martedì 21 febbraio 2012

le gitto. tempo di lettura previsto 1'01"


 oggi ho imparato un sacco di cose sui faraoni e tutto l’egitto in generale, diciamo:

1.       le mummie sono tutte morte.
2.       quando gli egiziani morivano dopo li svuotavano e tiravano il cervello dalle narici.
3.       il martedì grasso qui usa portare le scolaresche nei musei: orrore.
4.       gli egiziani erano bassi –ma di pronta intelligenza.
5.       esiste una cosa che si chiama diorama che poi in realtà sarebbe un modellino.
6.       esistono anche i canopi che sono dei vasi con il tappo a forma di bestia dove si mettevano gli organi estratti delle mummie. a ogni bestia corrisponde un organo. 
     a me mi piaceva il babbuino.
7.       gli egittologi sono antipatici, uno mi ha sgridato.
8.       imbalsamavano anche gli animali, anche i coccodrilli.
9.       i sacerdoti dei tempi facevano il pacco ai fedeli, cioè gli davano dei finti animali imbalsamati come ex voto, e quelli se lo credevano veramente.
10.   ci sono i sarcofagi di tre sorelle dai nomi chiaramente impronunciabili ma che tradotti sono: ‘topolina’, ‘gattina’ e ‘buon anno’ (secondo me queste tre si sono suicidate).
11.   gli egiziani avevano dei piedi lunghissimi.
12.   per fare le gonne plissè usavano un metodo molto ingegnoso: scaldavano due legni zigrinati e mettevano la stoffa in pressa.
13.    mangiavano un sacco di carrube.
14.    il toro è sacro solo se è nero e tiene una macchia bianca in fronte. se no, non è buono.
15.   la femmina dell’egiziano passava le ore a rammendare, e siccome si scocciava, nel mentre mangiava i datteri e poi sputava i semi nel cestino del cucito.  
16.   l’egitto era sia alto che basso.
17.   andavano sempre in nave. che era sia da cerimonia che da lavoro. quella da cerimonia era col baldacchino.
18.   le statue delle tombe si abbracciavano sempre. veramente è  il marito che abbracciava la moglie.



domenica 19 febbraio 2012

fiori d'arancio. tempo di lettura previsto 49"


Posso affermare con incontrovertibile certezza che cinque anni  fa, a quest’ora, ero la donna più felice del mondo.
E ho continuato a pensarlo a lungo. Per mesi, per anni.
Cinque anni fa a quest’ora stavo ballando con colui che da una manciata di minuti era diventato mio marito.
Avevo un vestito bellissimo, i capelli raccolti, i piedi che mi facevano male, e non riuscivo a smettere di sorridere ed avevo intorno un sacco di amici e persone che amavo e che con me e per me, pure sorridevano.
Aveva piovuto tutto il giorno ma neanche una goccia di pioggia aveva intaccato l’allegria di quelle ore.
E la speranza. Anzi, la certezza.
La certezza che da quel momento in poi la mia vita sarebbe stata sempre bella come in quei momenti e anche di più.
Non facile, certo, non sempre in discesa, ma sicuramente bella.
Perché è questo che si pensa quando ci si sposa:  si va incontro con slancio alla vita che ti sorride e che ti aspetta a braccia aperte piena di sorprese e di risposte.
E poi che il matrimonio è un fatto bellissimo: metti la tua vita nelle mani di un’altra persona, consacri il tuo amore a dio, alla comunità in cui vivi. Ti impegni a creare una piccola tribù allegra.
Ma non sempre le risposte che la vita ha in serbo sono quelle che ti aspetti, anzi. Spesso la vita sa essere molto molto cattiva, e ti tradisce e tu invece credevi in lei, ci avevi sperato proprio, e invece niente, è crudele e ti fa male.
Ti assesta dei pugni nella pancia fortissimi, che ti levano il respiro.
ti tramortisce, ti attacca alle spalle così all’improvviso, e non fai neanche a tempo ad accorgertene che stai guardando cadere a pezzi, impotente,  una roba che sembrava solidissima, indistruttibile. E invece.
Invece stai lì, tra i cocci, cercando di capire come è potuto succedere, quando è iniziata la discesa, cosa hai detto, cosa avresti dovuto dire, cosa hai fatto, cosa avresti potuto fare.
Ma a quel punto le domande sono del tutto inutili, e le risposte assolutamente vane.
C’è solo da mettere la tua vita in qualche scatola, asciugare le lacrime, stringere i denti, accettare il fallimento, attraversare il dolore.
E ricominciare. E sperare che un’altra felicità è possibile.
Sono passati un po’ di anni da allora e nonostante tutto non ho smesso di pensare che da qualche parte c’è un angolino dove posso riposarmi e riprendere fiato.  
Sono certa che deve essercene uno anche per me.

venerdì 17 febbraio 2012

sette giorni, sette tempi. tempo di lettura previsto 3'12"


Sabato, LA NEVE.
è lirica, soffice, bella da fare male.
al mio arrivo la città ne era piena, poi ha iniziato a sciogliersi e adesso quella coperta bianca e densa si sta trasformando in una roba grigia e fangosa ammonticchiata sui marciapiedi. 
però ho avuto il tempo di affondarci le mani (coi guanti di lana!) e i piedi, opportunamente più coperti.
è una sensazione bellissima, come quel gioco che facevamo da bambini che dovevi mettere le mani in quel riquadro chiodato e poi il negativo ti restituiva la forma. è strano come una cosa così fredda possa essere al tempo stesso accogliente e invitante, forse perché sembra panna.
comunque quando poi diventa ghiaccio, occhio che si scivola.

Domenica, ROBERTO.
roberto –altrimenti detto gargamella- è quella creatura mitologica mezza uomo mezza scherzo della natura, che da grande vorrebbe fare l’albergatore.  dico da grande perché la strada è ancora lunga, diciamo.
affitta le stanze di una che un tempo deve essere stata una casa normale, adesso è tipo un cesso.
e’ un uomo grigio: capelli –pochi- grigi, occhi grigi, pelle grigia, denti e gengive grigi pure loro.
è sempre  vestito con molti strati di indumenti, nonostante la temperatura caraibica degli interni torinesi. è invadente, allunga sempre l’occhio nella stanza quando apro la porta, vagamente molesto, poco brillante, usa un detersivo, ottimo, che si chiama ‘nonna papera’.
ci tiene a farmi sapere che si è fatto diversi interventi al cuore, ma se continua a fumarsi due pacchetti di marlboro al giorno, secondo me le vene si appilano di nuovo.
pensava che da napoli gli avevo portato ‘una bella pastiera’, ma non ho capito perché.

Lunedì, LE CASE.
in principio fu una stanza orrenda, partorita credo dalla mente di un serial killer, ma più probabilmente di roberto stesso. levato un armadio azzurro che, seppur basculante, ha di un armadio tutte le fattezze, quel che ne resta è una tenda di broccato color senape, arricchita con velluti e passamaneria preziosa che dialoga con una scrivania di plastica, un lume a pinza, una rosa di plastica poggiata su una mensola irraggiungibile, un tappetino da bagno, una tv che non si accende e una parete sulla quale è rappresentato –tempera su intonaco- tutto il sistema solare: c’è venere, giove, saturno coi suoi anelli, la terra, il sole appunto, nettuno –naturalmente tutti collocati senza un minimo di verosimiglianza scientifica. 
e poi fu ‘magenta’: economico, centrale e soprattutto violetta friendly.
sopportabile se si levano i poster di pamela anderson dai muri e i pisellini dell’albero di natale da sopra la porta.
in mezzo monica l’estetista, ficcata in culo al mondo, mansarde ai limiti della umana vivibilità, e marco, avvenente punkabbestia dottorando in filosofia morale.

Martedì, IL LAVORO.
“buongiorno”
“buongiorno”
“ha la carta più signora?”
“grazie”
“sono 10 euro e 50. sulla carta ha un credito di 2 euro e 30 centesimi, defalchiamo o continua ad accumulare?”
“continuo grazie, tanto ho tempo fino a marzo, no?”
“certo, fino al 30 marzo. le occorre un sacchetto di carta a 5 centesimi?”
“sì grazie”
“sono 10 e 55, ecco a lei signora grazie e buon pomeriggio”
“grazie a lei e buon lavoro”

Mercoledì,  LA SOLITUDINE.
dice che stando soli si cresce, ci si conosce meglio, ci si confronta con se stessi e si impara a fare –e gustare-le cose che prima facevi solo in compagnia, tipo andare al cinema, scendere apposta per prendersi  un caffè, sedersi a un tavolino di un bar, visitare una mostra, andare al ristorante.
a me veramente sembra che a stare soli si sta soli e basta, e non so se è così bello, soprattutto quando non sei esattamente la compagnia che sceglieresti per un’avventura, ma tant’è.
però ho trovato un posto bellissimo, vicino a piazza castello dove mi piace sedermi e leggere il mio libro.
lì pure sono sola, ma riscaldata dal caffè americano, i cataloghi di arte sulle mensole, il sorriso gentile delle cameriere, il passeggio oltre il vetro, gli sguardi incuriositi dei clienti.

Giovedì, I TORINESI.
se sono falsi ancora non lo so, però sono cortesi.
ed educati, soprattutto. civili. cioè che tipo ti dicono grazie e prego, ti cedono il passo, ti tengono una porta, si fermano sulle strisce anche solo se sospettano che tu voglia attraversare la strada, non pazzeano con la suoneria del cellulare, non gridano, non sporcano, hanno rispetto per la cosa pubblica.
sono anche mediamente accoglienti.
a differenza di quanto mi aspettavo le donne non sono molto ricercate: non ne ho vista una che avesse una manicure impeccabile, una piega fresca, un gioiello bizzarro, una borsa da urlo. nulla. e gli uomini pure non sono tutta ‘sta favola: levato roberto, voglio dire, e qualche raro esempio vichingo, girano tutti con la testa infilata nel cappotto, un po’ cupi.

Venerdì, LE AMICHE.
vecchie, giovani, giovanissime, sagge, pedanti, stupide, divertenti, vicine, oltrefrontiera, oltreoceano.
dopo la gatta sono la cosa che mi manca di più. il loro sorriso, il loro calore, il loro affetto.
pensare che tanto è giovedì e allora ci vediamo? faccio un salto al vomero ci prendiamo il solito caffè? devo andare in centro mi accompagni? insomma, loro.
mi hanno accolta, capita, sorretta, aiutata, protetta.
hanno asciugato le mie lacrime e condiviso le mie gioie.
hanno raccolto i miei sfoghi notturni, mi hanno accompagnato in attese interminabili, ospitato a cena anche  quando non avevano niente per cena.
lenito la mia solitudine.
ascoltato le mie paturnie, rispettato il mio dolore, sorriso alla mia contentezza, scacciato le mie paure, pagato le mie consumazioni, spesso -direi sistematicamente- riaccompagnato a casa. 
ma tanto torno, eh.
 

sabato 11 febbraio 2012

maledetto treno. tempo di lettura previsto 2’03”


mi piace prendere i treni. 
arrivare sulla banchina e accorgermi puntualmente che la mia carrozza è l’ultima,  salire sempre col dubbio che forse il biglietto lo dovevo timbrare anche se me  l’hanno detto mille volte che l’alta velocità quella no, percorrere il corridoio buttando un occhio a destra, un occhio a sinistra,  alla ricerca del posto, nella speranza che l’unico viaggiatore all’apparenza  alfabetizzato mi sieda di fronte, o almeno nei pressi.
analizzare le facce dei viaggiatori, il loro bagaglio, decifrare i loro vestiti per provare a capire dove sono diretti: se si muovono per amore, per lavoro, per piacere. 
e poi le confezioni di polistirolo, perfette, inequivocabilmente foriere di cibi sani, latticini che raccontano la nostalgia della casa e la speranza di ritornarci, meno frequentemente boccacci con le melanzane sott’olio, che quello il vetro si rompe.
i portatori sani di mozzarelle di bufala di solito sono gli stessi che alla via di mezzogiorno cacciano dalla tasca un panino gommoso accuratamente avvolto nella stagnola, ma nello scottex prima.
non ho mai capito il perché di questa blindatura doppia: la carta argentata conserva la fragranza del pane , i fazzolettini, viceversa, lo ammosciano, ma comunque.
indossano quasi sempre tute acetate, scarpe da ginnastica orrende, occhiali che nonostante montature audaci , ahiloro, non elevano, e sono abbastanza rumorosi.
prima di affrontare il mezzo sfilatino galbanino e cotto, di solito sfogliano la rivista di trenitalia -la pubblicazione più inutile nella storia delle pubblicazioni inutili- o, quando va bene, un corriere dello sport o quello rosa, sempre di pallone, come si chiama? la gazzetta dello sport, mi pare. nessuna lettura che impegni per più di mezz’ora, comunque, e così a cinquanta minuti dalla partenza del treno il portatore sano ha già esaurito tutto il suo corredo di intrattenimento. finalmente può passare a giocare col cellulare, e compiacersi del suo bouquet di suonerie.
la versione femminile del mozzarelliere, spesso è una ragazza di venticinque anni, può darsi carina, ma  si erde in un accento poco generoso  e in letture tipo ‘dipiù’ o ‘vero’. se sta con la mamma può scapparci anche un ‘gente’, forse.  indossa quasi sempre vestiti inadatti al viaggio, tipo un tacco dieci che complica in maniera  esponenziale tutte le operazioni di salita e discesa dal treno. di solito ha una borsa gucci o vuitton portata tipo come una flebo, e unghie pornografiche.
ma siccome è vero che le femmine sono fortunate e hanno sempre più scelta a disposizione, pure la viaggiatrice mozzarelliera ha una versione alternativa, quella ‘fiore che cresce nel cemento’: spesso è grassoccia, ha diversi strati di vestiti addosso, molti orecchini, i capelli tagliati nel cesso di casa e legge roba beat. l’accento però, resta, e anche il panino.
poi ci sono quelli che leggono, studiano sulle dispense rilegate- spesso cose di medicina , lavorano immersi nei loro tablet , fanno parole crociate difficili, o solo quelle facilitate. preferisco i primi. e di solito una signora un po’ in là con gli anni, fresca di piega, che tipo sta andando a visitare una sorella, un figlio, dei nipoti, e va trovando di parlare con me, ma io non.
il mio personale viaggio della speranza verso la capitale operaia è stato accompagnato da uno che ha dormito tutto tutto il tempo in condizioni che definirei eroiche per la sua cervicale e un triste signore impegnato nella lettura di ‘romanzo criminale’, ma in cinque ore l’ho visto sfogliare sì e no due pagine. quindi secondo me, bluffava.
e poi la squadra della nocerina, proprio tutta, pure i supporter, che andava a torino per non so che trasferta. i loro colori sono il rosso e il nero, infatti all’inizio pensavo che c’era una partita del milan –sveglia, eh?- e insomma, questi aerobici rappresentanti della provincia campana hanno accompagnato il mio viaggio con cori frizzantini strillati con un accento impossibile e vocali aperte ai limiti della slogatura mandibolare, vino rosso, salame e partite a scopone scientifico. e pure loro i panini, comunque.
tutto in una freccia rossa diretto a torino, alla ricerca di qualche risposta. 
nelle orecchie i baustelle, fuori dal finestrino, lo spettacolo struggente della neve.