mercoledì 10 ottobre 2012

ugo, quel coso curioso. tempo di lettura previsto 1'43"

ho ricevuto una richiesta un po' strana.
lusinghiera per dei versi, ma di certo bizarra.
un amico, o come preferisce definirsi 'un mancato amico del cuore' mi ha chiesto di buttare giù qualche riga su di lui.
da principio ho immaginato che fosse solo preda di un attacco narcisistico o che la sua autostima fosse precipitata ai minimi storici: sì, gli piacerà certo il mio modo di scrivere, ma non è che io sia tutta 'sta penna strappata al campiello, quindi.
poi però mi sono detta che forse, la richiesta di questo fascinoso giovanotto che chiamerò, non so, ugo -come un gatto rosso bellissimo che avevo tanti anni fa- è tenera, non so quanto legittima, ma umile e in fondo divertente.
e quindi, oggi parliamo di ugo. ho solo un piccolo problema a riguardo: io di ugo non so quasi nulla, se non che ha un cuore bello. non so quanti anni ha, ad esempio, dove abita. non so come prende il caffè, se preferisce il mare o la montagna. se ha un cane, che scuole ha fatto (sempre ammesso che le abbia fatte) se ha la patente, se gli piace più il dolce o il salato.
come se non bastasse, l'ho frequentato anche poco poco, certamente un tempo insufficiente per farmi di lui un'idea precisa.
però una cosa la so: ugo mi sorprende sempre.
mi sorprende per discrezione, umiltà, garbo. ha una grande semplicità nel raccontarsi. non ha vergogna di apparire stupido.
ha una strana, pudica forma di dolcezza, è creativo ma sobrio, silenzioso ma attento. gli occhioni malinconici, imperscrutabili. non sorride spesso, ma dovrebbe: si illumina.
mi fa piccoli regali, tipo una volta mi disegnò un gallo con dei coriandoli. era un gioco nostro, una roba su un pollo, non mi ricordo bene. ma ho impresso nella mente quel disegno un po' stupido. e poi si ricorda di fatti assurdi, vecchi una vita, e me li ripropone a distanza di mesi. non è invadente, ha, tutt'altro, una riservatezza quasi indisponente. se ne sta sempre un po' in disparte, monolitico nella sua timidezza, allergico alla chiacchere, al clamore, alla promiscuità.
ugo, e forse non è un caso che abbia scelto di chiamarlo come il mio amatissimo ex felino, è proprio un gatto sornione, una bestia riottosa che credi tipo imbalsamata da secoli, e che invece, quando meno te lo aspetti, tira una zampata che ti leva il fiato. e lo fa con eleganza, passando dalla porta principale. e non gli frega se è in ritardo di cento anni. non si annuncia, non si giustifica, non si difende. affonda e basta. un colpo secco ma mortale. perchè mentre tu pensavi che ugo dormiva, quello invece se ne stava con un occhio chiuso e uno aperto e ascoltava, guardava, ruminava, elaborava.
qualcuno lo definirebbe lento, io non lo so. però so che tira fuori i conigli dal cappello e questo lo rende un po' magico. senza trucchi, senza lustrini, coadiuvato solo da un cuore gentile e da una matita piena di fantasia.
tuttavia, cuore e matita non bastano ad ugo per essere felice. mi sembra sempre di leggere un velo di tristezza nei suoi occhi, di malinconia, di rimpianto per una vita che ha preso una direzione che non si aspettava.
ho idea che lui la sua vita la subisca, invece di agirla. e certe volte, ascoltandolo, avrei voluto fare qualcosa di carezzevole. strappargli uno di quei sorrisi giganti che la sua matita mi ha tante volte regalato. gli voglio bene, non saprei perchè. in fondo ci siamo appena sfiorati. parlati poco. sorrisi ancora meno. però mi piace il suo modo di spuntare fuori dal nulla, il suo corteggiamento muto, mi intenerisce la sua timidezza -che giustifica dei silenzi altrimenti irritanti, trovo stimolante il suo talento, nobile la sua serietà, onesto il suo modo di raccontarsi.
trovo anche incomprensibili le ragioni della sua affezione, ma questa è un'altra storia.

giovedì 13 settembre 2012

caro diario. tempo di lettura previsto 2'03"


vengo svegliata da uno scampanellio dolce, ma deciso. e da un vociare inconfondibile, sano, felice.
è il primo giorno di scuola per i ragazzini di questa città.
mi precipito dal letto per guardarli. cazzo quanto sono belli e allegri e vivi. li sento chiamare per nome, uno per uno. si formano le classi, si disegnano i destini. anche se non riesco a vederli in faccia, quei ragazzini, posso solo immaginarne la pancia che fa male, le mani sudaticce, gli occhi che cercano altri occhi, occhi complici, occhi amici, occhi con cui guarderanno la vita nella stessa direzione per una bella fetta di tempo, alcuni addirittura per sempre. è la stagione degli inizi, è la stagione della felicità. è la stagione in cui tutto può succedere. garruli e zavorrati da borse inspiegabilmente pesanti, stringono alleanze, disegnano piani, parte la caccia alla ragazza più carina, al banco più strategico, al professore più carogna.
saranno anni speciali, non lo sanno ancora, ma in qualche modo lo avvertono. saranno anni puntualmente documentati dalle pagine dei loro diari, fedeli confessori, amici speciali, collezionisti muti di amori grandi e piccoli, aforismi solenni, baci timidi, sigarette fumate nei bagni, cantanti ritagliati dai giornaletti, biglietti del cinema, baci appassionati, brutti voti da non raccontare a casa, testi di canzoni d'amore, fughe, lacrime, chilometri di uniposca, promesse di amicizia eterna, delusioni, cuori che punteggiano le 'i'.
migliaia di pagine, tutte da riempire, cariche di aspettative e di attesa, dense di speranza.
anzi no. dense di certezze. perchè quando hai quindici anni non speri di diventare un architetto, un giornalista, un  insegnante, una mamma, un impiegato, di gestire un bar. a quindici anni ne sei eroicamente certo. e la sicurezza te la dà proprio il tuo kit della felicità: le pagine bianche di quel diario, lo zaino pasticciato già ad agosto, milleduecento pennarelli coloratissimi, quaderni super tecnici che costano un occhio della fronte, un dizionario che sfoglierai molto poco, le matite con la punta perfettamente temperata.
impossibile che le cose non vadano come pensi. il fallimento non è contemplato. la sconfitta neanche immaginata. i genitori, gli insegnanti, chiunque altro intorno a te disegni scenari apocalittici è solo un vecchio arrabbiato con la vita, fallito, frustrato. che della stessa vita non ha capito niente e che ora prova a rovinare la tua. è geloso della tua verginità, è un maligno, è un invidioso.
ci vorranno pochi anni per capire che quella non era invidia, ma un incontrovertibile invito alla prudenza. e che le cose quasi mai vanno come te le eri immaginate, e che sì, la vita ha in serbo per te un sacco di sgambetti.
ho letto da qualche parte che federico fellini era solito sedersi di fronte al suo analista senza proferire parola, ma solo mostrandogli una foto che lo ritraeva a quattordici anni. immagino il regista incredulo ingoiare un 'perchè?'.
perchè, caro diario, la vita spesso è assai indisponente.

sabato 25 agosto 2012

flatmates. ovvero meglio soli. tempo di lettura previsto, 3'26"

la prima cosa che mi è stata detta entrando in questa casa è stata 'vedi, qui è tutto ordinato, pulito. sai, paolo ci tiene molto'. il che unito alla carezza dorata che mi regala la luce riflessa sul parquet di una stanza gigante, mi fa dire 'sì, dai. è lei'.
pensavo che dopo l'esperienza nella casa delle blatte, nulla poteva essere peggio. ma sottovalutavo la nuova compagine di coinquilini che mi attendeva al varco.
ma anzi: magari mi avesse atteso. avrebbe significato entrare in una qualche relazione minima con la gente che ciabatta in questa casa fatiscente, condividere con loro un pensiero, una porta che sbatte, avrebbe significato una vita di comunità, insomma. invece zero assoluto.

io però ero partita bene: ingenua come candy candy volevo fare amicizia con tutti all'inizio. giuro. mi immaginavo grandi feste, tavolate, dai organizziamo una cena che ognuno prepara qualcosa, scusa mi presti il phon? dai, stai meglio con la maglietta blu, cose così.
ma lo dovevo capire da subito che le cose non sarebbero andate così, come nel mio piccolo mondo delle meraviglie me le ero immaginate. più precisamente da quando chiara, una biondissima ligure con la bocca piccola piccola tipica della cattiveria, due gambe stecchite su un tronco dalla forma della busta del latte e pure un poco di gobba, mi fa: 'ma dai, vieni da napoli? senti, ma è vero che a napoli esiste la camorra?' e poi, non paga: 'sai, al mio paese  ogni mese fanno un mercato e c'è sempre un napoletano con un furgone che vende le borse false della camorra, io e mamma ci andiamo sempre, ma di nascosto, sai'.
purtroppo non ho avuto la prontezza di ricordare a questa brillante promessa dell'ingegneria meccanica che il comune di ventimiglia, il suo paese, appunto, è appena stato sciolto per infiltrazione mafiosa. 
ma chiara, poverina, vive in un mondo tutto suo: è un piccolo universo fatto di maggiordomi, biscotti plasmon, arroganza, scarpe jimmy choo, e una madre che per convenzione chiameremo 'il capò': un femminone di due metri, faccia cavallina che denuncia tutti i suoi anni, corpo tonico, energico, un fascio di muscoli, ma di quelli che ti fai solo lavorando sodo. pensati il povero capò che colpo a vedersi davanti questa figliola a forma di boiler. e che infatti, la sua attività preferita dopo il ramazzo è vessare la piccola chiara, costringerla a diete improbabili -per esempio mangia barbabietola tutti i giorni, si pesa gli spicchi di mandarino dopo aver tolto i semi- comprarle abbigliamento tecnico per il jogging, farle leggere riviste tipo 'star bene' o 'donna moderna'.  ah, e naturalmente ricordarle di chiudere la porta di camera sua a chiave perchè in giro 'stanno i napoletani'. anni e anni di questione meridionale buttati nel cesso.

al secondo posto della mia hate list c'è jesus.
lo so nonna pare brutto dire 'io odio jesus', ma invece sì. pure lui era partito benino, dava quel tocco di esotico alla casa con tre forchette: costaricano, istruttore di discipline aeree alla scuola di circo, famiglia di musicisti, cuore grande da vegetariano, uno di quelli che dice sempre buongiorno e buonasera.
ci sono volute poche settimane per capire che quello che si celava dietro la gentilezza  e i belati era in realtà una montagna di malafede, furbizia, disonestà e zozzimma. avesse mai lavato una forchetta che fosse una, senza esservi costretto con la forza, o pulito il bagno o la cucina, o passato una pezza per terra. ma mai. per non parlare della roba sparita dal frigo, dei saponi dal bagno. e che cazzo, compratelo un bagnoschiuma. fatto il cattivo servizio, però, lo scaltro jesus sente il fieto del miccio e si gioca la carta mariadefilippi: 'mi manca tanto il mio paese, che bello avere la mamma vicina che ti coccola, non ho soldi per pagarmi il dottore'. e intanto mi fotto i biscotti dalla dispensa. jesus, ma tu l'hai capito che io vengo da napoli, o no? a chi vuoi pigliare per il culo? per fortuna se ne è andato per sempre, lasciando le bollette da pagare, boli di polvere sotto il suo letto e pentole incrostate.
il bronzo va a paolo. ma solo perchè lui in casa ci sta solo il week end, intendiamoci. ho idea che se me lo fossi visto tra i piedi tutta la settimana, si sarebbe battuto per un bel secondo posto. paolo è il titolare del contratto di fitto. è un ometto triste, uno di quelli che ti immagini che all'asilo già sembravano vecchi, potrebbe avere trenta o settantadue anni, come i giapponesi, non riconosceresti la differenza. non a caso porta gli occhiali con la montatura dorata, do-ra-ta,  e un pigiama viola con dei panda. vagamente rattuso, parla solo di lavoro e di soldi e sta lì a fare conti, piegato sui suoi fogli, concentratissimo, non sbaglia un calcolo. e devo dire che pure lui in quanto a pulizia non scherza: non gli ho mai visto lavare le lenzuola di un lettino nel quale dorme, anche a 38°, col trapuntino e il pigiama lungo. non me lo voglio neanche immaginare sotto a quelle coperte che ci sta. e paolo sarebbe quello che ci teneva che tutto fosse sempre pulito? stabbene.

ovviamente da questa casa degli orrori tra una settimana, finalmente, me ne vado, dopo sei mesi di puntuali imprecazioni. ma il sugo di questa storia rimane triste: parti che ti vuoi fare una braciata in terrazzo, finisce che ti nascondi la carta igienica nell'armadio per paura che qualcuno se la fotte.

venerdì 29 giugno 2012

svegliarsi un anno fa. tempo di lettura previsto 1'43"

le carte, i fax, le voci di corridoio, gli avvocati, il telefono che squilla all'impazzata, il telefono che squilla a vuoto, le lacrime, la paura, l'incredulità, i momenti di cauto ottimismo -pochi-.
gli sciacalli, i finti amici, i salvatori dell'ultim'ora, i politici di quart'ordine. i padroni del mondo che ti promettono la salvezza, i predatori, quelli che fino a ieri ti stringevano la mano e adesso fanno finta di non conoscerti, le mani che sudano, i sorrisi imbarazzati, le pacche sulle spalle, le mail che non arrivano, le risposte che non arrivano, la società civile che si indigna per qualche minuto, la stampa amica che promette di mobilitarsi.
i sospetti che si insinuano, guardarsi negli occhi e scoppiare a piangere, guardarsi negli occhi e scoprire che non siamo tutti uguali, guardarsi negli occhi e capire che è veramente finita. andare in ufficio in macchina, per l'ultima volta e caricarla di quello che puoi, di sette anni di lavoro, sette anni di vita: carte, libri, faldoni, quel ventilatore che l'aria condizionata non ha mai funzionato, quella stufa che il riscaldamento non ha mai funzionato. e ancora penne senza tappo, milioni di penne senza tappo, dvd, faldoni, kit di pronto soccorso, raccoglitori, polvere, cd., e un sacco di ricordi, un sacco di emozioni.

vecchi impiegati, rifiuti della società che ti salutano grassi, felici della tua sconfitta, risarciti dalla tua disperazione. l'essere umano riesce ad essere veramente orribile quando vuole. accanto ad essi, giovani (?) prostitute di regime, che hanno premura che liberi la scrivania, la loro nuova scrivania: dureranno pochi mesi, il tempo che si capisca quanto valgano in realtà o che la loro carica erotica si esaurisca.
e la cattiveria, dio quanta cattiveria, la cattiveria dei 'buoni', la più pericolosa: regalata, sbattuta in faccia con tracotanza, perfino con orgoglio, anche quando sei un corpo molle e agonizzante. come se insultare, mortificare, ferire, rendesse più forte chi lo fa, ma calpestare non restituisce giovinezza o freschezza o salute. i cuori marci, i cuori sporchi, quelli restano così per sempre.

le forze che sono allo stremo, la stanchezza di un anno di battaglie e di tribunali e di corse e di false speranze e di false promesse, strette di mano preelettorali nelle stanze dei bottoni, sentirsela di botto, tutta sulle spalle. e valutarne il peso e chiedersi cosa farai domani, e rendersi conto che domani sarà dura, molto dura, perchè non sai far altro che quello, perchè per anni non hai fatto altro che servire una causa che ritenevi giusta- nonostante tutto, ti sei affannato a riscattare un privilegio, ripulirti di una macchia, rivestire di dignità l'indecoroso, difendere l'indifendibile.
ma a nulla sono serviti abnegazione, diligenza, senso del lavoro, onestà, rispetto dell'altro. tutto è finito in uno scatolone, insieme ai ricordi e ai fogli e alla spillatrice. tutto è stato dimenticato, il lavoro svolto, gli sforzi profusi. ti consola solo pensare che non incontrerai più le facce tremende di colleghe imbarazzanti, il vuoto pneumatico dentro i loro occhi, ma ti dispiace per giovanni, il macchinista della funicolare che ti raccontava ossessivamente dei suoi viaggi in brasile e per salvatore, il ragazzo del bar: lui ci è sopravvissuto.

è passato un anno da allora. e un sacco di lacrime e un sacco di paura e un dolore così forte che ti fa piegare in due. la mia vita è più o meno ricominciata, ovviamente lontano da lì. ovviamente da zero. ma nonostante tutto non riesco a dimenticare il torto subito, il furto subito: il furto della speranza, il furto della dignità, il furto del sogno.

sabato 9 giugno 2012

benedetto treno. tempo di lettura previsto 57"

questa è la storia di un treno mancato troppe volte, ma preso quella giusta.

è la storia di un uomo bellissimo e stropicciato che ha con se' dei fiori per stupire, il libro sbagliato, un sorriso disarmante, il cuore pieno di paura e di speranza, uno zaino per restare.
e del mio cuore pieno di paura e di incredulità.

è la storia di un anno di lacrime, di errori, di paure, di tradimenti, di lotte, di ritardi, di appuntamenti notturni, di fughe e di ritorni. di porte lasciate sempre aperte, di un cuore ostinato che non si rassegna.
di un cuore che non si rassegna, aspetta, e ricompensato, raccoglie.

 è la storia di abbracci tanto struggenti che hai paura di staccarti, di guerre coi cuscini, di autobus notturni, di film sbagliati, di giorni passati a ridere in una stanza piena di luce -parziale indennizzo per un clima ostile-  di giorni passati a piangere in una stanza piena di luce, di mille gatti neri alla finestra, di una casa brutta e cattiva ma tanto la prossima sarà bellissima, materassi sul pavimento, spazi stretti per una sola persona figuriamoci per due, di un seme che sboccia -due semi che sbocciano, una lanterna rossa, ballare senza musica pur di tenersi stretti, un disordine imbarazzante, la paura di non sapere nulla di domani, l'ebbrezza del non sapere nulla di domani.
è la storia di mille discorsi cominciati e mai finiti, di musiche noiose, noiosissime, di un letto rigovernato con cura- quindi dignitosamente, di due occhi scuri e profondi, due mandorle bambine che ti fanno tremare le ginocchia, di un tempo dissipato in maniera indegna, conti che non tornano, chili di gelato, programmi per le vacanze.

è la scoperta di strade nuove in una città nuova, di infiniti gesti di infinita, struggente dolcezza, di pentole inadeguate a una cucina gourmet, la prima volta in un museo, insieme, e scoprire che è bello, la prima volta ad un concerto, insieme, e scoprire che lui si sbatte parecchio, chliometri di capelli sul cuscino.
di pelle liscia come quella dei bambini, e dei bambini le paure e le ansie, i sorrisi, le finte mortificazioni, il solletico.
di una camicia orrenda, e pochi altri -ma selezionati- capi; uno zoo alle pareti e uno zoo da visitare.
è la storia  di baci infiniti, della comparsa di un sentimento- la gelosia- che non credevo appartenermi, dormire in treno -esperienza da non ripetere, ovviamente- la certezza che un giorno prepareremo dell'hummus, la certezza che un giorno avremo mille animali e una bicicletta, la certezza che non mi stancherò mai di accarezzarlo.

è la storia di una donna insofferente e di uomo che la tempera, di un uomo incerto e di una donna che lo indirizza. è la storia tra due creature imperfette e spaventate che si tengono per mano. è una bellissima storia d'amore.

giovedì 10 maggio 2012

red suede shoes. tempo di lettura previsto 1'26"


dice freud che quando perdi un paio di scarpe significa che in realtà te ne vuoi comprare un paio nuove. lui è vagamente più scientifico, ma il senso è quello.
io di scarpe ne ho perse almeno tre paia nella mia vita, ma ne ho comprate decisamente molte di più.
gettate, mai.
perchè come ogni donna nata nell'ultimo quarto di secolo -o anche un po' prima- accumulare compulsivamente scarpe è una specie di obbligo morale, diciamo. e io non faccio eccezione: dal tacco 12 alla ballerina passando per la zeppa (mi pento e mi dolgo) fino allo stivale.

conservare sempre, buttare mai. anche se non te le metti, perchè te le sei comprate per quel vestito che tanto comunque non ti metti, se ti fanno malissimo, se sono di due numeri più piccole, con le stringhe che ti segano o tanto basse da farti venire i crampi: mai.
poi ci sono quelle a cui sei particolarmente legata, ogni donna ne ha un paio. e anche io.
sono delle ballerine, anche abbastanza brutte devo dire, nere, con una specie di fettuccia e la para bianca comprate durante un viaggio a berlino (il gusto dei tedeschi è cosa nota, guardate derrick) : mi avevano mandato il bagaglio a francoforte, e piuttosto che andare in giro scalza per una settimana, ho rifugiato in un grande magazzino cercando un giusto compromesso tra orrore e praticità.

e le incontrate: ho incontrato quelle che da quel momento in poi ho sempre considerato le mie scarpe da viaggio e che in tutti i giri della mia vita, parecchi devo dire, mi hanno sempre seguito. per dieci anni. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.
dieci anni di esplorazioni e prati e passeggiate stremanti e cene e pic nic nei parchi e arrampicate e ghiacci  e sentieri impervi e vulcani. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.

teoricamente sono ancora in buono stato (perchè se il gusto dei tedeschi è raccapricciante, non lo è la qualità delle cose che fabbricano, guardate la bmw), ma è arrivato il momento di salutarle. dopo dieci anni. dieci anni belli, di felicità, ma dieci anni fa.
il tempo passa, e scorrendo si porta dietro un sacco di cose, belle e brutte. quelle belle cerco di conservarle, di trattenere i ricordi e le emozioni e le paure e i batticuori. quelle brutte le chiudo in un sacchetto, assieme alle scarpe di derrick, e via. un respiro profondo, forse una lacrimuccia, un ultimo saluto alle compagne di viaggio.

adesso mi aspettano nuove esplorazioni e prati e passeggiate stremanti e cene e pic nic nei parchi e arrampicate e ghiacci  e sentieri impervi e vulcani.
non so se a freud piacciano o meno, ma io ho puntato un paio di kickers rosse.


mercoledì 25 aprile 2012

volare, oh oh. tempo di lettura previsto 2'02"

non ho mai preso l'aereo da sola.
ho sempre fatto viaggi lunghi, meno lunghi, lunghissimi, ma mai senza nessuno nella cui carne affondare le unghie. perchè volare mi fa abbastanza paura.
terrore, è più corretto.
ed è inutile stare lì a sciorinare i soliti dati e le solite statistiche  e che l'aereo è  il mezzo di trasporto più sicuro e che l'aria se non lo sai è una superficie: mi fa paura lo stesso. perchè penso sempre che se gesù ci voleva fare volare ci faceva con le scelle. non è una teoria molto scientifica, mi rendo conto, ma mi sento comunque abbastanza in sintonia col suo ideatore.
però effettivamente con l'aereo in due ore stai a casa, è tranquillo, recuperi una giornata piena, magari incontri qualcuno carino che ti si siede accanto. basta poco per convincermi: pigliammece 'st aereo.
già lo start up, veramente, lascia un poco a desiderare: susanna sbaglia strada due volte (non per colpa sua, quello capodichino è segnalato veramente una mappina) e intanto nonna, anche se non la vedo che sta dietro, mi ci gioco una mano che prega.
mentre il timor panico di perdere l'aereo serpeggia nella nostra micra, una bella napulegna di 95 kg scarsi, pochi denti e molte dita di ricrescita, ci illumina il cammino e conquistiamo l'ingresso dell'aeroporto in un orario dignitoso.
al check-in sto solo io, una con lo smalto mangiato e uno steward idiota che non trattiene le rise quando -dopo avergli confessato il mio battesimo di volo in solitaria- gli metto in mano anche la tessera fedeltà della conad, per non sbagliare.
lo scherno continua quando gli chiedo il mio binario qual è.
devo dire però che dal check-in in poi sono una scheggia: becco il gate al primo colpo, mi muovo sciolta, vado in bagno senza che gli occhiali da sole mi finiscano nel cesso, caccio perfino un libro; insomma, sono molto credibile. anche il look è quello giusto: jeans che mi finiscono sotto le scarpe, t-shirt, golf, e uno zainetto che tipo non usavo dalla seconda media.
faccio la mia porca figura, insomma, peccato che accanto a me non sia seduto nessuno di carino.
veramente non è seduto nessuno proprio, in compenso, alleviano la mia solitudine un familiare afrore di pizza rustica e gli sms di chi sa accarezzare le mie paure.
in verità il sapore di casa  è evocato anche da un paio di premi nobel nelle ultime file che trovano molto divertente chiamare 'schettino' il comandante e che attaccano a miagolare quando si spengono le luci.
immagino saranno gli stessi che applaudiranno quando atterreremo.
solo dopo il decollo inizio a rilassarmi: io odio quell'accelerazione iniziale, cioè io quando guido non metto neanche la IV, per dire.
comunque mi rilasso, e mi rilasso al punto tale che caccio perfino il mio giovane i-pod (ovviamente non senza il sospetto di innescare un meccanismo di esplosione) e mi abbandono ai nouvelle vague.
in fondo un'ora e quindici passa in fretta: un occhio scettico fuori dal finestrino, uno ai miei compagni di viaggio, la gambe che formicolano, il ricordo di baci appassionati in un week-end pieno di sorprese, le signorine che passano e mi vogliono offrire un'aranciatina; ma io declino educatamente. ho i miei pavesini classe 1984, pare sia un'ottima annata.
sono le 22.47 quando atterro a torino e constato -non senza una punta di orgoglio- di essermela cavata molto dignitosamente.
mi sento pronta per mille nuove avventure.
viva.
in fondo si può diventare grandi anche da adulti, no?