sabato 25 agosto 2012

flatmates. ovvero meglio soli. tempo di lettura previsto, 3'26"

la prima cosa che mi è stata detta entrando in questa casa è stata 'vedi, qui è tutto ordinato, pulito. sai, paolo ci tiene molto'. il che unito alla carezza dorata che mi regala la luce riflessa sul parquet di una stanza gigante, mi fa dire 'sì, dai. è lei'.
pensavo che dopo l'esperienza nella casa delle blatte, nulla poteva essere peggio. ma sottovalutavo la nuova compagine di coinquilini che mi attendeva al varco.
ma anzi: magari mi avesse atteso. avrebbe significato entrare in una qualche relazione minima con la gente che ciabatta in questa casa fatiscente, condividere con loro un pensiero, una porta che sbatte, avrebbe significato una vita di comunità, insomma. invece zero assoluto.

io però ero partita bene: ingenua come candy candy volevo fare amicizia con tutti all'inizio. giuro. mi immaginavo grandi feste, tavolate, dai organizziamo una cena che ognuno prepara qualcosa, scusa mi presti il phon? dai, stai meglio con la maglietta blu, cose così.
ma lo dovevo capire da subito che le cose non sarebbero andate così, come nel mio piccolo mondo delle meraviglie me le ero immaginate. più precisamente da quando chiara, una biondissima ligure con la bocca piccola piccola tipica della cattiveria, due gambe stecchite su un tronco dalla forma della busta del latte e pure un poco di gobba, mi fa: 'ma dai, vieni da napoli? senti, ma è vero che a napoli esiste la camorra?' e poi, non paga: 'sai, al mio paese  ogni mese fanno un mercato e c'è sempre un napoletano con un furgone che vende le borse false della camorra, io e mamma ci andiamo sempre, ma di nascosto, sai'.
purtroppo non ho avuto la prontezza di ricordare a questa brillante promessa dell'ingegneria meccanica che il comune di ventimiglia, il suo paese, appunto, è appena stato sciolto per infiltrazione mafiosa. 
ma chiara, poverina, vive in un mondo tutto suo: è un piccolo universo fatto di maggiordomi, biscotti plasmon, arroganza, scarpe jimmy choo, e una madre che per convenzione chiameremo 'il capò': un femminone di due metri, faccia cavallina che denuncia tutti i suoi anni, corpo tonico, energico, un fascio di muscoli, ma di quelli che ti fai solo lavorando sodo. pensati il povero capò che colpo a vedersi davanti questa figliola a forma di boiler. e che infatti, la sua attività preferita dopo il ramazzo è vessare la piccola chiara, costringerla a diete improbabili -per esempio mangia barbabietola tutti i giorni, si pesa gli spicchi di mandarino dopo aver tolto i semi- comprarle abbigliamento tecnico per il jogging, farle leggere riviste tipo 'star bene' o 'donna moderna'.  ah, e naturalmente ricordarle di chiudere la porta di camera sua a chiave perchè in giro 'stanno i napoletani'. anni e anni di questione meridionale buttati nel cesso.

al secondo posto della mia hate list c'è jesus.
lo so nonna pare brutto dire 'io odio jesus', ma invece sì. pure lui era partito benino, dava quel tocco di esotico alla casa con tre forchette: costaricano, istruttore di discipline aeree alla scuola di circo, famiglia di musicisti, cuore grande da vegetariano, uno di quelli che dice sempre buongiorno e buonasera.
ci sono volute poche settimane per capire che quello che si celava dietro la gentilezza  e i belati era in realtà una montagna di malafede, furbizia, disonestà e zozzimma. avesse mai lavato una forchetta che fosse una, senza esservi costretto con la forza, o pulito il bagno o la cucina, o passato una pezza per terra. ma mai. per non parlare della roba sparita dal frigo, dei saponi dal bagno. e che cazzo, compratelo un bagnoschiuma. fatto il cattivo servizio, però, lo scaltro jesus sente il fieto del miccio e si gioca la carta mariadefilippi: 'mi manca tanto il mio paese, che bello avere la mamma vicina che ti coccola, non ho soldi per pagarmi il dottore'. e intanto mi fotto i biscotti dalla dispensa. jesus, ma tu l'hai capito che io vengo da napoli, o no? a chi vuoi pigliare per il culo? per fortuna se ne è andato per sempre, lasciando le bollette da pagare, boli di polvere sotto il suo letto e pentole incrostate.
il bronzo va a paolo. ma solo perchè lui in casa ci sta solo il week end, intendiamoci. ho idea che se me lo fossi visto tra i piedi tutta la settimana, si sarebbe battuto per un bel secondo posto. paolo è il titolare del contratto di fitto. è un ometto triste, uno di quelli che ti immagini che all'asilo già sembravano vecchi, potrebbe avere trenta o settantadue anni, come i giapponesi, non riconosceresti la differenza. non a caso porta gli occhiali con la montatura dorata, do-ra-ta,  e un pigiama viola con dei panda. vagamente rattuso, parla solo di lavoro e di soldi e sta lì a fare conti, piegato sui suoi fogli, concentratissimo, non sbaglia un calcolo. e devo dire che pure lui in quanto a pulizia non scherza: non gli ho mai visto lavare le lenzuola di un lettino nel quale dorme, anche a 38°, col trapuntino e il pigiama lungo. non me lo voglio neanche immaginare sotto a quelle coperte che ci sta. e paolo sarebbe quello che ci teneva che tutto fosse sempre pulito? stabbene.

ovviamente da questa casa degli orrori tra una settimana, finalmente, me ne vado, dopo sei mesi di puntuali imprecazioni. ma il sugo di questa storia rimane triste: parti che ti vuoi fare una braciata in terrazzo, finisce che ti nascondi la carta igienica nell'armadio per paura che qualcuno se la fotte.

venerdì 29 giugno 2012

svegliarsi un anno fa. tempo di lettura previsto 1'43"

le carte, i fax, le voci di corridoio, gli avvocati, il telefono che squilla all'impazzata, il telefono che squilla a vuoto, le lacrime, la paura, l'incredulità, i momenti di cauto ottimismo -pochi-.
gli sciacalli, i finti amici, i salvatori dell'ultim'ora, i politici di quart'ordine. i padroni del mondo che ti promettono la salvezza, i predatori, quelli che fino a ieri ti stringevano la mano e adesso fanno finta di non conoscerti, le mani che sudano, i sorrisi imbarazzati, le pacche sulle spalle, le mail che non arrivano, le risposte che non arrivano, la società civile che si indigna per qualche minuto, la stampa amica che promette di mobilitarsi.
i sospetti che si insinuano, guardarsi negli occhi e scoppiare a piangere, guardarsi negli occhi e scoprire che non siamo tutti uguali, guardarsi negli occhi e capire che è veramente finita. andare in ufficio in macchina, per l'ultima volta e caricarla di quello che puoi, di sette anni di lavoro, sette anni di vita: carte, libri, faldoni, quel ventilatore che l'aria condizionata non ha mai funzionato, quella stufa che il riscaldamento non ha mai funzionato. e ancora penne senza tappo, milioni di penne senza tappo, dvd, faldoni, kit di pronto soccorso, raccoglitori, polvere, cd., e un sacco di ricordi, un sacco di emozioni.

vecchi impiegati, rifiuti della società che ti salutano grassi, felici della tua sconfitta, risarciti dalla tua disperazione. l'essere umano riesce ad essere veramente orribile quando vuole. accanto ad essi, giovani (?) prostitute di regime, che hanno premura che liberi la scrivania, la loro nuova scrivania: dureranno pochi mesi, il tempo che si capisca quanto valgano in realtà o che la loro carica erotica si esaurisca.
e la cattiveria, dio quanta cattiveria, la cattiveria dei 'buoni', la più pericolosa: regalata, sbattuta in faccia con tracotanza, perfino con orgoglio, anche quando sei un corpo molle e agonizzante. come se insultare, mortificare, ferire, rendesse più forte chi lo fa, ma calpestare non restituisce giovinezza o freschezza o salute. i cuori marci, i cuori sporchi, quelli restano così per sempre.

le forze che sono allo stremo, la stanchezza di un anno di battaglie e di tribunali e di corse e di false speranze e di false promesse, strette di mano preelettorali nelle stanze dei bottoni, sentirsela di botto, tutta sulle spalle. e valutarne il peso e chiedersi cosa farai domani, e rendersi conto che domani sarà dura, molto dura, perchè non sai far altro che quello, perchè per anni non hai fatto altro che servire una causa che ritenevi giusta- nonostante tutto, ti sei affannato a riscattare un privilegio, ripulirti di una macchia, rivestire di dignità l'indecoroso, difendere l'indifendibile.
ma a nulla sono serviti abnegazione, diligenza, senso del lavoro, onestà, rispetto dell'altro. tutto è finito in uno scatolone, insieme ai ricordi e ai fogli e alla spillatrice. tutto è stato dimenticato, il lavoro svolto, gli sforzi profusi. ti consola solo pensare che non incontrerai più le facce tremende di colleghe imbarazzanti, il vuoto pneumatico dentro i loro occhi, ma ti dispiace per giovanni, il macchinista della funicolare che ti raccontava ossessivamente dei suoi viaggi in brasile e per salvatore, il ragazzo del bar: lui ci è sopravvissuto.

è passato un anno da allora. e un sacco di lacrime e un sacco di paura e un dolore così forte che ti fa piegare in due. la mia vita è più o meno ricominciata, ovviamente lontano da lì. ovviamente da zero. ma nonostante tutto non riesco a dimenticare il torto subito, il furto subito: il furto della speranza, il furto della dignità, il furto del sogno.

sabato 9 giugno 2012

benedetto treno. tempo di lettura previsto 57"

questa è la storia di un treno mancato troppe volte, ma preso quella giusta.

è la storia di un uomo bellissimo e stropicciato che ha con se' dei fiori per stupire, il libro sbagliato, un sorriso disarmante, il cuore pieno di paura e di speranza, uno zaino per restare.
e del mio cuore pieno di paura e di incredulità.

è la storia di un anno di lacrime, di errori, di paure, di tradimenti, di lotte, di ritardi, di appuntamenti notturni, di fughe e di ritorni. di porte lasciate sempre aperte, di un cuore ostinato che non si rassegna.
di un cuore che non si rassegna, aspetta, e ricompensato, raccoglie.

 è la storia di abbracci tanto struggenti che hai paura di staccarti, di guerre coi cuscini, di autobus notturni, di film sbagliati, di giorni passati a ridere in una stanza piena di luce -parziale indennizzo per un clima ostile-  di giorni passati a piangere in una stanza piena di luce, di mille gatti neri alla finestra, di una casa brutta e cattiva ma tanto la prossima sarà bellissima, materassi sul pavimento, spazi stretti per una sola persona figuriamoci per due, di un seme che sboccia -due semi che sbocciano, una lanterna rossa, ballare senza musica pur di tenersi stretti, un disordine imbarazzante, la paura di non sapere nulla di domani, l'ebbrezza del non sapere nulla di domani.
è la storia di mille discorsi cominciati e mai finiti, di musiche noiose, noiosissime, di un letto rigovernato con cura- quindi dignitosamente, di due occhi scuri e profondi, due mandorle bambine che ti fanno tremare le ginocchia, di un tempo dissipato in maniera indegna, conti che non tornano, chili di gelato, programmi per le vacanze.

è la scoperta di strade nuove in una città nuova, di infiniti gesti di infinita, struggente dolcezza, di pentole inadeguate a una cucina gourmet, la prima volta in un museo, insieme, e scoprire che è bello, la prima volta ad un concerto, insieme, e scoprire che lui si sbatte parecchio, chliometri di capelli sul cuscino.
di pelle liscia come quella dei bambini, e dei bambini le paure e le ansie, i sorrisi, le finte mortificazioni, il solletico.
di una camicia orrenda, e pochi altri -ma selezionati- capi; uno zoo alle pareti e uno zoo da visitare.
è la storia  di baci infiniti, della comparsa di un sentimento- la gelosia- che non credevo appartenermi, dormire in treno -esperienza da non ripetere, ovviamente- la certezza che un giorno prepareremo dell'hummus, la certezza che un giorno avremo mille animali e una bicicletta, la certezza che non mi stancherò mai di accarezzarlo.

è la storia di una donna insofferente e di uomo che la tempera, di un uomo incerto e di una donna che lo indirizza. è la storia tra due creature imperfette e spaventate che si tengono per mano. è una bellissima storia d'amore.

giovedì 10 maggio 2012

red suede shoes. tempo di lettura previsto 1'26"


dice freud che quando perdi un paio di scarpe significa che in realtà te ne vuoi comprare un paio nuove. lui è vagamente più scientifico, ma il senso è quello.
io di scarpe ne ho perse almeno tre paia nella mia vita, ma ne ho comprate decisamente molte di più.
gettate, mai.
perchè come ogni donna nata nell'ultimo quarto di secolo -o anche un po' prima- accumulare compulsivamente scarpe è una specie di obbligo morale, diciamo. e io non faccio eccezione: dal tacco 12 alla ballerina passando per la zeppa (mi pento e mi dolgo) fino allo stivale.

conservare sempre, buttare mai. anche se non te le metti, perchè te le sei comprate per quel vestito che tanto comunque non ti metti, se ti fanno malissimo, se sono di due numeri più piccole, con le stringhe che ti segano o tanto basse da farti venire i crampi: mai.
poi ci sono quelle a cui sei particolarmente legata, ogni donna ne ha un paio. e anche io.
sono delle ballerine, anche abbastanza brutte devo dire, nere, con una specie di fettuccia e la para bianca comprate durante un viaggio a berlino (il gusto dei tedeschi è cosa nota, guardate derrick) : mi avevano mandato il bagaglio a francoforte, e piuttosto che andare in giro scalza per una settimana, ho rifugiato in un grande magazzino cercando un giusto compromesso tra orrore e praticità.

e le incontrate: ho incontrato quelle che da quel momento in poi ho sempre considerato le mie scarpe da viaggio e che in tutti i giri della mia vita, parecchi devo dire, mi hanno sempre seguito. per dieci anni. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.
dieci anni di esplorazioni e prati e passeggiate stremanti e cene e pic nic nei parchi e arrampicate e ghiacci  e sentieri impervi e vulcani. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.

teoricamente sono ancora in buono stato (perchè se il gusto dei tedeschi è raccapricciante, non lo è la qualità delle cose che fabbricano, guardate la bmw), ma è arrivato il momento di salutarle. dopo dieci anni. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.
il tempo passa, e scorrendo si porta dietro un sacco di cose, belle e brutte. quelle belle cerco di conservarle, di trattenere i ricordi e le emozioni e le paure e i batticuori. quelle brutte le chiudo in un sacchetto, assieme alle scarpe di derrick, e via. un respiro profondo, forse una lacrimuccia, un ultimo saluto alle compagne di viaggio.

adesso mi aspettano nuove esplorazioni e prati e passeggiate stremanti e cene e pic nic nei parchi e arrampicate e ghiacci  e sentieri impervi e vulcani.
non so se a freud piacciano o meno, ma io ho puntato un paio di kickers rosse.


mercoledì 25 aprile 2012

volare, oh oh. tempo di lettura previsto 2'02"

non ho mai preso l'aereo da sola.
ho sempre fatto viaggi lunghi, meno lunghi, lunghissimi, ma mai senza nessuno nella cui carne affondare le unghie. perchè volare mi fa abbastanza paura.
terrore, è più corretto.
ed è inutile stare lì a sciorinare i soliti dati e le solite statistiche  e che l'aereo è  il mezzo di trasporto più sicuro e che l'aria se non lo sai è una superficie: mi fa paura lo stesso. perchè penso sempre che se gesù ci voleva fare volare ci faceva con le scelle. non è una teoria molto scientifica, mi rendo conto, ma mi sento comunque abbastanza in sintonia col suo ideatore.
però effettivamente con l'aereo in due ore stai a casa, è tranquillo, recuperi una giornata piena, magari incontri qualcuno carino che ti si siede accanto. basta poco per convincermi: pigliammece 'st aereo.
già lo start up, veramente, lascia un poco a desiderare: susanna sbaglia strada due volte (non per colpa sua, quello capodichino è segnalato veramente una mappina) e intanto nonna, anche se non la vedo che sta dietro, mi ci gioco una mano che prega.
mentre il timor panico di perdere l'aereo serpeggia nella nostra micra, una bella napulegna di 95 kg scarsi, pochi denti e molte dita di ricrescita, ci illumina il cammino e conquistiamo l'ingresso dell'aeroporto in un orario dignitoso.
al check-in sto solo io, una con lo smalto mangiato e uno steward idiota che non trattiene le rise quando -dopo avergli confessato il mio battesimo di volo in solitaria- gli metto in mano anche la tessera fedeltà della conad, per non sbagliare.
lo scherno continua quando gli chiedo il mio binario qual è.
devo dire però che dal check-in in poi sono una scheggia: becco il gate al primo colpo, mi muovo sciolta, vado in bagno senza che gli occhiali da sole mi finiscano nel cesso, caccio perfino un libro; insomma, sono molto credibile. anche il look è quello giusto: jeans che mi finiscono sotto le scarpe, t-shirt, golf, e uno zainetto che tipo non usavo dalla seconda media.
faccio la mia porca figura, insomma, peccato che accanto a me non sia seduto nessuno di carino.
veramente non è seduto nessuno proprio, in compenso, alleviano la mia solitudine un familiare afrore di pizza rustica e gli sms di chi sa accarezzare le mie paure.
in verità il sapore di casa  è evocato anche da un paio di premi nobel nelle ultime file che trovano molto divertente chiamare 'schettino' il comandante e che attaccano a miagolare quando si spengono le luci.
immagino saranno gli stessi che applaudiranno quando atterreremo.
solo dopo il decollo inizio a rilassarmi: io odio quell'accelerazione iniziale, cioè io quando guido non metto neanche la IV, per dire.
comunque mi rilasso, e mi rilasso al punto tale che caccio perfino il mio giovane i-pod (ovviamente non senza il sospetto di innescare un meccanismo di esplosione) e mi abbandono ai nouvelle vague.
in fondo un'ora e quindici passa in fretta: un occhio scettico fuori dal finestrino, uno ai miei compagni di viaggio, la gambe che formicolano, il ricordo di baci appassionati in un week-end pieno di sorprese, le signorine che passano e mi vogliono offrire un'aranciatina; ma io declino educatamente. ho i miei pavesini classe 1984, pare sia un'ottima annata.
sono le 22.47 quando atterro a torino e constato -non senza una punta di orgoglio- di essermela cavata molto dignitosamente.
mi sento pronta per mille nuove avventure.
viva.
in fondo si può diventare grandi anche da adulti, no?

mercoledì 4 aprile 2012

tema: la mia mamma. tempo di lettura previsto 2’38”

la mia mamma si chiama susanna, ha 64 anni, è alta 1,65, ha i capelli corti, castani, occhi castani, corporatura media (da qualche tempo è un po’ ingrassata, veramente,  ma continuerei a definirla ‘media’), gli occhiali.  per tutta una vita ha insegnato matematica e scienze, adesso sta in pensione, si dedica con molta passione al volontariato ospedaliero. prima fumava tanto, poi ha smesso; da qualche mese ha ripreso. io spero sempre che smette di nuovo –o almeno che riduce un po’- anche la nonna è preoccupata.
fuma, gioca a carte e beve pure tanti caffè: una viziosa, insomma. e poi le piace la nutella, moltissimo, ne mangia a cucchiaiate: una delle poche cose che non è riuscita a trasmettermi. perché per il resto, anche se mi piace pensare di avere la mappa genetica  dei galmuzzi –cioè, da parte della sua famiglia si chiamano ‘marziani’ , voglio dire-  mi rendo conto di somigliarle ogni giorno di più, e non è che me ne dispiaccia poi così tanto.
perché è una donna buona e generosa e cristallina. ha proprio un cuore enorme, dove trova spazio chiunque, anche chi è stato irrispettoso con lei, o malvagio, o scorretto. il suo cuore è come la sua casa, come la sua cucina: puoi bussarci  a qualunque ora, trovi sempre da sederti e qualcosa di buono da mangiare, magari un cioccolatino dimenticato in fondo al cassetto, una pacco di biscotti infilatosi chissà dove.
non serba mai rancore, a nessuno, ma sorride e va avanti, dimenticando, o meglio facendo finta di. qualcuno può pensare che sia segno di sciatteria o di superficialità. niente di tutto questo: è solo un sano, cristiano, senso di accoglienza dell’altro. non dice mai di no, come me. e questo effettivamente non sono proprio contenta di averlo ereditato, eh.
però come lei provo a sorridere sempre, sempre guardare il buono che c’è nelle cose e nelle persone, non scoraggiarmi, andare avanti, dirmi che domani in fondo sarà migliore. 
da lei ho imparato l’arte culinaria e l’amore di cucinare per chiunque, nutrirlo, stringerlo nell’abbraccio di un cibo gustoso, confortevole, preparato con amore.
però non provate a chiederle una ricetta: non vi darà mai due volte la stessa, se ne dimentica sempre qualche pezzo, se ne inventa sempre qualche altro.
da lei ho imparato anche a farmi la manicure (quanti soldi di estetista risparmiati- almeno quelli) e anche le nostre mani si somigliano, anche se lei dice che le mie sono più belle. e si somigliano pure le nostre gambe: la forma è identica, solo che le mie sono più lunghe (io ho lo stacco di cosce galmuzzi).
per molti anni –fino al liceo- mi ha comprato lei i vestiti, orrendi devo dire, e mi faceva anche tagliare i capelli in una maniera che se qualcuno chiamava i servizi sociali mi mandavano subito in una casa famiglia. ma tanto a mamma sei sempre bella , sì certo.
quando le ho chiesto come nascevano i bambini mi ricordo che mi ha detto che una notte lei e papà si erano abbracciati fortissimo e da quell’amore ero nata io. ho sempre pensato che se avessi avuto un figlio avrei voluto dirgli lo stesso,  credo che sia una risposta oggettivamente perfetta.
e mi ricordo anche che è corsa di notte a svegliarmi e mi ha messo davanti alla tv quando è caduto il muro di berlino: avevo 13 anni, non capivo niente (non che adesso, eh) ma quelle immagini di gente felice e incredula ed esausta  ma forte e affamata di vita e di giustizia me le ricordo come se fosse ora e la ringrazio di avermi strappato a qualche ora di sonno.
dice sempre di se stessa che non è molto intelligente e che io –come papà per tutta una vita- la sovrasto.
oddio, una scheggia non è: quella volta che l’ho portata agli studi di ‘un posto al sole’ per farle una sorpresa,  pensava che le avevo comprato una tomba, sì, una tomba.
ma in realtà è solo pigra e forse, giustamente, un po’ stanca. io credo che abbia un ottimo potenziale e mi arrabbio perché non lo sfrutta, invece.  mi arrabbio anche quando è malata, o non si sente bene o mi chiede aiuto: patisco la sua vulnerabilità, mi spaventa. mamma è sempre quell’abbraccio, l’unico abbraccio, all’interno del quale le mie lacrime possono sciogliersi senza pudori, né paure, mica si può mettere in malattia.
è stonata, ma le piace cantare lo stesso e poi a ogni compleanno deve sempre intonare ‘tanti auguri a te’ e tutta la famiglia la odia per questo, perché è insopportabile, ma lei va giù dritto, e in fondo, mette allegria. ha sempre i cibi scaduti in frigo, è distratta, ripete sempre la stessa cosa, è insistente, si perde un sacco di roba, e poi ha il vizio di volerti per forza far leggere o ascoltare quello che in quell’esatto momento ha deciso lei: ha letto una roba interessante? non uscirai da quella porta senza che lei abbia declamato con tono stentoreo e vagamente teatrale l’articolo di giornale o la pagina del libro che ha deciso di propinarti. e poi pretende sempre di farmi sentire le canzoni di vecchioni: mamma a me vecchioni non mi piace, non fa niente che è un professore, è triste, mi fa la palla.
è sempre molto orgogliosa di me, e quando ho preso quel tesserino di pubblicista fetente, si credeva che tipo mi avevano assunto in rai e pretendeva che mi comprassi delle giacche e dei tailleur e lo diceva a tutti, che vergogna, anche alle commesse dei negozi. per via dello stesso tesserino, per anni mi ha affidato la stesura di: biglietti di auguri, messaggi di cordoglio, elenchi di cosa portare in vacanza, telegrammi di condoglianze, liste della spesa, verbali delle assemblee di condominio, menù pasquali e natalizi, annunci immobiliari, lettere di protesta, atti di convegni.
è una vita che mi ripete anche  ‘jà, sei giornalista, e scrivimela una bella lettera’: mammina mia, spero di averti accontentato.

mercoledì 28 marzo 2012

casa. tempo di lettura previsto 1'26"

all’inizio furono dei tappetini di legno, bellini, colorati, perfettamente inutili che tanto non assorbono niente, ma sempre meglio di quelli di finta moquette con i fiori bruttissimi.
poi una mano di colore su qualche parete, un cactus gigante dipinto su una porta di legno, tanti quadri, tanti libri, foto ovunque, ovunque calamite, anche una a forma di maiale, bellissima, sulla cappa della cucina che tiene ferma una foto di papà ragazzino con un maiale ancora più grande di lui.
un sacco di potos, tutti figli di una pianta vecchissima che mi ha seguito per anni, dei piatti di vietri, il cassetto con tutti gli accessori per fare i dolci, una tenda pesantissima, viola, che quel lampione non si spegne mai e la notte da fastidio. un lettone matrimoniale nuovo di zecca, un altro cassetto con cose che non si possono dire, una coperta colorata, il terrazzino dove è sbocciato l’amore tra alfredo e violetta, uno zerbino molto francese, un calendario amato, finalmente quel foulard di niki de saint phalle comprato al giardino dei tarocchi e tenuto sempre da parte. un aspirabriciole -perché gli aspirabriciole sono utilissimi veramente; una radio da quattro soldi che infatti non si sente niente, teoria e tecnica dello stenditoio contemporaneo, una vasca da bagno larga che uno si fa un bagno bellissimo e finalmente un cuscino che non ti bagni i capelli.  fiori di plastica  attaccati sullo scarico del bagno piccolo, una mattonella a forma di armadillo bruttissima, la cassetta degli attrezzi di papà, un divano comprato a metà prezzo, gatti ovunque –gatti veri e gatti dipinti, gatti disegnati, gatti incollati, gatti ritagliati. uno scaletto nero con dei pois colorati, molto grazioso; bottiglie di vino, bottiglie di grappa, bottiglie di pastis, bottiglie di porto.
molte amiche, molti amici, un solo amore, una sedia di cartone rubata, la connessione adsl veloce come una scheggia, quella mattonellina degli atrium project che adoro e che mi segue ovunque, le marmellate, pittare il tavolino con la bomboletta e sporcare tutto e mò a marisa chi la sente, una cabina armadio fantastica, mai riempita del tutto, dollari alle pareti, una sveglia in cucina. uccelli, molti uccelli, un piccione perfino, la bancarella con tutti i gioielli, le carte sistemate nei faldoni, una piccola cena per il mio compleanno, il telefono che non prende quasi da nessuna parte, vodafone poi: un guaio, la colazione sul tavolino verde mela, un armadio per le giacche ma tenerle sempre sulla poltrona, i giocattoli di violetta sparsi ovunque sul pavimento, quel bagno rosa che non si riesce ad ingentilire in nessun modo, una botola per gettare l’immondizia co-mo-dis-si-ma, gli otto super santos di brandon e bruce, gli allucchi della mamma di brandon e bruce, regina la portiera peruviana che non capisce niente e dice sempre di sì, continuare a vedere i film nel pc perché il dvd non ho mai imparato ad usarlo, i termosifoni che non funzionano, la luce bellissima che alle 3 del pomeriggio entra nella camera da letto, 2022, la porta del bagno che non va bene e che infatti sono rimasta mezza giornata chiusa dentro, un sacco di scaffali che poi non ho riempito più, fiori di carta in un bollitore, fiori recisi messi a seccare, fiori disegnati sulla tappezzeria delle sedie, fiori cresciuti spontaneamente nei vasi del terrazzo, fiori sgranocchiati dalla gatta.
una collezione di tazze, strofinacci bellissimi, le pentole messe nell’armadio che in cucina non c’entrano, topi appesi ai termosifoni, la cera azzeccata da tutte le parti.
ciao casa.
mi hai accolto e riscaldato per molti mesi. non so bene se ti ho amato, né se tu hai amato me.
ma abbiamo fatto un pezzo di strada assieme.
e quindi ciao, buona fortuna.