‘ti dico solo che è incinta perfino francesca’.
quel ‘perfino’ sembra restituire uno certo sprezzo, e in effetti.
così la mia amica, al telefono.
non ci sentiamo con continuità, ma ci vogliamo bene.
io so che lei c’è, lei sa che io ci sono, in qualche modo. non parliamo tantissimo: lei è molto riservata, io decisamente meno. ma in fondo non servono tante parole per amarsi e capirsi.
e noi in questo ci siamo sempre profondamente comprese, identificate direi, sovrapposte: per anni abbiamo pensato che avere un figlio fosse una specie di privilegio, un premio.
e che solo le ragazze sveglie, simpatiche, carine come noi potessero godere di questa felicità, meritare delle pance belle tonde che tutti guardano e accarezzano, passeggini da spingere stancamente, aneddoti da raccontare, quantità industriali di pannolini da comprare, foto da scattare, favole da inventare, disegni da colorare.
e invece non sempre va così e la cosa bella dell’essere amiche, è che non hai vergogna di piangere e di arrabbiarti e di confessare che sei livida di invidia per tutte quelle che questa felicità ce l’hanno mentre tu no.
sì, perché l’invidia sarà anche un sentimento orribile e pernicioso e che semina sozzura in chi lo nutre, ma esiste: è un dato. ed è umano provarlo. e quando vedi che la cosa più normale del mondo capita a tutti e a te no, bhè, cazzo, lo provi, eccome se lo provi.
e fa malissimo. perché ti senti cattivo, provi a convincerti che in fondo c’è un altro modo per vedere la cosa, ma alla fine la tua mente va sempre lì: perché non te lo spieghi. perché sei arrabbiato e deluso, perché un po’ di quella normalità sana la vuoi anche tu e non capisci perché ti venga negata.
oggi è la festa del papà. e forse non è un caso che questi pensieri vengano a galla proprio in queste ore. perché non mi sembra di vedere altro che bambini che si esaltano per dei lavoretti orrendi fatti coi tappi di sughero o con le mollette, adolescenti che investono magra parte delle loro paghetta per comprare dei libri impossibili che i loro papà non leggeranno mai, mamme che riparano a distrazioni e sciatterie con scontatissimi regali last minute. e penso non solo, che con ogni probabilità non sarò mai una di quelle mamme, ma anche che sono stata uno di quei figli per troppo poco tempo. che ho fatto pochi lavoretti, comprato pochi libri, costretto mamma a riparare troppe poche volte.
e anche questo mi fa male. di quei mali che ti soffocano, ti levano il respiro non lasciandoti neanche la forza di gridare. ma solo di mandare giù.
e ancora mi chiedo perché. perché a me, a noi. e invidio quei bambini e quelle mamme. e tutti quelli che possono ancora chiedere aiuto al loro papà e raccontargli la giornata come è andata, ascoltarne un consiglio, lamentarne un difetto. invidio i natali e le lauree e i momenti solenni e le vacanze e le passeggiate e le fotografie e i litigi e i pranzi e le gite e le lezioni di guida e i divieti e i rimproveri e i libri e gli abbracci. invidio questa normalità, insomma.
io invidio e non ho vergogna.
lunedì 19 marzo 2012
sabato 10 marzo 2012
non sogno, son desta. tempo di lettura previsto 2'01"
ho appena schiacciato una bestia.
una di quelle con la buccia e le zampe di cui non riesco neanche a pronunciare il nome, tanto mi fa impressione.
quella là. no, evidentemente non sono mai stata in campeggio. ed è la prima volta che mi succede di trovarmi in un faccia a faccia simile: in passato, alla bisogna, avevo da chiamare nell’ordine un portiere servile, una signora amorevole che mi rigovernava casa, la moglie del portiere, un marito che si scapicollava dall’ufficio, una mamma –paurosa come me- ma che comunque si animava di coraggio e procedeva.
e oggi invece sono andata per pulire dietro al divano e ho trovato il mostro.
e da chiamare non avevo proprio nessuno: non un portiere –né tantomeno la moglie, non un marito, mamma sta a novecento km., e il mio coinquilino se ne è tornato al suo paese di duecento animelle.
potevo chiamare robert, di giorno anonimo signore sovrappeso con le sopracciglia ad ala di gabbiano, di notte drag queen nel peggiore privè di torino, ma credo che lui ignori perfino la mia esistenza e quindi.
in realtà l’innominabile è solo un pretesto, così come lo sono i muri scrostati di pittura, gli infissi marci, un letto con le molle di fuori, mobili di truciolato ricoperti di carta adesiva, rubinetti che perdono, la tenda della doccia che si azzecca addosso, panni stesi ad asciugare sulla stufa.
un pretesto per chiedermi cosa mi ha rotolato fin qui dall’agio di una casa bellissima in una zona esclusiva della città, la tata due volte alla settimana, il parrucchiere, la serenità di pianificare un futuro, del sano shopping, i viaggi, l’allegria, la possibilità di fare progetti.
credo di essere nel posto sbagliato e di essere nata per altro. non ho vergogna di dire che tutto questo mi fa abbastanza schifo, diciamo. rivorrei indietro la mia vita, quella più comoda, senza troppi ostacoli, esteticamente corretta, non senza dolori ma confortevole, con tutte le cose più o meno al loro posto.
una vita dove anche se non sai cosa ti aspetta, sai che troppo malaccio non può essere in fondo, una vita senza bestie con la buccia, né infissi marci, una vita in cui, alla fine del mese hai uno stipendio che ti consente di farti un piccolo regalo, pagarti un fitto dignitoso, avere una tata che ti aiuta. sì perché a me fare i mestieri in casa mi fa veramente orrore, s’è capito.
qualcuno direbbe che sto crescendo, qualcun altro che certi agi li ho avuti e che la ruota gira, qualcun altro ancora che ho goduto immeritatamente fin ora di privilegi ingiusti e quindi ben mi sta.
i più ottimisti mi inviterebbero a pensare che in fondo c’è chi sta peggio –cosa verissima, peraltro- a guardare fuori dagli ospedali, ai cinquantenni in cassa integrazione con tre figli, a chi una casa neanche ce l’ha; e i più semplici che in fondo ho una bella intelligenza e sicuramente le cose si metteranno bene e che c’è solo da saper aspettare e portare un po’ di pazienza.
e io infatti questo faccio, aspetto, non bovinamente, certo, non senza tentare di indirizzare il mio destino, ma comunque aspetto e non riesco a fare a meno di credere che non è esattamente così che me l’ero immaginata la mia vita.
da adolescente pensavo che da grande sarei stata una signora allegra, morbida, con un lavoro dignitoso, un marito, una casa in campagna, cani, gatti, bambini, degli alberi da frutto, tante amiche, una macchina scassata, un orticello.
le premesse c’erano tutte –morbidezza e gatti in primis- ma le cose non sono andate esattamente così, e a distanza di vent’anni non riesco ancora a staccarmi da quella immagine di felicità semplice che ancora, nonostante tutto, inseguo.
martedì 21 febbraio 2012
le gitto. tempo di lettura previsto 1'01"
oggi ho imparato un sacco di cose sui faraoni e tutto l’egitto in generale, diciamo:
1. le mummie sono tutte morte.
2. quando gli egiziani morivano dopo li svuotavano e tiravano il cervello dalle narici.
3. il martedì grasso qui usa portare le scolaresche nei musei: orrore.
4. gli egiziani erano bassi –ma di pronta intelligenza.
5. esiste una cosa che si chiama diorama che poi in realtà sarebbe un modellino.
6. esistono anche i canopi che sono dei vasi con il tappo a forma di bestia dove si mettevano gli organi estratti delle mummie. a ogni bestia corrisponde un organo.
a me mi piaceva il babbuino.
7. gli egittologi sono antipatici, uno mi ha sgridato.
8. imbalsamavano anche gli animali, anche i coccodrilli.
9. i sacerdoti dei tempi facevano il pacco ai fedeli, cioè gli davano dei finti animali imbalsamati come ex voto, e quelli se lo credevano veramente.
10. ci sono i sarcofagi di tre sorelle dai nomi chiaramente impronunciabili ma che tradotti sono: ‘topolina’, ‘gattina’ e ‘buon anno’ (secondo me queste tre si sono suicidate).
11. gli egiziani avevano dei piedi lunghissimi.
12. per fare le gonne plissè usavano un metodo molto ingegnoso: scaldavano due legni zigrinati e mettevano la stoffa in pressa.
13. mangiavano un sacco di carrube.
14. il toro è sacro solo se è nero e tiene una macchia bianca in fronte. se no, non è buono.
15. la femmina dell’egiziano passava le ore a rammendare, e siccome si scocciava, nel mentre mangiava i datteri e poi sputava i semi nel cestino del cucito.
16. l’egitto era sia alto che basso.
17. andavano sempre in nave. che era sia da cerimonia che da lavoro. quella da cerimonia era col baldacchino.
18. le statue delle tombe si abbracciavano sempre. veramente è il marito che abbracciava la moglie.
domenica 19 febbraio 2012
fiori d'arancio. tempo di lettura previsto 49"
Posso affermare con incontrovertibile certezza che cinque anni fa, a quest’ora, ero la donna più felice del mondo.
E ho continuato a pensarlo a lungo. Per mesi, per anni.
Cinque anni fa a quest’ora stavo ballando con colui che da una manciata di minuti era diventato mio marito.
Avevo un vestito bellissimo, i capelli raccolti, i piedi che mi facevano male, e non riuscivo a smettere di sorridere ed avevo intorno un sacco di amici e persone che amavo e che con me e per me, pure sorridevano.
Aveva piovuto tutto il giorno ma neanche una goccia di pioggia aveva intaccato l’allegria di quelle ore.
E la speranza. Anzi, la certezza.
La certezza che da quel momento in poi la mia vita sarebbe stata sempre bella come in quei momenti e anche di più.
Non facile, certo, non sempre in discesa, ma sicuramente bella.
Perché è questo che si pensa quando ci si sposa: si va incontro con slancio alla vita che ti sorride e che ti aspetta a braccia aperte piena di sorprese e di risposte.
E poi che il matrimonio è un fatto bellissimo: metti la tua vita nelle mani di un’altra persona, consacri il tuo amore a dio, alla comunità in cui vivi. Ti impegni a creare una piccola tribù allegra.
Ma non sempre le risposte che la vita ha in serbo sono quelle che ti aspetti, anzi. Spesso la vita sa essere molto molto cattiva, e ti tradisce e tu invece credevi in lei, ci avevi sperato proprio, e invece niente, è crudele e ti fa male.
Ti assesta dei pugni nella pancia fortissimi, che ti levano il respiro.
ti tramortisce, ti attacca alle spalle così all’improvviso, e non fai neanche a tempo ad accorgertene che stai guardando cadere a pezzi, impotente, una roba che sembrava solidissima, indistruttibile. E invece.
Invece stai lì, tra i cocci, cercando di capire come è potuto succedere, quando è iniziata la discesa, cosa hai detto, cosa avresti dovuto dire, cosa hai fatto, cosa avresti potuto fare.
Ma a quel punto le domande sono del tutto inutili, e le risposte assolutamente vane.
C’è solo da mettere la tua vita in qualche scatola, asciugare le lacrime, stringere i denti, accettare il fallimento, attraversare il dolore.
E ricominciare. E sperare che un’altra felicità è possibile.
Sono passati un po’ di anni da allora e nonostante tutto non ho smesso di pensare che da qualche parte c’è un angolino dove posso riposarmi e riprendere fiato.
Sono certa che deve essercene uno anche per me.
venerdì 17 febbraio 2012
sette giorni, sette tempi. tempo di lettura previsto 3'12"
Sabato, LA NEVE.
è lirica, soffice, bella da fare male.
al mio arrivo la città ne era piena, poi ha iniziato a sciogliersi e adesso quella coperta bianca e densa si sta trasformando in una roba grigia e fangosa ammonticchiata sui marciapiedi.
però ho avuto il tempo di affondarci le mani (coi guanti di lana!) e i piedi, opportunamente più coperti.
è una sensazione bellissima, come quel gioco che facevamo da bambini che dovevi mettere le mani in quel riquadro chiodato e poi il negativo ti restituiva la forma. è strano come una cosa così fredda possa essere al tempo stesso accogliente e invitante, forse perché sembra panna.
comunque quando poi diventa ghiaccio, occhio che si scivola.
Domenica, ROBERTO.
roberto –altrimenti detto gargamella- è quella creatura mitologica mezza uomo mezza scherzo della natura, che da grande vorrebbe fare l’albergatore. dico da grande perché la strada è ancora lunga, diciamo.
affitta le stanze di una che un tempo deve essere stata una casa normale, adesso è tipo un cesso.
e’ un uomo grigio: capelli –pochi- grigi, occhi grigi, pelle grigia, denti e gengive grigi pure loro.
è sempre vestito con molti strati di indumenti, nonostante la temperatura caraibica degli interni torinesi. è invadente, allunga sempre l’occhio nella stanza quando apro la porta, vagamente molesto, poco brillante, usa un detersivo, ottimo, che si chiama ‘nonna papera’.
ci tiene a farmi sapere che si è fatto diversi interventi al cuore, ma se continua a fumarsi due pacchetti di marlboro al giorno, secondo me le vene si appilano di nuovo.
pensava che da napoli gli avevo portato ‘una bella pastiera’, ma non ho capito perché.
Lunedì, LE CASE.
in principio fu una stanza orrenda, partorita credo dalla mente di un serial killer, ma più probabilmente di roberto stesso. levato un armadio azzurro che, seppur basculante, ha di un armadio tutte le fattezze, quel che ne resta è una tenda di broccato color senape, arricchita con velluti e passamaneria preziosa che dialoga con una scrivania di plastica, un lume a pinza, una rosa di plastica poggiata su una mensola irraggiungibile, un tappetino da bagno, una tv che non si accende e una parete sulla quale è rappresentato –tempera su intonaco- tutto il sistema solare: c’è venere, giove, saturno coi suoi anelli, la terra, il sole appunto, nettuno –naturalmente tutti collocati senza un minimo di verosimiglianza scientifica.
e poi fu ‘magenta’: economico, centrale e soprattutto violetta friendly.
sopportabile se si levano i poster di pamela anderson dai muri e i pisellini dell’albero di natale da sopra la porta.
in mezzo monica l’estetista, ficcata in culo al mondo, mansarde ai limiti della umana vivibilità, e marco, avvenente punkabbestia dottorando in filosofia morale.
Martedì, IL LAVORO.
“buongiorno”
“buongiorno”
“ha la carta più signora?”
“grazie”
“sono 10 euro e 50. sulla carta ha un credito di 2 euro e 30 centesimi, defalchiamo o continua ad accumulare?”
“continuo grazie, tanto ho tempo fino a marzo, no?”
“certo, fino al 30 marzo. le occorre un sacchetto di carta a 5 centesimi?”
“sì grazie”
“sono 10 e 55, ecco a lei signora grazie e buon pomeriggio”
“grazie a lei e buon lavoro”
Mercoledì, LA SOLITUDINE.
dice che stando soli si cresce, ci si conosce meglio, ci si confronta con se stessi e si impara a fare –e gustare-le cose che prima facevi solo in compagnia, tipo andare al cinema, scendere apposta per prendersi un caffè, sedersi a un tavolino di un bar, visitare una mostra, andare al ristorante.
a me veramente sembra che a stare soli si sta soli e basta, e non so se è così bello, soprattutto quando non sei esattamente la compagnia che sceglieresti per un’avventura, ma tant’è.
però ho trovato un posto bellissimo, vicino a piazza castello dove mi piace sedermi e leggere il mio libro.
lì pure sono sola, ma riscaldata dal caffè americano, i cataloghi di arte sulle mensole, il sorriso gentile delle cameriere, il passeggio oltre il vetro, gli sguardi incuriositi dei clienti.
Giovedì, I TORINESI.
se sono falsi ancora non lo so, però sono cortesi.
ed educati, soprattutto. civili. cioè che tipo ti dicono grazie e prego, ti cedono il passo, ti tengono una porta, si fermano sulle strisce anche solo se sospettano che tu voglia attraversare la strada, non pazzeano con la suoneria del cellulare, non gridano, non sporcano, hanno rispetto per la cosa pubblica.
sono anche mediamente accoglienti.
a differenza di quanto mi aspettavo le donne non sono molto ricercate: non ne ho vista una che avesse una manicure impeccabile, una piega fresca, un gioiello bizzarro, una borsa da urlo. nulla. e gli uomini pure non sono tutta ‘sta favola: levato roberto, voglio dire, e qualche raro esempio vichingo, girano tutti con la testa infilata nel cappotto, un po’ cupi.
Venerdì, LE AMICHE.
vecchie, giovani, giovanissime, sagge, pedanti, stupide, divertenti, vicine, oltrefrontiera, oltreoceano.
dopo la gatta sono la cosa che mi manca di più. il loro sorriso, il loro calore, il loro affetto.
pensare che tanto è giovedì e allora ci vediamo? faccio un salto al vomero ci prendiamo il solito caffè? devo andare in centro mi accompagni? insomma, loro.
mi hanno accolta, capita, sorretta, aiutata, protetta.
hanno asciugato le mie lacrime e condiviso le mie gioie.
hanno raccolto i miei sfoghi notturni, mi hanno accompagnato in attese interminabili, ospitato a cena anche quando non avevano niente per cena.
lenito la mia solitudine.
ascoltato le mie paturnie, rispettato il mio dolore, sorriso alla mia contentezza, scacciato le mie paure, pagato le mie consumazioni, spesso -direi sistematicamente- riaccompagnato a casa.
ma tanto torno, eh.
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