giovedì 10 maggio 2012

red suede shoes. tempo di lettura previsto 1'26"


dice freud che quando perdi un paio di scarpe significa che in realtà te ne vuoi comprare un paio nuove. lui è vagamente più scientifico, ma il senso è quello.
io di scarpe ne ho perse almeno tre paia nella mia vita, ma ne ho comprate decisamente molte di più.
gettate, mai.
perchè come ogni donna nata nell'ultimo quarto di secolo -o anche un po' prima- accumulare compulsivamente scarpe è una specie di obbligo morale, diciamo. e io non faccio eccezione: dal tacco 12 alla ballerina passando per la zeppa (mi pento e mi dolgo) fino allo stivale.

conservare sempre, buttare mai. anche se non te le metti, perchè te le sei comprate per quel vestito che tanto comunque non ti metti, se ti fanno malissimo, se sono di due numeri più piccole, con le stringhe che ti segano o tanto basse da farti venire i crampi: mai.
poi ci sono quelle a cui sei particolarmente legata, ogni donna ne ha un paio. e anche io.
sono delle ballerine, anche abbastanza brutte devo dire, nere, con una specie di fettuccia e la para bianca comprate durante un viaggio a berlino (il gusto dei tedeschi è cosa nota, guardate derrick) : mi avevano mandato il bagaglio a francoforte, e piuttosto che andare in giro scalza per una settimana, ho rifugiato in un grande magazzino cercando un giusto compromesso tra orrore e praticità.

e le incontrate: ho incontrato quelle che da quel momento in poi ho sempre considerato le mie scarpe da viaggio e che in tutti i giri della mia vita, parecchi devo dire, mi hanno sempre seguito. per dieci anni. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.
dieci anni di esplorazioni e prati e passeggiate stremanti e cene e pic nic nei parchi e arrampicate e ghiacci  e sentieri impervi e vulcani. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.

teoricamente sono ancora in buono stato (perchè se il gusto dei tedeschi è raccapricciante, non lo è la qualità delle cose che fabbricano, guardate la bmw), ma è arrivato il momento di salutarle. dopo dieci anni. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.
il tempo passa, e scorrendo si porta dietro un sacco di cose, belle e brutte. quelle belle cerco di conservarle, di trattenere i ricordi e le emozioni e le paure e i batticuori. quelle brutte le chiudo in un sacchetto, assieme alle scarpe di derrick, e via. un respiro profondo, forse una lacrimuccia, un ultimo saluto alle compagne di viaggio.

adesso mi aspettano nuove esplorazioni e prati e passeggiate stremanti e cene e pic nic nei parchi e arrampicate e ghiacci  e sentieri impervi e vulcani.
non so se a freud piacciano o meno, ma io ho puntato un paio di kickers rosse.


mercoledì 25 aprile 2012

volare, oh oh. tempo di lettura previsto 2'02"

non ho mai preso l'aereo da sola.
ho sempre fatto viaggi lunghi, meno lunghi, lunghissimi, ma mai senza nessuno nella cui carne affondare le unghie. perchè volare mi fa abbastanza paura.
terrore, è più corretto.
ed è inutile stare lì a sciorinare i soliti dati e le solite statistiche  e che l'aereo è  il mezzo di trasporto più sicuro e che l'aria se non lo sai è una superficie: mi fa paura lo stesso. perchè penso sempre che se gesù ci voleva fare volare ci faceva con le scelle. non è una teoria molto scientifica, mi rendo conto, ma mi sento comunque abbastanza in sintonia col suo ideatore.
però effettivamente con l'aereo in due ore stai a casa, è tranquillo, recuperi una giornata piena, magari incontri qualcuno carino che ti si siede accanto. basta poco per convincermi: pigliammece 'st aereo.
già lo start up, veramente, lascia un poco a desiderare: susanna sbaglia strada due volte (non per colpa sua, quello capodichino è segnalato veramente una mappina) e intanto nonna, anche se non la vedo che sta dietro, mi ci gioco una mano che prega.
mentre il timor panico di perdere l'aereo serpeggia nella nostra micra, una bella napulegna di 95 kg scarsi, pochi denti e molte dita di ricrescita, ci illumina il cammino e conquistiamo l'ingresso dell'aeroporto in un orario dignitoso.
al check-in sto solo io, una con lo smalto mangiato e uno steward idiota che non trattiene le rise quando -dopo avergli confessato il mio battesimo di volo in solitaria- gli metto in mano anche la tessera fedeltà della conad, per non sbagliare.
lo scherno continua quando gli chiedo il mio binario qual è.
devo dire però che dal check-in in poi sono una scheggia: becco il gate al primo colpo, mi muovo sciolta, vado in bagno senza che gli occhiali da sole mi finiscano nel cesso, caccio perfino un libro; insomma, sono molto credibile. anche il look è quello giusto: jeans che mi finiscono sotto le scarpe, t-shirt, golf, e uno zainetto che tipo non usavo dalla seconda media.
faccio la mia porca figura, insomma, peccato che accanto a me non sia seduto nessuno di carino.
veramente non è seduto nessuno proprio, in compenso, alleviano la mia solitudine un familiare afrore di pizza rustica e gli sms di chi sa accarezzare le mie paure.
in verità il sapore di casa  è evocato anche da un paio di premi nobel nelle ultime file che trovano molto divertente chiamare 'schettino' il comandante e che attaccano a miagolare quando si spengono le luci.
immagino saranno gli stessi che applaudiranno quando atterreremo.
solo dopo il decollo inizio a rilassarmi: io odio quell'accelerazione iniziale, cioè io quando guido non metto neanche la IV, per dire.
comunque mi rilasso, e mi rilasso al punto tale che caccio perfino il mio giovane i-pod (ovviamente non senza il sospetto di innescare un meccanismo di esplosione) e mi abbandono ai nouvelle vague.
in fondo un'ora e quindici passa in fretta: un occhio scettico fuori dal finestrino, uno ai miei compagni di viaggio, la gambe che formicolano, il ricordo di baci appassionati in un week-end pieno di sorprese, le signorine che passano e mi vogliono offrire un'aranciatina; ma io declino educatamente. ho i miei pavesini classe 1984, pare sia un'ottima annata.
sono le 22.47 quando atterro a torino e constato -non senza una punta di orgoglio- di essermela cavata molto dignitosamente.
mi sento pronta per mille nuove avventure.
viva.
in fondo si può diventare grandi anche da adulti, no?

mercoledì 4 aprile 2012

tema: la mia mamma. tempo di lettura previsto 2’38”

la mia mamma si chiama susanna, ha 64 anni, è alta 1,65, ha i capelli corti, castani, occhi castani, corporatura media (da qualche tempo è un po’ ingrassata, veramente,  ma continuerei a definirla ‘media’), gli occhiali.  per tutta una vita ha insegnato matematica e scienze, adesso sta in pensione, si dedica con molta passione al volontariato ospedaliero. prima fumava tanto, poi ha smesso; da qualche mese ha ripreso. io spero sempre che smette di nuovo –o almeno che riduce un po’- anche la nonna è preoccupata.
fuma, gioca a carte e beve pure tanti caffè: una viziosa, insomma. e poi le piace la nutella, moltissimo, ne mangia a cucchiaiate: una delle poche cose che non è riuscita a trasmettermi. perché per il resto, anche se mi piace pensare di avere la mappa genetica  dei galmuzzi –cioè, da parte della sua famiglia si chiamano ‘marziani’ , voglio dire-  mi rendo conto di somigliarle ogni giorno di più, e non è che me ne dispiaccia poi così tanto.
perché è una donna buona e generosa e cristallina. ha proprio un cuore enorme, dove trova spazio chiunque, anche chi è stato irrispettoso con lei, o malvagio, o scorretto. il suo cuore è come la sua casa, come la sua cucina: puoi bussarci  a qualunque ora, trovi sempre da sederti e qualcosa di buono da mangiare, magari un cioccolatino dimenticato in fondo al cassetto, una pacco di biscotti infilatosi chissà dove.
non serba mai rancore, a nessuno, ma sorride e va avanti, dimenticando, o meglio facendo finta di. qualcuno può pensare che sia segno di sciatteria o di superficialità. niente di tutto questo: è solo un sano, cristiano, senso di accoglienza dell’altro. non dice mai di no, come me. e questo effettivamente non sono proprio contenta di averlo ereditato, eh.
però come lei provo a sorridere sempre, sempre guardare il buono che c’è nelle cose e nelle persone, non scoraggiarmi, andare avanti, dirmi che domani in fondo sarà migliore. 
da lei ho imparato l’arte culinaria e l’amore di cucinare per chiunque, nutrirlo, stringerlo nell’abbraccio di un cibo gustoso, confortevole, preparato con amore.
però non provate a chiederle una ricetta: non vi darà mai due volte la stessa, se ne dimentica sempre qualche pezzo, se ne inventa sempre qualche altro.
da lei ho imparato anche a farmi la manicure (quanti soldi di estetista risparmiati- almeno quelli) e anche le nostre mani si somigliano, anche se lei dice che le mie sono più belle. e si somigliano pure le nostre gambe: la forma è identica, solo che le mie sono più lunghe (io ho lo stacco di cosce galmuzzi).
per molti anni –fino al liceo- mi ha comprato lei i vestiti, orrendi devo dire, e mi faceva anche tagliare i capelli in una maniera che se qualcuno chiamava i servizi sociali mi mandavano subito in una casa famiglia. ma tanto a mamma sei sempre bella , sì certo.
quando le ho chiesto come nascevano i bambini mi ricordo che mi ha detto che una notte lei e papà si erano abbracciati fortissimo e da quell’amore ero nata io. ho sempre pensato che se avessi avuto un figlio avrei voluto dirgli lo stesso,  credo che sia una risposta oggettivamente perfetta.
e mi ricordo anche che è corsa di notte a svegliarmi e mi ha messo davanti alla tv quando è caduto il muro di berlino: avevo 13 anni, non capivo niente (non che adesso, eh) ma quelle immagini di gente felice e incredula ed esausta  ma forte e affamata di vita e di giustizia me le ricordo come se fosse ora e la ringrazio di avermi strappato a qualche ora di sonno.
dice sempre di se stessa che non è molto intelligente e che io –come papà per tutta una vita- la sovrasto.
oddio, una scheggia non è: quella volta che l’ho portata agli studi di ‘un posto al sole’ per farle una sorpresa,  pensava che le avevo comprato una tomba, sì, una tomba.
ma in realtà è solo pigra e forse, giustamente, un po’ stanca. io credo che abbia un ottimo potenziale e mi arrabbio perché non lo sfrutta, invece.  mi arrabbio anche quando è malata, o non si sente bene o mi chiede aiuto: patisco la sua vulnerabilità, mi spaventa. mamma è sempre quell’abbraccio, l’unico abbraccio, all’interno del quale le mie lacrime possono sciogliersi senza pudori, né paure, mica si può mettere in malattia.
è stonata, ma le piace cantare lo stesso e poi a ogni compleanno deve sempre intonare ‘tanti auguri a te’ e tutta la famiglia la odia per questo, perché è insopportabile, ma lei va giù dritto, e in fondo, mette allegria. ha sempre i cibi scaduti in frigo, è distratta, ripete sempre la stessa cosa, è insistente, si perde un sacco di roba, e poi ha il vizio di volerti per forza far leggere o ascoltare quello che in quell’esatto momento ha deciso lei: ha letto una roba interessante? non uscirai da quella porta senza che lei abbia declamato con tono stentoreo e vagamente teatrale l’articolo di giornale o la pagina del libro che ha deciso di propinarti. e poi pretende sempre di farmi sentire le canzoni di vecchioni: mamma a me vecchioni non mi piace, non fa niente che è un professore, è triste, mi fa la palla.
è sempre molto orgogliosa di me, e quando ho preso quel tesserino di pubblicista fetente, si credeva che tipo mi avevano assunto in rai e pretendeva che mi comprassi delle giacche e dei tailleur e lo diceva a tutti, che vergogna, anche alle commesse dei negozi. per via dello stesso tesserino, per anni mi ha affidato la stesura di: biglietti di auguri, messaggi di cordoglio, elenchi di cosa portare in vacanza, telegrammi di condoglianze, liste della spesa, verbali delle assemblee di condominio, menù pasquali e natalizi, annunci immobiliari, lettere di protesta, atti di convegni.
è una vita che mi ripete anche  ‘jà, sei giornalista, e scrivimela una bella lettera’: mammina mia, spero di averti accontentato.

mercoledì 28 marzo 2012

casa. tempo di lettura previsto 1'26"

all’inizio furono dei tappetini di legno, bellini, colorati, perfettamente inutili che tanto non assorbono niente, ma sempre meglio di quelli di finta moquette con i fiori bruttissimi.
poi una mano di colore su qualche parete, un cactus gigante dipinto su una porta di legno, tanti quadri, tanti libri, foto ovunque, ovunque calamite, anche una a forma di maiale, bellissima, sulla cappa della cucina che tiene ferma una foto di papà ragazzino con un maiale ancora più grande di lui.
un sacco di potos, tutti figli di una pianta vecchissima che mi ha seguito per anni, dei piatti di vietri, il cassetto con tutti gli accessori per fare i dolci, una tenda pesantissima, viola, che quel lampione non si spegne mai e la notte da fastidio. un lettone matrimoniale nuovo di zecca, un altro cassetto con cose che non si possono dire, una coperta colorata, il terrazzino dove è sbocciato l’amore tra alfredo e violetta, uno zerbino molto francese, un calendario amato, finalmente quel foulard di niki de saint phalle comprato al giardino dei tarocchi e tenuto sempre da parte. un aspirabriciole -perché gli aspirabriciole sono utilissimi veramente; una radio da quattro soldi che infatti non si sente niente, teoria e tecnica dello stenditoio contemporaneo, una vasca da bagno larga che uno si fa un bagno bellissimo e finalmente un cuscino che non ti bagni i capelli.  fiori di plastica  attaccati sullo scarico del bagno piccolo, una mattonella a forma di armadillo bruttissima, la cassetta degli attrezzi di papà, un divano comprato a metà prezzo, gatti ovunque –gatti veri e gatti dipinti, gatti disegnati, gatti incollati, gatti ritagliati. uno scaletto nero con dei pois colorati, molto grazioso; bottiglie di vino, bottiglie di grappa, bottiglie di pastis, bottiglie di porto.
molte amiche, molti amici, un solo amore, una sedia di cartone rubata, la connessione adsl veloce come una scheggia, quella mattonellina degli atrium project che adoro e che mi segue ovunque, le marmellate, pittare il tavolino con la bomboletta e sporcare tutto e mò a marisa chi la sente, una cabina armadio fantastica, mai riempita del tutto, dollari alle pareti, una sveglia in cucina. uccelli, molti uccelli, un piccione perfino, la bancarella con tutti i gioielli, le carte sistemate nei faldoni, una piccola cena per il mio compleanno, il telefono che non prende quasi da nessuna parte, vodafone poi: un guaio, la colazione sul tavolino verde mela, un armadio per le giacche ma tenerle sempre sulla poltrona, i giocattoli di violetta sparsi ovunque sul pavimento, quel bagno rosa che non si riesce ad ingentilire in nessun modo, una botola per gettare l’immondizia co-mo-dis-si-ma, gli otto super santos di brandon e bruce, gli allucchi della mamma di brandon e bruce, regina la portiera peruviana che non capisce niente e dice sempre di sì, continuare a vedere i film nel pc perché il dvd non ho mai imparato ad usarlo, i termosifoni che non funzionano, la luce bellissima che alle 3 del pomeriggio entra nella camera da letto, 2022, la porta del bagno che non va bene e che infatti sono rimasta mezza giornata chiusa dentro, un sacco di scaffali che poi non ho riempito più, fiori di carta in un bollitore, fiori recisi messi a seccare, fiori disegnati sulla tappezzeria delle sedie, fiori cresciuti spontaneamente nei vasi del terrazzo, fiori sgranocchiati dalla gatta.
una collezione di tazze, strofinacci bellissimi, le pentole messe nell’armadio che in cucina non c’entrano, topi appesi ai termosifoni, la cera azzeccata da tutte le parti.
ciao casa.
mi hai accolto e riscaldato per molti mesi. non so bene se ti ho amato, né se tu hai amato me.
ma abbiamo fatto un pezzo di strada assieme.
e quindi ciao, buona fortuna.

lunedì 19 marzo 2012

n.4: l'invidia. tempo di lettura previsto 1'24"

‘ti dico solo che è incinta perfino francesca’.
quel ‘perfino’ sembra restituire uno certo sprezzo, e in effetti.
così la mia amica, al telefono.
non ci sentiamo con continuità, ma ci vogliamo bene.
io so che lei c’è, lei sa che io ci sono, in qualche modo. non parliamo tantissimo: lei è molto riservata, io decisamente meno. ma in fondo non servono tante parole per amarsi e capirsi.
e noi in questo ci siamo sempre profondamente comprese, identificate direi, sovrapposte: per anni abbiamo pensato che avere un figlio fosse una specie di privilegio, un premio.
e che solo le ragazze sveglie, simpatiche, carine come noi potessero godere di questa felicità, meritare delle pance belle tonde che tutti guardano e accarezzano, passeggini da spingere stancamente, aneddoti  da raccontare, quantità industriali di pannolini da comprare, foto da scattare, favole da inventare, disegni da colorare.
e invece non sempre va così e la cosa bella dell’essere amiche, è che non hai vergogna di piangere e di arrabbiarti e di confessare che sei livida di invidia per tutte quelle che questa felicità ce l’hanno mentre tu no.
sì, perché l’invidia sarà anche un sentimento orribile e pernicioso e che semina sozzura in chi lo nutre, ma esiste: è un dato. ed è umano provarlo. e quando vedi che la cosa più normale del mondo capita a tutti e a te no, bhè, cazzo, lo provi, eccome se lo provi.
e fa malissimo. perché ti senti cattivo, provi a convincerti che in fondo c’è un altro modo per vedere la cosa, ma alla fine la tua mente va sempre lì: perché non te lo spieghi. perché sei arrabbiato e deluso, perché un po’ di quella normalità sana la vuoi anche tu e non capisci perché ti venga negata. 
oggi è la festa del papà. e forse non è un caso che questi pensieri vengano a galla proprio in queste ore. perché non mi sembra di vedere altro che bambini che si esaltano per dei lavoretti orrendi fatti coi tappi di sughero o con le mollette, adolescenti che investono magra parte delle loro paghetta per comprare dei libri impossibili che i loro papà non leggeranno mai, mamme che riparano a distrazioni e sciatterie con scontatissimi regali last minute. e penso non solo, che con ogni probabilità non sarò mai una di quelle mamme, ma anche che sono stata uno di quei figli per troppo poco tempo. che ho fatto pochi lavoretti, comprato pochi libri, costretto mamma a riparare troppe poche volte.
e anche questo mi fa male. di quei mali che ti soffocano, ti levano il respiro non lasciandoti neanche la forza di gridare. ma solo di mandare giù.
e ancora mi chiedo perché. perché a me, a noi. e invidio quei bambini e quelle mamme. e tutti quelli che possono ancora chiedere aiuto al loro papà e raccontargli la giornata come è andata, ascoltarne un consiglio, lamentarne un difetto.  invidio i natali e le lauree e i momenti solenni e le vacanze e le passeggiate e le fotografie e i litigi e i pranzi e le gite e le lezioni di guida e i divieti e i rimproveri e i libri e gli abbracci. invidio questa normalità, insomma.
io invidio e non ho vergogna.

sabato 10 marzo 2012

non sogno, son desta. tempo di lettura previsto 2'01"


ho appena schiacciato una bestia.
una di quelle con la buccia e le zampe di cui non riesco neanche a pronunciare il nome, tanto mi fa impressione.
quella là. no, evidentemente non sono mai stata in campeggio. ed è la prima volta che mi succede di trovarmi in un faccia a faccia simile: in passato, alla bisogna, avevo da chiamare nell’ordine un portiere servile, una signora amorevole che mi rigovernava casa, la moglie del portiere, un marito che si scapicollava dall’ufficio, una mamma –paurosa come me- ma che comunque si animava di coraggio e procedeva.
e oggi invece sono andata per pulire dietro al divano e ho trovato il mostro.
e da chiamare non avevo proprio nessuno: non un portiere –né tantomeno la moglie, non un marito, mamma sta a novecento km., e il mio coinquilino se ne è tornato al suo paese di duecento animelle.
potevo chiamare robert, di giorno anonimo signore sovrappeso con le sopracciglia ad ala di gabbiano, di notte drag queen nel peggiore privè di torino, ma credo che lui ignori perfino la mia esistenza e quindi.
in realtà l’innominabile è solo un pretesto, così come lo sono i muri scrostati di pittura, gli infissi marci, un letto con le molle di fuori, mobili di truciolato ricoperti di carta adesiva, rubinetti che perdono, la tenda della doccia che si azzecca addosso, panni stesi ad asciugare sulla stufa.
un pretesto per chiedermi  cosa mi ha rotolato fin qui dall’agio di una casa bellissima in una zona esclusiva della città, la tata due volte alla settimana, il parrucchiere, la serenità di pianificare un futuro, del sano shopping, i viaggi, l’allegria, la possibilità di fare progetti.
credo di essere nel posto sbagliato e di essere nata per altro. non ho vergogna di dire che tutto questo mi fa abbastanza schifo, diciamo. rivorrei indietro la mia vita, quella più comoda, senza troppi ostacoli, esteticamente corretta, non senza dolori ma confortevole, con tutte le cose più o meno al loro posto.
una vita dove anche se non sai cosa ti aspetta, sai che troppo malaccio non può essere in fondo, una vita senza bestie con la buccia, né infissi marci, una vita in cui, alla fine del mese hai uno stipendio che ti consente di farti un piccolo regalo, pagarti un fitto dignitoso, avere una tata che ti aiuta. sì perché a me fare i mestieri in casa mi fa veramente orrore, s’è capito.
qualcuno direbbe che sto crescendo, qualcun altro che certi agi li ho avuti e che la ruota gira, qualcun altro ancora che ho goduto immeritatamente fin ora di privilegi ingiusti e quindi ben mi sta.
i più ottimisti mi inviterebbero a pensare che in fondo c’è chi sta peggio –cosa verissima, peraltro- a guardare fuori dagli ospedali, ai cinquantenni in cassa integrazione con tre figli, a chi una casa neanche ce l’ha; e i più semplici che in fondo ho una bella intelligenza e sicuramente le cose si metteranno bene e che c’è solo da saper aspettare e portare un po’ di pazienza.
e io infatti questo faccio, aspetto, non bovinamente, certo,  non senza tentare di indirizzare il mio destino, ma comunque aspetto e non riesco a fare a meno di credere che non è esattamente così che me l’ero immaginata la mia vita.
da adolescente pensavo che da grande  sarei stata una signora allegra, morbida, con un lavoro dignitoso, un marito, una casa in campagna, cani, gatti, bambini, degli alberi da frutto, tante amiche, una macchina scassata, un orticello.
le premesse c’erano tutte –morbidezza e gatti in primis- ma le cose non sono andate esattamente così, e a distanza di vent’anni  non riesco ancora a staccarmi da quella immagine di felicità semplice che ancora, nonostante tutto, inseguo.

martedì 21 febbraio 2012

le gitto. tempo di lettura previsto 1'01"


 oggi ho imparato un sacco di cose sui faraoni e tutto l’egitto in generale, diciamo:

1.       le mummie sono tutte morte.
2.       quando gli egiziani morivano dopo li svuotavano e tiravano il cervello dalle narici.
3.       il martedì grasso qui usa portare le scolaresche nei musei: orrore.
4.       gli egiziani erano bassi –ma di pronta intelligenza.
5.       esiste una cosa che si chiama diorama che poi in realtà sarebbe un modellino.
6.       esistono anche i canopi che sono dei vasi con il tappo a forma di bestia dove si mettevano gli organi estratti delle mummie. a ogni bestia corrisponde un organo. 
     a me mi piaceva il babbuino.
7.       gli egittologi sono antipatici, uno mi ha sgridato.
8.       imbalsamavano anche gli animali, anche i coccodrilli.
9.       i sacerdoti dei tempi facevano il pacco ai fedeli, cioè gli davano dei finti animali imbalsamati come ex voto, e quelli se lo credevano veramente.
10.   ci sono i sarcofagi di tre sorelle dai nomi chiaramente impronunciabili ma che tradotti sono: ‘topolina’, ‘gattina’ e ‘buon anno’ (secondo me queste tre si sono suicidate).
11.   gli egiziani avevano dei piedi lunghissimi.
12.   per fare le gonne plissè usavano un metodo molto ingegnoso: scaldavano due legni zigrinati e mettevano la stoffa in pressa.
13.    mangiavano un sacco di carrube.
14.    il toro è sacro solo se è nero e tiene una macchia bianca in fronte. se no, non è buono.
15.   la femmina dell’egiziano passava le ore a rammendare, e siccome si scocciava, nel mentre mangiava i datteri e poi sputava i semi nel cestino del cucito.  
16.   l’egitto era sia alto che basso.
17.   andavano sempre in nave. che era sia da cerimonia che da lavoro. quella da cerimonia era col baldacchino.
18.   le statue delle tombe si abbracciavano sempre. veramente è  il marito che abbracciava la moglie.