende così facile amarla. e a chiunque sappia fare le carezze.

domenica 22 settembre 2013

un sabato qualunque. tempo di lettura previsto 3'32"

attraversati da una febbre che manco 'live at pompeii' ci imbarchiamo -io e un'altra manciata di disturbati mentali- per quello che si preannunciava, a ragion veduta, l'evento musicale dell'anno: lui ovviamente è gigione, il suggestivo scenario, il ridentissimo borgo di santantonioabbate che il noto motto popolare ricorda con 'sant'antuono ciente fessi e uno bbuono'. 
e ci metti giusto un attimo a capire perchè. 
dopo aver compiuto tutte le operazioni di rito (cena a base di panino con la salsiccia, acquisto delle fascette 'gigione tour') ci facciamo largo tra la folla per conquistare il sottopalco, ignari che, come per ogni eventone che si rispetti, fosse già occupato da tutto quel bel bouquet di carrozzine, stampelle, bambini di 95 chilogrammi, anziani che hanno perso gli incisivi nel 1978, pepp o 'o stuort, giggino 'o cecat', leggi 104 come se piovessero e tutta quella dolenza varia, che pure ti risolve una serata. 
dopo un'inspegabile intro jazz che ci scalda gli animi, il palco inizia ad accendersi: la prima ad aprire le danze è la dolce menayt, vagamente più morbida di quanto appaia nelle locandine, che ci ricorda -in rigoroso playback- il suo amore per il medio oriente con le note di sciarmelsceic, la nota località vacanziera già scenario della bella storia d'amore con un egiziano in cerca della cittadinanza italiana, diventato appunto, suo marito. 
segue, tra il delirio della folla, il cadetto della famiglia ciaravola, meglio noto come jo donatello che, unto come pochi, non esita ad incitare tutti i quattrenni presenti -che sono almeno il 30% del pubblico non pagante- a intonare con lui brani come 'ti piace il bombolone', ' leccalè', 'il gelatino', 'il calippo', un repertorio forse un po' monotematico, ma roba che 'il valzer del moscerino' a confronto, è per pivelli. 
non pago, il pubblico in visibilio gli richiede il suo brano più noto: 'pronto amore' un minuetto sentimentale in cui è impossibile non rintracciare l'influenza di luigi tenco. 
ed è proprio mentre l'untissima progenie scalda i cuori di tutti gli innamorati e le fiamme degli accendini salgono al cielo, che sento il mio respiro farsi più pesante, il petto affaticarsi, la gola stringersi. 
sarà l'emozione, mi dico.
chiedo aiuto a colui con cui ho la relazione più duratura di tutta la mia vita, il fido ventolin, sperando non mi deluda, come quasi mai negli ultimi trent'anni.
ma pure lui, si vede, comincia a voler prendere le distanze e anche nel suo reiterato utilizzo, non riesce a darmi il sollievo che cerco.
i minuti passano affannosi, e intanto sul palco è salito lui, the boss, camicia pezzata d'ordinanza e l'inseparabile berretto che non vede una lavatrice da almeno un lustro: è in una forma invidiabile per i suoi 65 anni, salta che manco mick jagger e infiamma un pubblico impazzito sulle note delle sue hit più famose, ascoltate, ama ricordare, in tutto il mondo.
ma si sa, il concetto di mondo è relativo, pure colombo si pensava che l'america era l'india, per dire.
in una raffinata alternanza di pezzi delicatamente equivoci, sentimentali, e rigorosamente mistici, gigione ci regala momenti di emozione pura, ma nulla riesce ad alleviare il mio bronco malato. 
sento che ho assai bisogno di un presidio medico di emergenza a caso, ma chi ce l'ha il cuore di intossicare la serata ai miei compagni di merende che intanto stanno pogando sulle note de 'la campagnola'?
attendo ancora qualche minuto, ma come già nella migliore tradizione dantesca, più che l'amor potè il digiuno (d'aria) e devo coinvolgerli, mio malgrado, nella ricerca di un medico o di un facente funzioni, che mi aiuti almeno a non camminare sui gomiti.
acchiappa la guardia medica, cerca la guardia medica, piglia la guardia medica, ci imbattiamo in uno scrupolosissimo medico, la cui mamma credo sia registrata su tutti i cessi degli autogrill della napoli-pompei che, incapace perfino di attaccarmi ad una bombola di ossigeno, ci manda direttamente a castellammare, ad appena 15 km di autostrada, immagino per verificare se io sia un umano o un replicante. 
ed è così che scopro che castellammare oltre ad essere nota per le gallette che mi davano da spugnare quando ho cacciato i denti, ha dato i natali ad uno dei piloti più spericolati del mezzogiorno isolecomprese.
in un tempo che stimo da record arriviamo al pronto soccorso dell'ospedale stabiese, che non solo - e per fortuna- si rivela struttura di eccellenza nella rianimazione, ma che a una rapida occhiata risulta reclutare il suo personale medico ai casting di centovetrine. 
quello che è successo nelle ore successive al mio ricovero, per fortuna non ho la facoltà di ricordarlo, ma i bene informati dicono che sembravo regan la figlia dell'esorcista e che all'acme del delirio, sia stata finanche pronunciata la frasona ad effetto 'passami la lama da 15'.
ma mi sono svegliata tutta intera, credo quindi che quella lama, servisse per sbucciare una pera. 
all'alba ho ripreso conoscenza con la mano stretta a quella di uno dei miei angeli custodi, mano, pare, prontamente lasciata per afferrare quella di un aitante medico che mi si parava dinanzi. 
io però questo fatto non me lo ricordo bene, quindi penso che sia una menzogna per screditare la mia persona.
quello che però mi ricordo è che ho chiesto, al mio rianimatore di fiducia -il suddetto aitante- se fosse sposato, maledicendo poi la sua risposta affermativa.
da quella piccola, cocente delusione, la strada è stata tutta in discesa: riprendo colorito, forze ed allegria, e fino al momento delle dimissioni intrattengo la mia compagna di avventura con amene storie di pesci (sì mamma, i frutti del mare).
ce la siamo vista un poco brutta, insomma, ma direbbe mia nonna: meno male che lo possiamo raccontare.
e comunque gigione, non ti pigliare collera, ma ti tengo un poco per malaugurio.

lunedì 15 luglio 2013

cambio (punto) vita. tempo di lettura previsto 2'03"

grazie perchè non so dove te ne stavi nascosta, ma per venire fuori hai aspettato l'estate più fredda degli ultimi venticinque anni, un mese di giugno piovoso come non se ne vedevano da secoli che mi ha lasciato pallida in mezzo ai pallidi, risparmiando tra l'altro le mie caviglie da una ritenzione idrica spietata.

e grazie anche per non aver stravolto le mie forme, già non propriamente gentili, così da farmi cullare, sempre e ancora, fino alla fine, da carezze, complimenti, cuori, abbracci caldi e premure.

grazie perchè mi hai insegnato il senso dell'attesa.

grazie perchè da quando sei entrata nella mia vita, nella forma di due asticelle rosse, nulla è stato più lieve che l'idea di te: indovinare i tuoi colori, immaginarti già grande, sperare che diventassi una piccola me -giusto un po' più elastica- e pregare perchè somigliassi il meno possibile al tuo restante cinquanta per cento.

grazie perchè ho comprato colori, tubetti, pennelli e non vedevo l'ora di rimettermi a giocare.

e grazie perchè ho tirato giù i miei vecchi giocattoli, roba avveniristica per gli anni settanta che solo mio padre sapeva scovare, li ho ripuliti, risistemati alla meno peggio ed ora sono pronti a rivivere con te una seconda vita.

grazie perchè riempirai le mie giornate, impedendomi di sentirmi sola, e mi regalerai una scarica di ormoni tale che mi consentirà di giustificare, per i prossimi mesi, lacrime, turbamenti, occhiaie, musi lunghi.

grazie perchè sarò la prima persona a cui sorriderai e mi farai sentire, per la prima volta nella vita, davvero importante per qualcuno.

grazie perchè avrò finalmente qualcuno a cui raccontare storie di gatti e mucche e topolini, comprare oggetti inutili, cucinare dolci a forma di animale.

grazie perchè il tuo arrivo nella mia vita è stato un severo spartiacque: ha separato in maniera chiara i buoni dai cattivi, ha fatto naturalmente fuori chi per me non aveva rispetto, e avvicinato chi invece ha letto tra le righe della mia paura, della mia solitudine, della mia tristezza, accogliendo il mio dolore e soffiando sulle mie ferite. 

grazie perchè la mia mamma, dopo tanti mesi, è tornata a sorridere.

grazie perchè ho potuto andare in giro con serenità, sentendomi finalmente parte di qualcosa, senza provare invidia per le belle ragazze con i bei pancioni, ma solo per quelle belle, coi pancioni belli e un compagno premuroso accanto.

grazie perchè ti aggrapperai al mio collo e per te sarò tutto e avrai bisogno di me come mai nessuno prima, e mi farai sentire finalmente speciale. e grazie anche perchè potrò plasmarti come legno d'acero, insegnarti le cose più belle che conosco ed impararne ogni giorno di nuove, grazie a te.

grazie perchè finalmente tutte quelle borse e quei gioielli e quei vestiti, un giorno saranno di qualcuno che forse le troverà orrende.

grazie perchè sono ancora più forte, adesso, e potrò pensare di essere madre non più solo di un gatto, ma anche di una creatura in carne ed ossa. e grazie perchè smusserai le mie intemperanze, rafforzerai la mia pazienza, mi imporrai la tolleranza questa sconosciuta, e mi aiuterai a diventare grande un po' alla volta.

grazie perchè hai dato un senso alla mia esistenza disordinata, un indirizzo preciso, che mi aiuterà a rispondere con appagamento e gioia e infinito orgoglio a chi mi chiederà cosa faccio nella vita.

grazie perchè nella solitudine del rifiuto mi stai insegnando ad essere dignitosa e fiera, senza però avere vergogna di chiedere aiuto, e grazie perchè finalmente potrò canticchiare il motivetto di peppa pig senza sentirmi una perfetta idiota.

grazie perchè sarai bellissima e perfetta e diventerai in ordine sparso presidente della repubblica ma anche premio strega, artista pluripremiata e campionessa di pattinaggio e tutta la mia vita avrà significato qualcosa, comunque. 

e infine grazie perchè anche io per te sarò bellissima e perfetta, almeno fino a quando non avrai capacità di discernimento. ma per fortuna ci vuole ancora un po' di tempo, per quello.

martedì 19 marzo 2013

ciao. tempo di lettura previsto 1'32"


ciao, certe volte vorrei che fossi ancora qui. 
ancora una volta, almeno una, per dirmi cosa devo fare della mia vita, darmi un indirizzo, un cenno, un suggerimento. in fondo avrebbe dovuto essere tuo compito fornirmi un’indicazione minima, tracciare un solco, per darmi modo di capire se le mie scelte sono giuste o sbagliate, se i passi che compio mi porteranno lontano, se ancora una volta ho preso la strada sbagliata e mi sono immessa in un vicolo cieco. 
e vorrei averti qui anche per riposarmi, ogni tanto. e’ faticoso fare tutto da soli. e da soli assumersi la responsabilità delle decisioni, quelle grandi e quelle piccole. mi appoggerai te e ti direi, avanti, guida tu, affidandomi ciecamente. in fondo tu lo sai da prima di me quello che è giusto e quello che è sbagliato, ero nella tua mente millemila giorni fa. e invece mi tocca andare avanti da sola, un po’ a tentoni. e io detesto fare da apripista. 
molte volte mi sono detta che sei stato un po’ egoista a volare via, che non ci hai neanche voluto provare a rimanere, ad impegnarti, a portarlo fino in fondo il tuo progetto. ma poi penso solo che sei stato solo un uomo perfettibile come tanti, solo più stanco, più deluso, inconsolabilmente arrabbiato. e che forse mi hai voluto regalare solo un po’ di leggerezza. e darmi la possibilità di sbagliare da sola, cosa che peraltro mi riesce straordinariamente bene. 
e quindi eccomi qui, tanti anni senza di te che quasi non mi ricordo più la tua voce, a chiedermi cosa mi diresti se ci fossi. ma per fortuna la genetica non è un’opinione: e quel 50% di te che sono e che spesso detesto, ma che altrettanto spesso trovo brillante e divertente, mi fa un po’ da guida. so per certo, ad esempio, che avresti amato la mia rettitudine, il mio senso del giusto –il tuo senso del giusto- il mio rispetto per ogni forma di vita. e che avresti intimamente apprezzato, specchiandotici dentro, il mio sarcasmo, la mia intelligenza, la mia fierezza. disapprovato i miei studi, ma stimato le mie scelte lavorative, condannato la mia ostinazione, ma lodato la mia coerenza. 
e poi so che avresti detestato quasi tutte le mie amiche, galline. e i miei fidanzati, quelli proprio tutti: ti è bastato conoscerne solo qualcuno per capire come avrei orientato le mie scelte –cioè malissimo- e concedermi poco credito in tal senso. qualcuno potrebbe dire che li avresti odiati perché mi portavano via da te. no: erano veramente una roba inutile e perniciosa. 
naturalmente avresti trovato orrendo il modo in cui mi vesto, volgare quello in cui mi trucco, incomprensibile la necessità di possedere più di una borsa, inutile il senso di appendersi degli orecchini ai lati della faccia, tu che quando ti dicevo, vorrei uscire, mi aprivi il balcone della cucina. e io ti odiavo, e non vedevo l’ora di liberarmi di te. ma quante poche cose si capiscono a quindici anni. e non che dopo venti sia meglio: cambia la scena, ma le parti restano le stesse: i fidanzatini sono sostituiti dai compagni, le superga dai tacchi vertiginosi, il burrocacao al mirtillo dalle labbra laccate. e si continua. a sbagliare, a farsi domande, a recriminare, a cercare di scaricare le colpe su qualcun altro. ma non so perché, più passa il tempo, più funziona sempre meno. 

venerdì 8 marzo 2013

lotto marzo. tempo di lettura previsto 2'14"


era bello l'otto marzo quando andavo al liceo.
era bello perchè sapevo che c'era comunque un fiore anche per me.
nei giorni che lo precedevano le prof. più emancipate, quelle che avevano fatto il '68, per intenderci, farcivano le ore di lezione con i racconti dell'esplosione di una miniera di non so più dove, e lo strazio di tutte quelle operaie morte e quindi la tutela e quindi il rispetto e quindi la rivendicazione dei diritti e bla.
ma non mancavano, le stesse figlie della rivoluzione sessuale con un piede ancora negli anni '50, di compulsare quei poveracci dei nostri compagni di classe, a portarci un rametto di mimosa. e loro non mancavano mai a questo appuntamento, mai, mai. 
chi per la paura di una interrogazione punitiva, chi per approfittare dell'occasione ghiotta e fare il carino con quella che gli piaceva, chi perchè era talmente soggetto che se non assolveva ad un dovere imposto, ne moriva.
a farne le spese era il gigantesco albero di mimose che incombeva all'ingresso dell'edificio. ci vuole fortuna pure a nascere alberi e lui, purtroppo, non ne ha avuta mai. negli anni temo che migliaia di sedicenni si siano appesi ai suoi rami stanchi, spennandolo senza pietà, pur di risparmiare le tremila lire che sarebbero servite per comprare le mimose quelle vere, con la carta trasparente intorno e il nastrino rosso, in vendita dall'abusivo sotto scuola.
qualcuno però le mimose quelle grassocce, gialle gialle le portava veramente. erano quelli che dovevano fare i fighi e non te le lasciavano sul banco, ma aspettavano che la prof. entrasse per esibirsi nel gesto plateale. e poi c'erano quelli che io a queste cose non mi piego, faccio il superiore, io, che sono queste cretinate, e ti lanciavano dall'ultimo banco una pallina di mimosa triste e solitaria, che però, non sai perchè, ti faceva piacere lo stesso.
dubito che anche solo uno di quei ragazzi goffi e coi capelli appiccicati di gel, capisse il significato del gesto che era chiamato a fare: al diavolo la memoria delle operaie sepolte nel crollo, e pure l'albero, certo, che pena qui rami spezzati, ma vuoi mettere l'emozione di quelle palline da infilare sull'orecchio?
perchè hai quindici anni. e quando hai quindici anni, un fiore ti strappa un sorriso, sempre.
anche perchè poi arrivano i venti, e poi i trenta. e ti avvii verso i quaranta e gli unici fiori che ricevi sono quelli che ti porta nonna al compleanno, o un corteggiatore sfigatissimo con cui tanto non uscirai mai.
perchè dice che l'emancipazione, certo, che dobbiamo essere uguali uomini e donne, stessi diritti, stessi doveri, che avere le stesse opportunità non può essere l'atto di benevolenza di un governo, ma un diritto acquisito.
ma infatti.
e quindi facciamo le femmine sfrontate, che escono solo in branchi, e ci facciamo forza tra di noi, ci raccontiamo le reciproche pene d'amor perduto, per scoprire, che poi sono sempre le stesse, per scoprire che poi sono sempre gli stessi, e dio questi maschi, sono tutti così prevedibili, sono tutti così insopportabili, sono tutti così inguaribili, giuro se rinasco divento lesbica.
e tutto questo è molto triste. ed è triste per entrambi.
incredibile a dirsi, è vero, siamo uguali, e non c'è legge che ce lo abbia imposto: siamo ugualmente impoveriti, ugualmente infelici, ugualmente condannati a vivere guardando l'altro con diffidenza, neanche fosse un nemico. carichi di quei pregiudizi e di quei luoghi comuni che precedono la fama di chiunque, anche di un perfetto sconosciuto, persuasi che l'altro non potrà mai essere diverso da come la convenzione vuole che sia.
siamo sconsolati, stanchi, malinconici, sfiduciati. siamo fondamentalmente soli.
non ci crediamo più, e non so se è solo perchè non abbiamo più quindici anni.
ma io rivoglio le mie mimose, a me quei rami spelacchiati mi mancano assai.

 

sabato 29 dicembre 2012

tutto sommato, un anno d'amore. tempo di lettura previsto 2'19"


capodanno, tempo di bilanci. oppure tempo di buoni propositi per l'anno che viene.

evito di pronunciarmi in intendimenti -non amo venire meno ad un impegno preso, e ancor di più evito di fare bilanci, che se non mi ha sepolto questo 2012 credo che non morirò mai più.

e quindi posso solo provare a raccogliere quello che ho imparato su di me e sugli altri, a conservare le emozioni, a fare tesoro di quanto è accaduto.

per esempio ho scoperto che posso prendere l'aereo da sola, senza necessariamente invocare la morte del pilota. che in ogni lavoro, anche il più semplice, possono nascondersi delle piccole soddisfazioni. che è vero che se la gatta mangia solo croccantini il pelo le resta più lucido. che il pile è caldo. che anche una città col fiume può essere struggente. che le persone sono cattive. che i palloncini, quelli che volano, sono gonfiati ad elio e non ad aria. che sono fortunata ad avere ancora nonna. che mi piace viaggiare in treno anche per molte ore. che pure murakami può deluderti, e che l'ambizioso progetto di leggermi la 'recherche', morirà a pagina ottantaquattro de 'dalla parte di swann'. che ci sono persone lontane, che riescono a regalarti il sorriso con un bacio inaspettato, e persone vicine che di bacio ti riservano quello di giuda. che i luoghi comuni sono maledettamente veri, e quelli sui torinesi, madonna, sono verissimi. poi ho imparato che si può vivere con poco, con pochissimo, e tutto sommato essere contenti lo stesso, e che milioni di vestiti non erano necessari, ma milioni di orecchini, quelli sì. che senza mia madre non potrei fare nulla, non potrei essere nulla, che le devo la vita tutta, anche se talvolta si merita le mazzate. che chi ti giudica, di solito è un fallito. che amerei daniele silvestri anche se cantasse le canzoni dello zecchino d'oro. che ci sono persone nella mia vita che ci resteranno per sempre. che mi piacciono le case piene di luce. che si può volere bene in tanti modi, ma odiare in uno solo. ho imparato che quel modo di pittare i mobili e decorare casa che mi piace moltissimo, si chiama 'shabby', e adesso è la mia ossessione. che il portogallo è un paese orribile. che in fondo sono una romantica. che andare in bicicletta è un modo fantastico di spostarsi. che molti si rallegrano nel mio sorriso, e questo mi fa venire voglia di sorridere più spesso. ho scoperto e amato 'boris' una serie fantastica, mentre fellini niente, non lo riesco proprio a digerire. ho imparato che era possibile amare ancora, anche se mi ha detto male. che la zucca e le melanzane sono i miei ortaggi del cuore, ma che le zucchine no, non riuscirò mai ad amarle. che in giro ci sono un sacco di codardi, ma anche un sacco di uomini e donne coraggiosi e umili e che mi piace guardare a loro e sperare di somigliargli. che è bello anche viaggiare con uno zaino. che il merchandising di medjugorje è veramente il più brutto del pianeta. che dietro ogni persona c'è una storia lunga e complessa, ma che non sempre vale la pena di conoscerla, questa storia. che si può essere molto adulti a vent'anni e molto acerbi a quaranta; e che io ho un fiuto speciale nell'inciampare in entrambe le categorie. ho imparato che ci sono persone cretine che purtroppo non guariranno mai. che quegli stivali di camoscio, dopo otto anni di rappezzi li devo buttare per forza. che non tutti pensano e agiscono come me o come io credo sia giusto, è legittimo; ma che è legittimo scegliere di non volere dividere la mia strada con loro. che dalla pigrizia non si esce. che piangere fa bene, libera. che se non c'è almeno mezza tonnellata di ammoniaca dentro, la tintura è inutile che te la fai, non piglia. che se sono amata da molte persone, in fondo così malaccio non devo essere. e poi ho imparato che bisogna aspettare, e che l'attesa può rivelarsi molto preziosa. ma soprattutto ho scoperto che anche da un dolore molto forte, può nascere qualcosa di speciale.

venerdì 2 novembre 2012

astenersi perditempo. tempo di lettura previsto 2'56"

ho i capelli tinti, uso molto trucco, cerco di tenere le mani sempre in ordine, mi depilo, ho le gambe un po' a ics, ma pare discrete. mi piace vestirmi bene, ho il culo piatto, poco tonico, non troppa cellulite ma quella che c'è me la faccio bastare. gli occhioni che brillano, il sorriso aperto, un punto vita imbarazzante, poche tette. sono alta un metro e settanta e mi piace mettere i tacchi. ho la erre moscia, un tono di voce spesso stridulo, un accento irrinunciabilmente partenopeo, sordo alle contaminazioni.
quindi se sei uno che gli piace la femmina acqua e sapone, detesti le pezze, subisci le donne alte, ti piacciono le mazze di scopa dal fascino emo che parlano pulito e hai problemi con marisa laurito, caro mio, niente da fare.
 
sono petulante, lagnosa, molto insofferente. ripeto sempre le stesse cose, ma quelle che mi vengono dette spesso me le scordo. capricciosa, un po' snob, molto pigra. non sono per niente furba, ma ingenua e trasparente, di una trasparenza non sempre premiante. sono generosa, vagamente integralista, terribilmente precipitosa.
quindi se la tua capacità di sopportazione è ai minimi storici, ami le persone riflessive, la tua pazienza langue e pensi di fare i trucchetti con me, caro mio, niente da fare.
 
mi piacciono gli animali moltissimo. e la natura. i film solo se finiscono bene, la televisione trash, la musica un poco tamarra -ma non solo quella ringraziando iddio, i cartomanti, i neomelodici. mi diverte fare battute a doppio senso, e apprezzo l'umorismo in generale. dico sempre quello che penso e misuro molto poco le mie parole: spesso esagero, spesso faccio male. ma so sempre chiedere scusa. ovunque vada mi devo sempre portare via un ricordino, qualcuno direbbe che sono un po' cleptomane.
quindi se sei del genere stronzo cagnetto, vorresti uccidere maria de filippi, hai bisogno che una battuta ti venga spiegata, ti offendi facilmente e odi winona ryder, caro mio, niente da fare.
 
sono una bambina, incontentabile, disperatamente bisognosa di premure, molto impegnativa, spaventata. non riesco a stare da sola, vorrei che tutti si amassero e che, soprattutto mi amassero. mi delude una parola data e non mantenuta, mi deludono le promesse mancate. non so gestire la cattiveria, il male gratuito mi spiazza, mi disarma. però perdono sempre, dimentico con faciltà, non riesco a serbare a lungo rancore, e una carezza ben fatta mi conquista senza dubbio.
quindi se vuoi una donna autonoma, non ti impegni nel dare quello che hai promesso, sei distratto, pratichi quotidianamente la meschinità, ti spaventa il dolore, se hai un cuore gretto e mediocre, caro mio, niente da fare.
 
ho un matrimonio alle spalle non del tutto sepolto, mille lutti, una vita sentimentale affollata e dolente, una profonda irrequietezza. tendo a scappare, tendo a tradire, tendo a rifugiarmi dalla realtà. sono una donna molto accudente, mi piace la casa, mi piacciono i mestieri. vorrei disperatamente una famiglia ma penso che è un poco tardi, ho un sacco di rimpianti.
quindi se la tua massima aspirazione è cercare moglie al ballo delle debuttanti, vuoi vivere senza una femmina problematica e che pulisce dove tu passi, odi poppate e pannolini, caro mio, niente da fare.
 
 
non ho un lavoro, e mi sono spesa pure tutta la liquidazione, nè sono ottimista riguardo ad una prossima, imminente ricollocazione. in compenso sono oculata, riciclo tutto, insomma vivo con poco. piango molto, mi addormento davanti ai film, quasi sempre; pretendo mille carezze, coccole infinite basta che non mi si tocchino i capelli, non metabolizzo l'abbandono.
 
quindi se pensi che ti metto nello stato di famiglia, non sai asciugare le mie lacrime, ti vergogni che scapuzzèo al cinema e pensi di entrare ed uscire dalla mia vita come da un cesso pubblico, caro mio, niente da fare.
 
 
amo circondarmi di oggetti spesso inutili, ma carichi di emozioni e di significati. amo anche circondarmi delle persone che amo, spesso le mescolo, mi riscaldano. odio pollyanna e il suo gioco della felicità: è un bluff, non ha mai funzionato. ho deciso di imparare l'uncinetto, amo fare la cose da me. devo avere sempre l'ultima parola, sono una criticona, ho da ridire su qualunque cosa, un giorno avrò una gallina, sono piena di ansie, rivendico il mio diritto all'affanno.

 
quindi se sei sobrio, non riesci ad accogliere i miei affetti imperfetti, pensi sempre che il cielo è blu sopra le nuvole, odi le uova fresche, ti spaventano la paure altrui e hai il terrore di una casa tricot, caro mio, niente da fare.
ovviamente sono molto anche egocentrica.

mercoledì 10 ottobre 2012

ugo, quel coso curioso. tempo di lettura previsto 1'43"

ho ricevuto una richiesta un po' strana.
lusinghiera per dei versi, ma di certo bizarra.
un amico, o come preferisce definirsi 'un mancato amico del cuore' mi ha chiesto di buttare giù qualche riga su di lui.
da principio ho immaginato che fosse solo preda di un attacco narcisistico o che la sua autostima fosse precipitata ai minimi storici: sì, gli piacerà certo il mio modo di scrivere, ma non è che io sia tutta 'sta penna strappata al campiello, quindi.
poi però mi sono detta che forse, la richiesta di questo fascinoso giovanotto che chiamerò, non so, ugo -come un gatto rosso bellissimo che avevo tanti anni fa- è tenera, non so quanto legittima, ma umile e in fondo divertente.
e quindi, oggi parliamo di ugo. ho solo un piccolo problema a riguardo: io di ugo non so quasi nulla, se non che ha un cuore bello. non so quanti anni ha, ad esempio, dove abita. non so come prende il caffè, se preferisce il mare o la montagna. se ha un cane, che scuole ha fatto (sempre ammesso che le abbia fatte) se ha la patente, se gli piace più il dolce o il salato.
come se non bastasse, l'ho frequentato anche poco poco, certamente un tempo insufficiente per farmi di lui un'idea precisa.
però una cosa la so: ugo mi sorprende sempre.
mi sorprende per discrezione, umiltà, garbo. ha una grande semplicità nel raccontarsi. non ha vergogna di apparire stupido.
ha una strana, pudica forma di dolcezza, è creativo ma sobrio, silenzioso ma attento. gli occhioni malinconici, imperscrutabili. non sorride spesso, ma dovrebbe: si illumina.
mi fa piccoli regali, tipo una volta mi disegnò un gallo con dei coriandoli. era un gioco nostro, una roba su un pollo, non mi ricordo bene. ma ho impresso nella mente quel disegno un po' stupido. e poi si ricorda di fatti assurdi, vecchi una vita, e me li ripropone a distanza di mesi. non è invadente, ha, tutt'altro, una riservatezza quasi indisponente. se ne sta sempre un po' in disparte, monolitico nella sua timidezza, allergico alla chiacchere, al clamore, alla promiscuità.
ugo, e forse non è un caso che abbia scelto di chiamarlo come il mio amatissimo ex felino, è proprio un gatto sornione, una bestia riottosa che credi tipo imbalsamata da secoli, e che invece, quando meno te lo aspetti, tira una zampata che ti leva il fiato. e lo fa con eleganza, passando dalla porta principale. e non gli frega se è in ritardo di cento anni. non si annuncia, non si giustifica, non si difende. affonda e basta. un colpo secco ma mortale. perchè mentre tu pensavi che ugo dormiva, quello invece se ne stava con un occhio chiuso e uno aperto e ascoltava, guardava, ruminava, elaborava.
qualcuno lo definirebbe lento, io non lo so. però so che tira fuori i conigli dal cappello e questo lo rende un po' magico. senza trucchi, senza lustrini, coadiuvato solo da un cuore gentile e da una matita piena di fantasia.
tuttavia, cuore e matita non bastano ad ugo per essere felice. mi sembra sempre di leggere un velo di tristezza nei suoi occhi, di malinconia, di rimpianto per una vita che ha preso una direzione che non si aspettava.
ho idea che lui la sua vita la subisca, invece di agirla. e certe volte, ascoltandolo, avrei voluto fare qualcosa di carezzevole. strappargli uno di quei sorrisi giganti che la sua matita mi ha tante volte regalato. gli voglio bene, non saprei perchè. in fondo ci siamo appena sfiorati. parlati poco. sorrisi ancora meno. però mi piace il suo modo di spuntare fuori dal nulla, il suo corteggiamento muto, mi intenerisce la sua timidezza -che giustifica dei silenzi altrimenti irritanti, trovo stimolante il suo talento, nobile la sua serietà, onesto il suo modo di raccontarsi.
trovo anche incomprensibili le ragioni della sua affezione, ma questa è un'altra storia.

giovedì 13 settembre 2012

caro diario. tempo di lettura previsto 2'03"


vengo svegliata da uno scampanellio dolce, ma deciso. e da un vociare inconfondibile, sano, felice.
è il primo giorno di scuola per i ragazzini di questa città.
mi precipito dal letto per guardarli. cazzo quanto sono belli e allegri e vivi. li sento chiamare per nome, uno per uno. si formano le classi, si disegnano i destini. anche se non riesco a vederli in faccia, quei ragazzini, posso solo immaginarne la pancia che fa male, le mani sudaticce, gli occhi che cercano altri occhi, occhi complici, occhi amici, occhi con cui guarderanno la vita nella stessa direzione per una bella fetta di tempo, alcuni addirittura per sempre. è la stagione degli inizi, è la stagione della felicità. è la stagione in cui tutto può succedere. garruli e zavorrati da borse inspiegabilmente pesanti, stringono alleanze, disegnano piani, parte la caccia alla ragazza più carina, al banco più strategico, al professore più carogna.
saranno anni speciali, non lo sanno ancora, ma in qualche modo lo avvertono. saranno anni puntualmente documentati dalle pagine dei loro diari, fedeli confessori, amici speciali, collezionisti muti di amori grandi e piccoli, aforismi solenni, baci timidi, sigarette fumate nei bagni, cantanti ritagliati dai giornaletti, biglietti del cinema, baci appassionati, brutti voti da non raccontare a casa, testi di canzoni d'amore, fughe, lacrime, chilometri di uniposca, promesse di amicizia eterna, delusioni, cuori che punteggiano le 'i'.
migliaia di pagine, tutte da riempire, cariche di aspettative e di attesa, dense di speranza.
anzi no. dense di certezze. perchè quando hai quindici anni non speri di diventare un architetto, un giornalista, un  insegnante, una mamma, un impiegato, di gestire un bar. a quindici anni ne sei eroicamente certo. e la sicurezza te la dà proprio il tuo kit della felicità: le pagine bianche di quel diario, lo zaino pasticciato già ad agosto, milleduecento pennarelli coloratissimi, quaderni super tecnici che costano un occhio della fronte, un dizionario che sfoglierai molto poco, le matite con la punta perfettamente temperata.
impossibile che le cose non vadano come pensi. il fallimento non è contemplato. la sconfitta neanche immaginata. i genitori, gli insegnanti, chiunque altro intorno a te disegni scenari apocalittici è solo un vecchio arrabbiato con la vita, fallito, frustrato. che della stessa vita non ha capito niente e che ora prova a rovinare la tua. è geloso della tua verginità, è un maligno, è un invidioso.
ci vorranno pochi anni per capire che quella non era invidia, ma un incontrovertibile invito alla prudenza. e che le cose quasi mai vanno come te le eri immaginate, e che sì, la vita ha in serbo per te un sacco di sgambetti.
ho letto da qualche parte che federico fellini era solito sedersi di fronte al suo analista senza proferire parola, ma solo mostrandogli una foto che lo ritraeva a quattordici anni. immagino il regista incredulo ingoiare un 'perchè?'.
perchè, caro diario, la vita spesso è assai indisponente.

sabato 25 agosto 2012

flatmates. ovvero meglio soli. tempo di lettura previsto, 3'26"

la prima cosa che mi è stata detta entrando in questa casa è stata 'vedi, qui è tutto ordinato, pulito. sai, paolo ci tiene molto'. il che unito alla carezza dorata che mi regala la luce riflessa sul parquet di una stanza gigante, mi fa dire 'sì, dai. è lei'.
pensavo che dopo l'esperienza nella casa delle blatte, nulla poteva essere peggio. ma sottovalutavo la nuova compagine di coinquilini che mi attendeva al varco.
ma anzi: magari mi avesse atteso. avrebbe significato entrare in una qualche relazione minima con la gente che ciabatta in questa casa fatiscente, condividere con loro un pensiero, una porta che sbatte, avrebbe significato una vita di comunità, insomma. invece zero assoluto.

io però ero partita bene: ingenua come candy candy volevo fare amicizia con tutti all'inizio. giuro. mi immaginavo grandi feste, tavolate, dai organizziamo una cena che ognuno prepara qualcosa, scusa mi presti il phon? dai, stai meglio con la maglietta blu, cose così.
ma lo dovevo capire da subito che le cose non sarebbero andate così, come nel mio piccolo mondo delle meraviglie me le ero immaginate. più precisamente da quando chiara, una biondissima ligure con la bocca piccola piccola tipica della cattiveria, due gambe stecchite su un tronco dalla forma della busta del latte e pure un poco di gobba, mi fa: 'ma dai, vieni da napoli? senti, ma è vero che a napoli esiste la camorra?' e poi, non paga: 'sai, al mio paese  ogni mese fanno un mercato e c'è sempre un napoletano con un furgone che vende le borse false della camorra, io e mamma ci andiamo sempre, ma di nascosto, sai'.
purtroppo non ho avuto la prontezza di ricordare a questa brillante promessa dell'ingegneria meccanica che il comune di ventimiglia, il suo paese, appunto, è appena stato sciolto per infiltrazione mafiosa. 
ma chiara, poverina, vive in un mondo tutto suo: è un piccolo universo fatto di maggiordomi, biscotti plasmon, arroganza, scarpe jimmy choo, e una madre che per convenzione chiameremo 'il capò': un femminone di due metri, faccia cavallina che denuncia tutti i suoi anni, corpo tonico, energico, un fascio di muscoli, ma di quelli che ti fai solo lavorando sodo. pensati il povero capò che colpo a vedersi davanti questa figliola a forma di boiler. e che infatti, la sua attività preferita dopo il ramazzo è vessare la piccola chiara, costringerla a diete improbabili -per esempio mangia barbabietola tutti i giorni, si pesa gli spicchi di mandarino dopo aver tolto i semi- comprarle abbigliamento tecnico per il jogging, farle leggere riviste tipo 'star bene' o 'donna moderna'.  ah, e naturalmente ricordarle di chiudere la porta di camera sua a chiave perchè in giro 'stanno i napoletani'. anni e anni di questione meridionale buttati nel cesso.

al secondo posto della mia hate list c'è jesus.
lo so nonna pare brutto dire 'io odio jesus', ma invece sì. pure lui era partito benino, dava quel tocco di esotico alla casa con tre forchette: costaricano, istruttore di discipline aeree alla scuola di circo, famiglia di musicisti, cuore grande da vegetariano, uno di quelli che dice sempre buongiorno e buonasera.
ci sono volute poche settimane per capire che quello che si celava dietro la gentilezza  e i belati era in realtà una montagna di malafede, furbizia, disonestà e zozzimma. avesse mai lavato una forchetta che fosse una, senza esservi costretto con la forza, o pulito il bagno o la cucina, o passato una pezza per terra. ma mai. per non parlare della roba sparita dal frigo, dei saponi dal bagno. e che cazzo, compratelo un bagnoschiuma. fatto il cattivo servizio, però, lo scaltro jesus sente il fieto del miccio e si gioca la carta mariadefilippi: 'mi manca tanto il mio paese, che bello avere la mamma vicina che ti coccola, non ho soldi per pagarmi il dottore'. e intanto mi fotto i biscotti dalla dispensa. jesus, ma tu l'hai capito che io vengo da napoli, o no? a chi vuoi pigliare per il culo? per fortuna se ne è andato per sempre, lasciando le bollette da pagare, boli di polvere sotto il suo letto e pentole incrostate.
il bronzo va a paolo. ma solo perchè lui in casa ci sta solo il week end, intendiamoci. ho idea che se me lo fossi visto tra i piedi tutta la settimana, si sarebbe battuto per un bel secondo posto. paolo è il titolare del contratto di fitto. è un ometto triste, uno di quelli che ti immagini che all'asilo già sembravano vecchi, potrebbe avere trenta o settantadue anni, come i giapponesi, non riconosceresti la differenza. non a caso porta gli occhiali con la montatura dorata, do-ra-ta,  e un pigiama viola con dei panda. vagamente rattuso, parla solo di lavoro e di soldi e sta lì a fare conti, piegato sui suoi fogli, concentratissimo, non sbaglia un calcolo. e devo dire che pure lui in quanto a pulizia non scherza: non gli ho mai visto lavare le lenzuola di un lettino nel quale dorme, anche a 38°, col trapuntino e il pigiama lungo. non me lo voglio neanche immaginare sotto a quelle coperte che ci sta. e paolo sarebbe quello che ci teneva che tutto fosse sempre pulito? stabbene.

ovviamente da questa casa degli orrori tra una settimana, finalmente, me ne vado, dopo sei mesi di puntuali imprecazioni. ma il sugo di questa storia rimane triste: parti che ti vuoi fare una braciata in terrazzo, finisce che ti nascondi la carta igienica nell'armadio per paura che qualcuno se la fotte.

venerdì 29 giugno 2012

svegliarsi un anno fa. tempo di lettura previsto 1'43"

le carte, i fax, le voci di corridoio, gli avvocati, il telefono che squilla all'impazzata, il telefono che squilla a vuoto, le lacrime, la paura, l'incredulità, i momenti di cauto ottimismo -pochi-.
gli sciacalli, i finti amici, i salvatori dell'ultim'ora, i politici di quart'ordine. i padroni del mondo che ti promettono la salvezza, i predatori, quelli che fino a ieri ti stringevano la mano e adesso fanno finta di non conoscerti, le mani che sudano, i sorrisi imbarazzati, le pacche sulle spalle, le mail che non arrivano, le risposte che non arrivano, la società civile che si indigna per qualche minuto, la stampa amica che promette di mobilitarsi.
i sospetti che si insinuano, guardarsi negli occhi e scoppiare a piangere, guardarsi negli occhi e scoprire che non siamo tutti uguali, guardarsi negli occhi e capire che è veramente finita. andare in ufficio in macchina, per l'ultima volta e caricarla di quello che puoi, di sette anni di lavoro, sette anni di vita: carte, libri, faldoni, quel ventilatore che l'aria condizionata non ha mai funzionato, quella stufa che il riscaldamento non ha mai funzionato. e ancora penne senza tappo, milioni di penne senza tappo, dvd, faldoni, kit di pronto soccorso, raccoglitori, polvere, cd., e un sacco di ricordi, un sacco di emozioni.

vecchi impiegati, rifiuti della società che ti salutano grassi, felici della tua sconfitta, risarciti dalla tua disperazione. l'essere umano riesce ad essere veramente orribile quando vuole. accanto ad essi, giovani (?) prostitute di regime, che hanno premura che liberi la scrivania, la loro nuova scrivania: dureranno pochi mesi, il tempo che si capisca quanto valgano in realtà o che la loro carica erotica si esaurisca.
e la cattiveria, dio quanta cattiveria, la cattiveria dei 'buoni', la più pericolosa: regalata, sbattuta in faccia con tracotanza, perfino con orgoglio, anche quando sei un corpo molle e agonizzante. come se insultare, mortificare, ferire, rendesse più forte chi lo fa, ma calpestare non restituisce giovinezza o freschezza o salute. i cuori marci, i cuori sporchi, quelli restano così per sempre.

le forze che sono allo stremo, la stanchezza di un anno di battaglie e di tribunali e di corse e di false speranze e di false promesse, strette di mano preelettorali nelle stanze dei bottoni, sentirsela di botto, tutta sulle spalle. e valutarne il peso e chiedersi cosa farai domani, e rendersi conto che domani sarà dura, molto dura, perchè non sai far altro che quello, perchè per anni non hai fatto altro che servire una causa che ritenevi giusta- nonostante tutto, ti sei affannato a riscattare un privilegio, ripulirti di una macchia, rivestire di dignità l'indecoroso, difendere l'indifendibile.
ma a nulla sono serviti abnegazione, diligenza, senso del lavoro, onestà, rispetto dell'altro. tutto è finito in uno scatolone, insieme ai ricordi e ai fogli e alla spillatrice. tutto è stato dimenticato, il lavoro svolto, gli sforzi profusi. ti consola solo pensare che non incontrerai più le facce tremende di colleghe imbarazzanti, il vuoto pneumatico dentro i loro occhi, ma ti dispiace per giovanni, il macchinista della funicolare che ti raccontava ossessivamente dei suoi viaggi in brasile e per salvatore, il ragazzo del bar: lui ci è sopravvissuto.

è passato un anno da allora. e un sacco di lacrime e un sacco di paura e un dolore così forte che ti fa piegare in due. la mia vita è più o meno ricominciata, ovviamente lontano da lì. ovviamente da zero. ma nonostante tutto non riesco a dimenticare il torto subito, il furto subito: il furto della speranza, il furto della dignità, il furto del sogno.

sabato 9 giugno 2012

benedetto treno. tempo di lettura previsto 57"

questa è la storia di un treno mancato troppe volte, ma preso quella giusta.

è la storia di un uomo bellissimo e stropicciato che ha con se' dei fiori per stupire, il libro sbagliato, un sorriso disarmante, il cuore pieno di paura e di speranza, uno zaino per restare.
e del mio cuore pieno di paura e di incredulità.

è la storia di un anno di lacrime, di errori, di paure, di tradimenti, di lotte, di ritardi, di appuntamenti notturni, di fughe e di ritorni. di porte lasciate sempre aperte, di un cuore ostinato che non si rassegna.
di un cuore che non si rassegna, aspetta, e ricompensato, raccoglie.

 è la storia di abbracci tanto struggenti che hai paura di staccarti, di guerre coi cuscini, di autobus notturni, di film sbagliati, di giorni passati a ridere in una stanza piena di luce -parziale indennizzo per un clima ostile-  di giorni passati a piangere in una stanza piena di luce, di mille gatti neri alla finestra, di una casa brutta e cattiva ma tanto la prossima sarà bellissima, materassi sul pavimento, spazi stretti per una sola persona figuriamoci per due, di un seme che sboccia -due semi che sbocciano, una lanterna rossa, ballare senza musica pur di tenersi stretti, un disordine imbarazzante, la paura di non sapere nulla di domani, l'ebbrezza del non sapere nulla di domani.
è la storia di mille discorsi cominciati e mai finiti, di musiche noiose, noiosissime, di un letto rigovernato con cura- quindi dignitosamente, di due occhi scuri e profondi, due mandorle bambine che ti fanno tremare le ginocchia, di un tempo dissipato in maniera indegna, conti che non tornano, chili di gelato, programmi per le vacanze.

è la scoperta di strade nuove in una città nuova, di infiniti gesti di infinita, struggente dolcezza, di pentole inadeguate a una cucina gourmet, la prima volta in un museo, insieme, e scoprire che è bello, la prima volta ad un concerto, insieme, e scoprire che lui si sbatte parecchio, chliometri di capelli sul cuscino.
di pelle liscia come quella dei bambini, e dei bambini le paure e le ansie, i sorrisi, le finte mortificazioni, il solletico.
di una camicia orrenda, e pochi altri -ma selezionati- capi; uno zoo alle pareti e uno zoo da visitare.
è la storia  di baci infiniti, della comparsa di un sentimento- la gelosia- che non credevo appartenermi, dormire in treno -esperienza da non ripetere, ovviamente- la certezza che un giorno prepareremo dell'hummus, la certezza che un giorno avremo mille animali e una bicicletta, la certezza che non mi stancherò mai di accarezzarlo.

è la storia di una donna insofferente e di uomo che la tempera, di un uomo incerto e di una donna che lo indirizza. è la storia tra due creature imperfette e spaventate che si tengono per mano. è una bellissima storia d'amore.

giovedì 10 maggio 2012

red suede shoes. tempo di lettura previsto 1'26"


dice freud che quando perdi un paio di scarpe significa che in realtà te ne vuoi comprare un paio nuove. lui è vagamente più scientifico, ma il senso è quello.
io di scarpe ne ho perse almeno tre paia nella mia vita, ma ne ho comprate decisamente molte di più.
gettate, mai.
perchè come ogni donna nata nell'ultimo quarto di secolo -o anche un po' prima- accumulare compulsivamente scarpe è una specie di obbligo morale, diciamo. e io non faccio eccezione: dal tacco 12 alla ballerina passando per la zeppa (mi pento e mi dolgo) fino allo stivale.

conservare sempre, buttare mai. anche se non te le metti, perchè te le sei comprate per quel vestito che tanto comunque non ti metti, se ti fanno malissimo, se sono di due numeri più piccole, con le stringhe che ti segano o tanto basse da farti venire i crampi: mai.
poi ci sono quelle a cui sei particolarmente legata, ogni donna ne ha un paio. e anche io.
sono delle ballerine, anche abbastanza brutte devo dire, nere, con una specie di fettuccia e la para bianca comprate durante un viaggio a berlino (il gusto dei tedeschi è cosa nota, guardate derrick) : mi avevano mandato il bagaglio a francoforte, e piuttosto che andare in giro scalza per una settimana, ho rifugiato in un grande magazzino cercando un giusto compromesso tra orrore e praticità.

e le incontrate: ho incontrato quelle che da quel momento in poi ho sempre considerato le mie scarpe da viaggio e che in tutti i giri della mia vita, parecchi devo dire, mi hanno sempre seguito. per dieci anni. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.
dieci anni di esplorazioni e prati e passeggiate stremanti e cene e pic nic nei parchi e arrampicate e ghiacci  e sentieri impervi e vulcani. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.

teoricamente sono ancora in buono stato (perchè se il gusto dei tedeschi è raccapricciante, non lo è la qualità delle cose che fabbricano, guardate la bmw), ma è arrivato il momento di salutarle. dopo dieci anni. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.
il tempo passa, e scorrendo si porta dietro un sacco di cose, belle e brutte. quelle belle cerco di conservarle, di trattenere i ricordi e le emozioni e le paure e i batticuori. quelle brutte le chiudo in un sacchetto, assieme alle scarpe di derrick, e via. un respiro profondo, forse una lacrimuccia, un ultimo saluto alle compagne di viaggio.

adesso mi aspettano nuove esplorazioni e prati e passeggiate stremanti e cene e pic nic nei parchi e arrampicate e ghiacci  e sentieri impervi e vulcani.
non so se a freud piacciano o meno, ma io ho puntato un paio di kickers rosse.


mercoledì 25 aprile 2012

volare, oh oh. tempo di lettura previsto 2'02"

non ho mai preso l'aereo da sola.
ho sempre fatto viaggi lunghi, meno lunghi, lunghissimi, ma mai senza nessuno nella cui carne affondare le unghie. perchè volare mi fa abbastanza paura.
terrore, è più corretto.
ed è inutile stare lì a sciorinare i soliti dati e le solite statistiche  e che l'aereo è  il mezzo di trasporto più sicuro e che l'aria se non lo sai è una superficie: mi fa paura lo stesso. perchè penso sempre che se gesù ci voleva fare volare ci faceva con le scelle. non è una teoria molto scientifica, mi rendo conto, ma mi sento comunque abbastanza in sintonia col suo ideatore.
però effettivamente con l'aereo in due ore stai a casa, è tranquillo, recuperi una giornata piena, magari incontri qualcuno carino che ti si siede accanto. basta poco per convincermi: pigliammece 'st aereo.
già lo start up, veramente, lascia un poco a desiderare: susanna sbaglia strada due volte (non per colpa sua, quello capodichino è segnalato veramente una mappina) e intanto nonna, anche se non la vedo che sta dietro, mi ci gioco una mano che prega.
mentre il timor panico di perdere l'aereo serpeggia nella nostra micra, una bella napulegna di 95 kg scarsi, pochi denti e molte dita di ricrescita, ci illumina il cammino e conquistiamo l'ingresso dell'aeroporto in un orario dignitoso.
al check-in sto solo io, una con lo smalto mangiato e uno steward idiota che non trattiene le rise quando -dopo avergli confessato il mio battesimo di volo in solitaria- gli metto in mano anche la tessera fedeltà della conad, per non sbagliare.
lo scherno continua quando gli chiedo il mio binario qual è.
devo dire però che dal check-in in poi sono una scheggia: becco il gate al primo colpo, mi muovo sciolta, vado in bagno senza che gli occhiali da sole mi finiscano nel cesso, caccio perfino un libro; insomma, sono molto credibile. anche il look è quello giusto: jeans che mi finiscono sotto le scarpe, t-shirt, golf, e uno zainetto che tipo non usavo dalla seconda media.
faccio la mia porca figura, insomma, peccato che accanto a me non sia seduto nessuno di carino.
veramente non è seduto nessuno proprio, in compenso, alleviano la mia solitudine un familiare afrore di pizza rustica e gli sms di chi sa accarezzare le mie paure.
in verità il sapore di casa  è evocato anche da un paio di premi nobel nelle ultime file che trovano molto divertente chiamare 'schettino' il comandante e che attaccano a miagolare quando si spengono le luci.
immagino saranno gli stessi che applaudiranno quando atterreremo.
solo dopo il decollo inizio a rilassarmi: io odio quell'accelerazione iniziale, cioè io quando guido non metto neanche la IV, per dire.
comunque mi rilasso, e mi rilasso al punto tale che caccio perfino il mio giovane i-pod (ovviamente non senza il sospetto di innescare un meccanismo di esplosione) e mi abbandono ai nouvelle vague.
in fondo un'ora e quindici passa in fretta: un occhio scettico fuori dal finestrino, uno ai miei compagni di viaggio, la gambe che formicolano, il ricordo di baci appassionati in un week-end pieno di sorprese, le signorine che passano e mi vogliono offrire un'aranciatina; ma io declino educatamente. ho i miei pavesini classe 1984, pare sia un'ottima annata.
sono le 22.47 quando atterro a torino e constato -non senza una punta di orgoglio- di essermela cavata molto dignitosamente.
mi sento pronta per mille nuove avventure.
viva.
in fondo si può diventare grandi anche da adulti, no?