sabato 7 dicembre 2013

tanto il telefono non squilla più. tempo di lettura previsto 3'01"


mia nonna mi racconta spesso un episodio che trovo agghiacciante: alla vigilia di quello che doveva essere il veglione della sua vita, lei, fantastica e giovanissima, fasciata nel vestito più bello della storia dei vestiti belli, velluto nero con lo strascico e non so quale specie di bestia ricamata con i cristalli, ha aspettato tre giorni e tre notti che quel criminale del marito -mio nonno- si degnasse di andarla a prendere. superate le 72 ore, rassegnata, stizzita, trucco sfatto e capelli irrecuperabili, tra le lacrime si spoglia, ripone il vestito -che finisce per diventare l'abito di scena di una cugina soprano al san carlo- e riaccoglie in casa, con lo stesso sorriso conciliante di sempre, naturalmente senza fare domande, il criminale di cui sopra.
l'avrò sentita mille volte questa storia e ogni volta si rinnova in me un senso di frustrazione incontrollabile, di dolore, di rabbia, e di odio per quell'uomo che le ha fatto un male così stupido e gratuito. ma poi dici va bene, erano gli anni '50, così andavano le cose, quella poi che doveva fare? se diceva una parola acchiappava pure i buffi. invece oggi.
invece oggi non è cambiato proprio niente. continuo a confrontarmi sul tema con amiche più o meno care, conoscenti, compagne di una sera, e tutte, ma veramente tutte abbiamo una storia simile da raccontare, più o meno madornale, più o meno patetica, più o meno incredibile. penso a P. decolletè da urlo, zigomi perfetti, che il giorno del suo 23esimo compleanno aspetta tutta preparata il ragazzo che la va a prendere, sto all'uscita di via cilea, dice, mò vengo. P. oggi ha 35 anni e si è persuasa che il vomero quella sera e sempre, patisce assai il problema del traffico, visto che del tipo manco più l'ombra. oppure a C. protagonista del più classico degli abbandoni, quello che avviene sull'altare tra la meraviglia dei presenti. e ancora a S. che non riuscirà mai più ad andare al cinema senza temere che tra primo e secondo tempo il suo accompagnatore di turno sparisca nel nulla per andare a comprare una coca. O a L. bella come il sole, intelligente, ironica, che dopo una notte di passione oggi è una bella giornata di sole ti va se andiamo a mangiare una cosa vicino al mare? sì dai, bello. stiamo a dicembre e L. ancora deve levare il pareo da dentro alla borsa. quanto a me, sto aspettando che il padre di mia figlia, venuto a conoscenza del lieto evento, mi richiami per parlarne, per decidere il da farsi. la creatura mò tiene quasi 5 mesi, ma forse il signore ancora non ha avuto modo di fare una ricarica telefonica. tralasciando i casi limite -che si rivelano in realtà meno limite di quanto si creda- la constatazione è amara: ci si ritrova belle e meno belle, giovani e vecchie, dolci e selvatiche, ad aspettare che quel telefono maledetto squilli, e, cosa ancora più grave, a trovare mille inappellabili giustificazioni per il suo silenzio e ad accogliere con rassegnata mollezza -come già mia nonna 60 anni fa-  un eventuale rientro. ma perchè? fiumi di inchiostro sono stati versati sull'argomento, fior fiore di scienziati sono stati chiamati ad illustrare le loro teorie, i salotti televisivi traboccano di maitre a penser, gli psicologi si sono fatti le meglio villette a roccaraso coi soldi che gli abbiamo posato sulle scrivanie, ma niente, non se ne viene a capo. oggi come mille anni fa questi signori si cioncano i ditini e ci precipitano nell'angoscia. deve essere un fatto cromosomico: escono le cure per le peggio malattie, spuntano i cocchi su marte, ma nessun siero miracoloso è stato inventato da iniettare a questi imbecilli a cui permettiamo di fare il bello e il cattivo tempo nei nostri cuori impavidi. lungi da me analizzare oltre dinamiche che chiaramente mi sfuggono e di cui, anzi, sono vittima. vorrei solamente abbracciare virtualmente tutte le mie -tante, tantissime- compagne di sventura e indirizzare un cordiale chitammuorto, a tutti i portatori sani di cromosoma y, nonno compreso.

lunedì 2 dicembre 2013

è sempre bello il giorno dopo. tempo di lettura previsto 2’34”

il giorno in cui la furia si calma, i nervi si rilassano, la tensione si allenta, le emozioni si assestano: ognuna prende il suo piccolo posto, ci si sistema così da sola, in attesa di essere al meglio assaporata, decifrata, compresa.
non è facile distinguerne i sapori, si va dalla meraviglia alla felicità, passando per la commozione; ma quella che più di tutte, si impone e mi travolge è la sorpresa dell’abbraccio caldo di chi ti ama, una stretta sincera, conciliante. e insieme la conferma di poter vacillare senza cadere, di potermi appoggiare e riposare un po’ sapendo che quell’approdo di amore è sicuro, non nasconde insidie, mi protegge dalle correnti e mi culla un po’, persino.
un mio amico mi ripeteva sempre ‘famiglia è ovunque ci sia amore’, e io che ho idee un po’ conservatrici, ho faticato ad abbracciare appieno questa affermazione. la famiglia, mi sono sempre detta, è fatta da una mamma, un papà, magari dei nonni, tutti impegnati a darsi amore e a darne, senza soluzione di continuità, al nuovo arrivato. è così che avevo sempre immaginato la mia di famiglia, ed era una delle poche cose che avevo ben chiara dentro di me, che sapevo di volere con certezza e determinazione, l’unica alla quale non avrei mai rinunciato.
ma non avevo fatto i conti con quello che la vita aveva deciso di presentarmi: un conto un po’ troppo salato per una ragazza che, in fondo, pensava di meritare solo un po’ di tranquillità e qualche carezza, ma che soprattutto pensava che carezze e serenità fossero dovute a un piccolo angelo che non ha chiesto a nessuno di nascere e che con rinnovata, incomprensibile felicità guarda ogni giorno il mondo intorno a se’ per assaporarne ogni brandello.
nell’ultimo anno questo è stato l’unico pensiero che mi ha tormentato straziandomi il cuore: non l’abbandono –che si è rivelato, alla fine, una meravigliosa liberazione, ma l’idea che lei, la mia piccola bambola perfetta, fosse respinta ancora prima di essere conosciuta, ignorata come se neanche esistesse, rifiutata come si nega l’avvento nella propria vita di qualcosa di orrendo e di infetto.
lei, troppo bella e troppo piccola per essere già oggetto di sentimenti così atroci. quanto orrenda io debba essere, mi sono chiesta negli ultimi mesi, perché mi venisse riservato un trattamento così sprezzante e perché questo odio cieco si abbattesse anche su di lei, una bambina inconsapevole e serena, che regala i suoi sorrisi sdentati a chiunque le si avvicini. il senso profondo di ingiustizia che ha segnato e segna tuttora questa vicenda non riesce a darmi pace e a più riprese mi impone di chiedermi dove ho sbagliato, perché è così difficile allungare una mano e fare quella carezza dovuta.
fino a che non arriva il giorno in cui di colpo ti giri e ti ritrovi nella tua piccola colorata casa accogliente, nuova che senti ancora l’odore di vernice e sei stordita dalle voci e dai sorrisi e dagli abbracci e ti rendi conto che tutti sono lì per te e alleggeriscono il tuo cammino, ti offrono da bere se sei affaticato ti fanno una carezza se sei triste. e in quei sorrisi e in quelle voci e in quegli abbracci trovi tutte le risposte e sai, finalmente, e lo sai con certezza granitica che non sei tu quella sbagliata e che esiste un’altra ipotesi di famiglia, quella chiassosa, promiscua, differente, fatta di mille amici sinceri prestati al ruolo di zii che non si stancheranno mai di quei sorrisi sdentati.
con queste righe voglio ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato a non cadere, e che ancora mi sorreggono con gli strumenti che hanno a disposizione. che danno senza chiedere, che non giudicano, che lavorano affinché il mio piccolo angelo senta ogni giorno, sempre meno il peso del rifiuto. alle mie amiche, che non mi abbandonano un attimo e sopportano stoicamente i miei sfoghi, a mia madre, che lavora senza sosta perché nulla ci manchi e subisce le mie inquietudini, ai miei familiari, tutti, che fanno cose piccole e grandi senza troppo clamore, a chi mi ha teso una mano, regalandomi la speranza di un futuro possibile, a mia figlia ai suoi sorrisi, alla sua perfezione che mi rende così facile amarla. e a chiunque sappia fare le carezze.

domenica 22 settembre 2013

un sabato qualunque. tempo di lettura previsto 3'32"

attraversati da una febbre che manco 'live at pompeii' ci imbarchiamo -io e un'altra manciata di disturbati mentali- per quello che si preannunciava, a ragion veduta, l'evento musicale dell'anno: lui ovviamente è gigione, il suggestivo scenario, il ridentissimo borgo di santantonioabbate che il noto motto popolare ricorda con 'sant'antuono ciente fessi e uno bbuono'. 
e ci metti giusto un attimo a capire perchè. 
dopo aver compiuto tutte le operazioni di rito (cena a base di panino con la salsiccia, acquisto delle fascette 'gigione tour') ci facciamo largo tra la folla per conquistare il sottopalco, ignari che, come per ogni eventone che si rispetti, fosse già occupato da tutto quel bel bouquet di carrozzine, stampelle, bambini di 95 chilogrammi, anziani che hanno perso gli incisivi nel 1978, pepp o 'o stuort, giggino 'o cecat', leggi 104 come se piovessero e tutta quella dolenza varia, che pure ti risolve una serata. 
dopo un'inspegabile intro jazz che ci scalda gli animi, il palco inizia ad accendersi: la prima ad aprire le danze è la dolce menayt, vagamente più morbida di quanto appaia nelle locandine, che ci ricorda -in rigoroso playback- il suo amore per il medio oriente con le note di sciarmelsceic, la nota località vacanziera già scenario della bella storia d'amore con un egiziano in cerca della cittadinanza italiana, diventato appunto, suo marito. 
segue, tra il delirio della folla, il cadetto della famiglia ciaravola, meglio noto come jo donatello che, unto come pochi, non esita ad incitare tutti i quattrenni presenti -che sono almeno il 30% del pubblico non pagante- a intonare con lui brani come 'ti piace il bombolone', ' leccalè', 'il gelatino', 'il calippo', un repertorio forse un po' monotematico, ma roba che 'il valzer del moscerino' a confronto, è per pivelli. 
non pago, il pubblico in visibilio gli richiede il suo brano più noto: 'pronto amore' un minuetto sentimentale in cui è impossibile non rintracciare l'influenza di luigi tenco. 
ed è proprio mentre l'untissima progenie scalda i cuori di tutti gli innamorati e le fiamme degli accendini salgono al cielo, che sento il mio respiro farsi più pesante, il petto affaticarsi, la gola stringersi. 
sarà l'emozione, mi dico.
chiedo aiuto a colui con cui ho la relazione più duratura di tutta la mia vita, il fido ventolin, sperando non mi deluda, come quasi mai negli ultimi trent'anni.
ma pure lui, si vede, comincia a voler prendere le distanze e anche nel suo reiterato utilizzo, non riesce a darmi il sollievo che cerco.
i minuti passano affannosi, e intanto sul palco è salito lui, the boss, camicia pezzata d'ordinanza e l'inseparabile berretto che non vede una lavatrice da almeno un lustro: è in una forma invidiabile per i suoi 65 anni, salta che manco mick jagger e infiamma un pubblico impazzito sulle note delle sue hit più famose, ascoltate, ama ricordare, in tutto il mondo.
ma si sa, il concetto di mondo è relativo, pure colombo si pensava che l'america era l'india, per dire.
in una raffinata alternanza di pezzi delicatamente equivoci, sentimentali, e rigorosamente mistici, gigione ci regala momenti di emozione pura, ma nulla riesce ad alleviare il mio bronco malato. 
sento che ho assai bisogno di un presidio medico di emergenza a caso, ma chi ce l'ha il cuore di intossicare la serata ai miei compagni di merende che intanto stanno pogando sulle note de 'la campagnola'?
attendo ancora qualche minuto, ma come già nella migliore tradizione dantesca, più che l'amor potè il digiuno (d'aria) e devo coinvolgerli, mio malgrado, nella ricerca di un medico o di un facente funzioni, che mi aiuti almeno a non camminare sui gomiti.
acchiappa la guardia medica, cerca la guardia medica, piglia la guardia medica, ci imbattiamo in uno scrupolosissimo medico, la cui mamma credo sia registrata su tutti i cessi degli autogrill della napoli-pompei che, incapace perfino di attaccarmi ad una bombola di ossigeno, ci manda direttamente a castellammare, ad appena 15 km di autostrada, immagino per verificare se io sia un umano o un replicante. 
ed è così che scopro che castellammare oltre ad essere nota per le gallette che mi davano da spugnare quando ho cacciato i denti, ha dato i natali ad uno dei piloti più spericolati del mezzogiorno isolecomprese.
in un tempo che stimo da record arriviamo al pronto soccorso dell'ospedale stabiese, che non solo - e per fortuna- si rivela struttura di eccellenza nella rianimazione, ma che a una rapida occhiata risulta reclutare il suo personale medico ai casting di centovetrine. 
quello che è successo nelle ore successive al mio ricovero, per fortuna non ho la facoltà di ricordarlo, ma i bene informati dicono che sembravo regan la figlia dell'esorcista e che all'acme del delirio, sia stata finanche pronunciata la frasona ad effetto 'passami la lama da 15'.
ma mi sono svegliata tutta intera, credo quindi che quella lama, servisse per sbucciare una pera. 
all'alba ho ripreso conoscenza con la mano stretta a quella di uno dei miei angeli custodi, mano, pare, prontamente lasciata per afferrare quella di un aitante medico che mi si parava dinanzi. 
io però questo fatto non me lo ricordo bene, quindi penso che sia una menzogna per screditare la mia persona.
quello che però mi ricordo è che ho chiesto, al mio rianimatore di fiducia -il suddetto aitante- se fosse sposato, maledicendo poi la sua risposta affermativa.
da quella piccola, cocente delusione, la strada è stata tutta in discesa: riprendo colorito, forze ed allegria, e fino al momento delle dimissioni intrattengo la mia compagna di avventura con amene storie di pesci (sì mamma, i frutti del mare).
ce la siamo vista un poco brutta, insomma, ma direbbe mia nonna: meno male che lo possiamo raccontare.
e comunque gigione, non ti pigliare collera, ma ti tengo un poco per malaugurio.

lunedì 15 luglio 2013

cambio (punto) vita. tempo di lettura previsto 2'03"

grazie perchè non so dove te ne stavi nascosta, ma per venire fuori hai aspettato l'estate più fredda degli ultimi venticinque anni, un mese di giugno piovoso come non se ne vedevano da secoli che mi ha lasciato pallida in mezzo ai pallidi, risparmiando tra l'altro le mie caviglie da una ritenzione idrica spietata.

e grazie anche per non aver stravolto le mie forme, già non propriamente gentili, così da farmi cullare, sempre e ancora, fino alla fine, da carezze, complimenti, cuori, abbracci caldi e premure.

grazie perchè mi hai insegnato il senso dell'attesa.

grazie perchè da quando sei entrata nella mia vita, nella forma di due asticelle rosse, nulla è stato più lieve che l'idea di te: indovinare i tuoi colori, immaginarti già grande, sperare che diventassi una piccola me -giusto un po' più elastica- e pregare perchè somigliassi il meno possibile al tuo restante cinquanta per cento.

grazie perchè ho comprato colori, tubetti, pennelli e non vedevo l'ora di rimettermi a giocare.

e grazie perchè ho tirato giù i miei vecchi giocattoli, roba avveniristica per gli anni settanta che solo mio padre sapeva scovare, li ho ripuliti, risistemati alla meno peggio ed ora sono pronti a rivivere con te una seconda vita.

grazie perchè riempirai le mie giornate, impedendomi di sentirmi sola, e mi regalerai una scarica di ormoni tale che mi consentirà di giustificare, per i prossimi mesi, lacrime, turbamenti, occhiaie, musi lunghi.

grazie perchè sarò la prima persona a cui sorriderai e mi farai sentire, per la prima volta nella vita, davvero importante per qualcuno.

grazie perchè avrò finalmente qualcuno a cui raccontare storie di gatti e mucche e topolini, comprare oggetti inutili, cucinare dolci a forma di animale.

grazie perchè il tuo arrivo nella mia vita è stato un severo spartiacque: ha separato in maniera chiara i buoni dai cattivi, ha fatto naturalmente fuori chi per me non aveva rispetto, e avvicinato chi invece ha letto tra le righe della mia paura, della mia solitudine, della mia tristezza, accogliendo il mio dolore e soffiando sulle mie ferite. 

grazie perchè la mia mamma, dopo tanti mesi, è tornata a sorridere.

grazie perchè ho potuto andare in giro con serenità, sentendomi finalmente parte di qualcosa, senza provare invidia per le belle ragazze con i bei pancioni, ma solo per quelle belle, coi pancioni belli e un compagno premuroso accanto.

grazie perchè ti aggrapperai al mio collo e per te sarò tutto e avrai bisogno di me come mai nessuno prima, e mi farai sentire finalmente speciale. e grazie anche perchè potrò plasmarti come legno d'acero, insegnarti le cose più belle che conosco ed impararne ogni giorno di nuove, grazie a te.

grazie perchè finalmente tutte quelle borse e quei gioielli e quei vestiti, un giorno saranno di qualcuno che forse le troverà orrende.

grazie perchè sono ancora più forte, adesso, e potrò pensare di essere madre non più solo di un gatto, ma anche di una creatura in carne ed ossa. e grazie perchè smusserai le mie intemperanze, rafforzerai la mia pazienza, mi imporrai la tolleranza questa sconosciuta, e mi aiuterai a diventare grande un po' alla volta.

grazie perchè hai dato un senso alla mia esistenza disordinata, un indirizzo preciso, che mi aiuterà a rispondere con appagamento e gioia e infinito orgoglio a chi mi chiederà cosa faccio nella vita.

grazie perchè nella solitudine del rifiuto mi stai insegnando ad essere dignitosa e fiera, senza però avere vergogna di chiedere aiuto, e grazie perchè finalmente potrò canticchiare il motivetto di peppa pig senza sentirmi una perfetta idiota.

grazie perchè sarai bellissima e perfetta e diventerai in ordine sparso presidente della repubblica ma anche premio strega, artista pluripremiata e campionessa di pattinaggio e tutta la mia vita avrà significato qualcosa, comunque. 

e infine grazie perchè anche io per te sarò bellissima e perfetta, almeno fino a quando non avrai capacità di discernimento. ma per fortuna ci vuole ancora un po' di tempo, per quello.

martedì 19 marzo 2013

ciao. tempo di lettura previsto 1'32"


ciao, certe volte vorrei che fossi ancora qui. 
ancora una volta, almeno una, per dirmi cosa devo fare della mia vita, darmi un indirizzo, un cenno, un suggerimento. in fondo avrebbe dovuto essere tuo compito fornirmi un’indicazione minima, tracciare un solco, per darmi modo di capire se le mie scelte sono giuste o sbagliate, se i passi che compio mi porteranno lontano, se ancora una volta ho preso la strada sbagliata e mi sono immessa in un vicolo cieco. 
e vorrei averti qui anche per riposarmi, ogni tanto. e’ faticoso fare tutto da soli. e da soli assumersi la responsabilità delle decisioni, quelle grandi e quelle piccole. mi appoggerai te e ti direi, avanti, guida tu, affidandomi ciecamente. in fondo tu lo sai da prima di me quello che è giusto e quello che è sbagliato, ero nella tua mente millemila giorni fa. e invece mi tocca andare avanti da sola, un po’ a tentoni. e io detesto fare da apripista. 
molte volte mi sono detta che sei stato un po’ egoista a volare via, che non ci hai neanche voluto provare a rimanere, ad impegnarti, a portarlo fino in fondo il tuo progetto. ma poi penso solo che sei stato solo un uomo perfettibile come tanti, solo più stanco, più deluso, inconsolabilmente arrabbiato. e che forse mi hai voluto regalare solo un po’ di leggerezza. e darmi la possibilità di sbagliare da sola, cosa che peraltro mi riesce straordinariamente bene. 
e quindi eccomi qui, tanti anni senza di te che quasi non mi ricordo più la tua voce, a chiedermi cosa mi diresti se ci fossi. ma per fortuna la genetica non è un’opinione: e quel 50% di te che sono e che spesso detesto, ma che altrettanto spesso trovo brillante e divertente, mi fa un po’ da guida. so per certo, ad esempio, che avresti amato la mia rettitudine, il mio senso del giusto –il tuo senso del giusto- il mio rispetto per ogni forma di vita. e che avresti intimamente apprezzato, specchiandotici dentro, il mio sarcasmo, la mia intelligenza, la mia fierezza. disapprovato i miei studi, ma stimato le mie scelte lavorative, condannato la mia ostinazione, ma lodato la mia coerenza. 
e poi so che avresti detestato quasi tutte le mie amiche, galline. e i miei fidanzati, quelli proprio tutti: ti è bastato conoscerne solo qualcuno per capire come avrei orientato le mie scelte –cioè malissimo- e concedermi poco credito in tal senso. qualcuno potrebbe dire che li avresti odiati perché mi portavano via da te. no: erano veramente una roba inutile e perniciosa. 
naturalmente avresti trovato orrendo il modo in cui mi vesto, volgare quello in cui mi trucco, incomprensibile la necessità di possedere più di una borsa, inutile il senso di appendersi degli orecchini ai lati della faccia, tu che quando ti dicevo, vorrei uscire, mi aprivi il balcone della cucina. e io ti odiavo, e non vedevo l’ora di liberarmi di te. ma quante poche cose si capiscono a quindici anni. e non che dopo venti sia meglio: cambia la scena, ma le parti restano le stesse: i fidanzatini sono sostituiti dai compagni, le superga dai tacchi vertiginosi, il burrocacao al mirtillo dalle labbra laccate. e si continua. a sbagliare, a farsi domande, a recriminare, a cercare di scaricare le colpe su qualcun altro. ma non so perché, più passa il tempo, più funziona sempre meno. 

venerdì 8 marzo 2013

lotto marzo. tempo di lettura previsto 2'14"


era bello l'otto marzo quando andavo al liceo.
era bello perchè sapevo che c'era comunque un fiore anche per me.
nei giorni che lo precedevano le prof. più emancipate, quelle che avevano fatto il '68, per intenderci, farcivano le ore di lezione con i racconti dell'esplosione di una miniera di non so più dove, e lo strazio di tutte quelle operaie morte e quindi la tutela e quindi il rispetto e quindi la rivendicazione dei diritti e bla.
ma non mancavano, le stesse figlie della rivoluzione sessuale con un piede ancora negli anni '50, di compulsare quei poveracci dei nostri compagni di classe, a portarci un rametto di mimosa. e loro non mancavano mai a questo appuntamento, mai, mai. 
chi per la paura di una interrogazione punitiva, chi per approfittare dell'occasione ghiotta e fare il carino con quella che gli piaceva, chi perchè era talmente soggetto che se non assolveva ad un dovere imposto, ne moriva.
a farne le spese era il gigantesco albero di mimose che incombeva all'ingresso dell'edificio. ci vuole fortuna pure a nascere alberi e lui, purtroppo, non ne ha avuta mai. negli anni temo che migliaia di sedicenni si siano appesi ai suoi rami stanchi, spennandolo senza pietà, pur di risparmiare le tremila lire che sarebbero servite per comprare le mimose quelle vere, con la carta trasparente intorno e il nastrino rosso, in vendita dall'abusivo sotto scuola.
qualcuno però le mimose quelle grassocce, gialle gialle le portava veramente. erano quelli che dovevano fare i fighi e non te le lasciavano sul banco, ma aspettavano che la prof. entrasse per esibirsi nel gesto plateale. e poi c'erano quelli che io a queste cose non mi piego, faccio il superiore, io, che sono queste cretinate, e ti lanciavano dall'ultimo banco una pallina di mimosa triste e solitaria, che però, non sai perchè, ti faceva piacere lo stesso.
dubito che anche solo uno di quei ragazzi goffi e coi capelli appiccicati di gel, capisse il significato del gesto che era chiamato a fare: al diavolo la memoria delle operaie sepolte nel crollo, e pure l'albero, certo, che pena qui rami spezzati, ma vuoi mettere l'emozione di quelle palline da infilare sull'orecchio?
perchè hai quindici anni. e quando hai quindici anni, un fiore ti strappa un sorriso, sempre.
anche perchè poi arrivano i venti, e poi i trenta. e ti avvii verso i quaranta e gli unici fiori che ricevi sono quelli che ti porta nonna al compleanno, o un corteggiatore sfigatissimo con cui tanto non uscirai mai.
perchè dice che l'emancipazione, certo, che dobbiamo essere uguali uomini e donne, stessi diritti, stessi doveri, che avere le stesse opportunità non può essere l'atto di benevolenza di un governo, ma un diritto acquisito.
ma infatti.
e quindi facciamo le femmine sfrontate, che escono solo in branchi, e ci facciamo forza tra di noi, ci raccontiamo le reciproche pene d'amor perduto, per scoprire, che poi sono sempre le stesse, per scoprire che poi sono sempre gli stessi, e dio questi maschi, sono tutti così prevedibili, sono tutti così insopportabili, sono tutti così inguaribili, giuro se rinasco divento lesbica.
e tutto questo è molto triste. ed è triste per entrambi.
incredibile a dirsi, è vero, siamo uguali, e non c'è legge che ce lo abbia imposto: siamo ugualmente impoveriti, ugualmente infelici, ugualmente condannati a vivere guardando l'altro con diffidenza, neanche fosse un nemico. carichi di quei pregiudizi e di quei luoghi comuni che precedono la fama di chiunque, anche di un perfetto sconosciuto, persuasi che l'altro non potrà mai essere diverso da come la convenzione vuole che sia.
siamo sconsolati, stanchi, malinconici, sfiduciati. siamo fondamentalmente soli.
non ci crediamo più, e non so se è solo perchè non abbiamo più quindici anni.
ma io rivoglio le mie mimose, a me quei rami spelacchiati mi mancano assai.

 

sabato 29 dicembre 2012

tutto sommato, un anno d'amore. tempo di lettura previsto 2'19"


capodanno, tempo di bilanci. oppure tempo di buoni propositi per l'anno che viene.

evito di pronunciarmi in intendimenti -non amo venire meno ad un impegno preso, e ancor di più evito di fare bilanci, che se non mi ha sepolto questo 2012 credo che non morirò mai più.

e quindi posso solo provare a raccogliere quello che ho imparato su di me e sugli altri, a conservare le emozioni, a fare tesoro di quanto è accaduto.

per esempio ho scoperto che posso prendere l'aereo da sola, senza necessariamente invocare la morte del pilota. che in ogni lavoro, anche il più semplice, possono nascondersi delle piccole soddisfazioni. che è vero che se la gatta mangia solo croccantini il pelo le resta più lucido. che il pile è caldo. che anche una città col fiume può essere struggente. che le persone sono cattive. che i palloncini, quelli che volano, sono gonfiati ad elio e non ad aria. che sono fortunata ad avere ancora nonna. che mi piace viaggiare in treno anche per molte ore. che pure murakami può deluderti, e che l'ambizioso progetto di leggermi la 'recherche', morirà a pagina ottantaquattro de 'dalla parte di swann'. che ci sono persone lontane, che riescono a regalarti il sorriso con un bacio inaspettato, e persone vicine che di bacio ti riservano quello di giuda. che i luoghi comuni sono maledettamente veri, e quelli sui torinesi, madonna, sono verissimi. poi ho imparato che si può vivere con poco, con pochissimo, e tutto sommato essere contenti lo stesso, e che milioni di vestiti non erano necessari, ma milioni di orecchini, quelli sì. che senza mia madre non potrei fare nulla, non potrei essere nulla, che le devo la vita tutta, anche se talvolta si merita le mazzate. che chi ti giudica, di solito è un fallito. che amerei daniele silvestri anche se cantasse le canzoni dello zecchino d'oro. che ci sono persone nella mia vita che ci resteranno per sempre. che mi piacciono le case piene di luce. che si può volere bene in tanti modi, ma odiare in uno solo. ho imparato che quel modo di pittare i mobili e decorare casa che mi piace moltissimo, si chiama 'shabby', e adesso è la mia ossessione. che il portogallo è un paese orribile. che in fondo sono una romantica. che andare in bicicletta è un modo fantastico di spostarsi. che molti si rallegrano nel mio sorriso, e questo mi fa venire voglia di sorridere più spesso. ho scoperto e amato 'boris' una serie fantastica, mentre fellini niente, non lo riesco proprio a digerire. ho imparato che era possibile amare ancora, anche se mi ha detto male. che la zucca e le melanzane sono i miei ortaggi del cuore, ma che le zucchine no, non riuscirò mai ad amarle. che in giro ci sono un sacco di codardi, ma anche un sacco di uomini e donne coraggiosi e umili e che mi piace guardare a loro e sperare di somigliargli. che è bello anche viaggiare con uno zaino. che il merchandising di medjugorje è veramente il più brutto del pianeta. che dietro ogni persona c'è una storia lunga e complessa, ma che non sempre vale la pena di conoscerla, questa storia. che si può essere molto adulti a vent'anni e molto acerbi a quaranta; e che io ho un fiuto speciale nell'inciampare in entrambe le categorie. ho imparato che ci sono persone cretine che purtroppo non guariranno mai. che quegli stivali di camoscio, dopo otto anni di rappezzi li devo buttare per forza. che non tutti pensano e agiscono come me o come io credo sia giusto, è legittimo; ma che è legittimo scegliere di non volere dividere la mia strada con loro. che dalla pigrizia non si esce. che piangere fa bene, libera. che se non c'è almeno mezza tonnellata di ammoniaca dentro, la tintura è inutile che te la fai, non piglia. che se sono amata da molte persone, in fondo così malaccio non devo essere. e poi ho imparato che bisogna aspettare, e che l'attesa può rivelarsi molto preziosa. ma soprattutto ho scoperto che anche da un dolore molto forte, può nascere qualcosa di speciale.