venerdì 17 febbraio 2012

sette giorni, sette tempi. tempo di lettura previsto 3'12"


Sabato, LA NEVE.
è lirica, soffice, bella da fare male.
al mio arrivo la città ne era piena, poi ha iniziato a sciogliersi e adesso quella coperta bianca e densa si sta trasformando in una roba grigia e fangosa ammonticchiata sui marciapiedi. 
però ho avuto il tempo di affondarci le mani (coi guanti di lana!) e i piedi, opportunamente più coperti.
è una sensazione bellissima, come quel gioco che facevamo da bambini che dovevi mettere le mani in quel riquadro chiodato e poi il negativo ti restituiva la forma. è strano come una cosa così fredda possa essere al tempo stesso accogliente e invitante, forse perché sembra panna.
comunque quando poi diventa ghiaccio, occhio che si scivola.

Domenica, ROBERTO.
roberto –altrimenti detto gargamella- è quella creatura mitologica mezza uomo mezza scherzo della natura, che da grande vorrebbe fare l’albergatore.  dico da grande perché la strada è ancora lunga, diciamo.
affitta le stanze di una che un tempo deve essere stata una casa normale, adesso è tipo un cesso.
e’ un uomo grigio: capelli –pochi- grigi, occhi grigi, pelle grigia, denti e gengive grigi pure loro.
è sempre  vestito con molti strati di indumenti, nonostante la temperatura caraibica degli interni torinesi. è invadente, allunga sempre l’occhio nella stanza quando apro la porta, vagamente molesto, poco brillante, usa un detersivo, ottimo, che si chiama ‘nonna papera’.
ci tiene a farmi sapere che si è fatto diversi interventi al cuore, ma se continua a fumarsi due pacchetti di marlboro al giorno, secondo me le vene si appilano di nuovo.
pensava che da napoli gli avevo portato ‘una bella pastiera’, ma non ho capito perché.

Lunedì, LE CASE.
in principio fu una stanza orrenda, partorita credo dalla mente di un serial killer, ma più probabilmente di roberto stesso. levato un armadio azzurro che, seppur basculante, ha di un armadio tutte le fattezze, quel che ne resta è una tenda di broccato color senape, arricchita con velluti e passamaneria preziosa che dialoga con una scrivania di plastica, un lume a pinza, una rosa di plastica poggiata su una mensola irraggiungibile, un tappetino da bagno, una tv che non si accende e una parete sulla quale è rappresentato –tempera su intonaco- tutto il sistema solare: c’è venere, giove, saturno coi suoi anelli, la terra, il sole appunto, nettuno –naturalmente tutti collocati senza un minimo di verosimiglianza scientifica. 
e poi fu ‘magenta’: economico, centrale e soprattutto violetta friendly.
sopportabile se si levano i poster di pamela anderson dai muri e i pisellini dell’albero di natale da sopra la porta.
in mezzo monica l’estetista, ficcata in culo al mondo, mansarde ai limiti della umana vivibilità, e marco, avvenente punkabbestia dottorando in filosofia morale.

Martedì, IL LAVORO.
“buongiorno”
“buongiorno”
“ha la carta più signora?”
“grazie”
“sono 10 euro e 50. sulla carta ha un credito di 2 euro e 30 centesimi, defalchiamo o continua ad accumulare?”
“continuo grazie, tanto ho tempo fino a marzo, no?”
“certo, fino al 30 marzo. le occorre un sacchetto di carta a 5 centesimi?”
“sì grazie”
“sono 10 e 55, ecco a lei signora grazie e buon pomeriggio”
“grazie a lei e buon lavoro”

Mercoledì,  LA SOLITUDINE.
dice che stando soli si cresce, ci si conosce meglio, ci si confronta con se stessi e si impara a fare –e gustare-le cose che prima facevi solo in compagnia, tipo andare al cinema, scendere apposta per prendersi  un caffè, sedersi a un tavolino di un bar, visitare una mostra, andare al ristorante.
a me veramente sembra che a stare soli si sta soli e basta, e non so se è così bello, soprattutto quando non sei esattamente la compagnia che sceglieresti per un’avventura, ma tant’è.
però ho trovato un posto bellissimo, vicino a piazza castello dove mi piace sedermi e leggere il mio libro.
lì pure sono sola, ma riscaldata dal caffè americano, i cataloghi di arte sulle mensole, il sorriso gentile delle cameriere, il passeggio oltre il vetro, gli sguardi incuriositi dei clienti.

Giovedì, I TORINESI.
se sono falsi ancora non lo so, però sono cortesi.
ed educati, soprattutto. civili. cioè che tipo ti dicono grazie e prego, ti cedono il passo, ti tengono una porta, si fermano sulle strisce anche solo se sospettano che tu voglia attraversare la strada, non pazzeano con la suoneria del cellulare, non gridano, non sporcano, hanno rispetto per la cosa pubblica.
sono anche mediamente accoglienti.
a differenza di quanto mi aspettavo le donne non sono molto ricercate: non ne ho vista una che avesse una manicure impeccabile, una piega fresca, un gioiello bizzarro, una borsa da urlo. nulla. e gli uomini pure non sono tutta ‘sta favola: levato roberto, voglio dire, e qualche raro esempio vichingo, girano tutti con la testa infilata nel cappotto, un po’ cupi.

Venerdì, LE AMICHE.
vecchie, giovani, giovanissime, sagge, pedanti, stupide, divertenti, vicine, oltrefrontiera, oltreoceano.
dopo la gatta sono la cosa che mi manca di più. il loro sorriso, il loro calore, il loro affetto.
pensare che tanto è giovedì e allora ci vediamo? faccio un salto al vomero ci prendiamo il solito caffè? devo andare in centro mi accompagni? insomma, loro.
mi hanno accolta, capita, sorretta, aiutata, protetta.
hanno asciugato le mie lacrime e condiviso le mie gioie.
hanno raccolto i miei sfoghi notturni, mi hanno accompagnato in attese interminabili, ospitato a cena anche  quando non avevano niente per cena.
lenito la mia solitudine.
ascoltato le mie paturnie, rispettato il mio dolore, sorriso alla mia contentezza, scacciato le mie paure, pagato le mie consumazioni, spesso -direi sistematicamente- riaccompagnato a casa. 
ma tanto torno, eh.
 

sabato 11 febbraio 2012

maledetto treno. tempo di lettura previsto 2’03”


mi piace prendere i treni. 
arrivare sulla banchina e accorgermi puntualmente che la mia carrozza è l’ultima,  salire sempre col dubbio che forse il biglietto lo dovevo timbrare anche se me  l’hanno detto mille volte che l’alta velocità quella no, percorrere il corridoio buttando un occhio a destra, un occhio a sinistra,  alla ricerca del posto, nella speranza che l’unico viaggiatore all’apparenza  alfabetizzato mi sieda di fronte, o almeno nei pressi.
analizzare le facce dei viaggiatori, il loro bagaglio, decifrare i loro vestiti per provare a capire dove sono diretti: se si muovono per amore, per lavoro, per piacere. 
e poi le confezioni di polistirolo, perfette, inequivocabilmente foriere di cibi sani, latticini che raccontano la nostalgia della casa e la speranza di ritornarci, meno frequentemente boccacci con le melanzane sott’olio, che quello il vetro si rompe.
i portatori sani di mozzarelle di bufala di solito sono gli stessi che alla via di mezzogiorno cacciano dalla tasca un panino gommoso accuratamente avvolto nella stagnola, ma nello scottex prima.
non ho mai capito il perché di questa blindatura doppia: la carta argentata conserva la fragranza del pane , i fazzolettini, viceversa, lo ammosciano, ma comunque.
indossano quasi sempre tute acetate, scarpe da ginnastica orrende, occhiali che nonostante montature audaci , ahiloro, non elevano, e sono abbastanza rumorosi.
prima di affrontare il mezzo sfilatino galbanino e cotto, di solito sfogliano la rivista di trenitalia -la pubblicazione più inutile nella storia delle pubblicazioni inutili- o, quando va bene, un corriere dello sport o quello rosa, sempre di pallone, come si chiama? la gazzetta dello sport, mi pare. nessuna lettura che impegni per più di mezz’ora, comunque, e così a cinquanta minuti dalla partenza del treno il portatore sano ha già esaurito tutto il suo corredo di intrattenimento. finalmente può passare a giocare col cellulare, e compiacersi del suo bouquet di suonerie.
la versione femminile del mozzarelliere, spesso è una ragazza di venticinque anni, può darsi carina, ma  si erde in un accento poco generoso  e in letture tipo ‘dipiù’ o ‘vero’. se sta con la mamma può scapparci anche un ‘gente’, forse.  indossa quasi sempre vestiti inadatti al viaggio, tipo un tacco dieci che complica in maniera  esponenziale tutte le operazioni di salita e discesa dal treno. di solito ha una borsa gucci o vuitton portata tipo come una flebo, e unghie pornografiche.
ma siccome è vero che le femmine sono fortunate e hanno sempre più scelta a disposizione, pure la viaggiatrice mozzarelliera ha una versione alternativa, quella ‘fiore che cresce nel cemento’: spesso è grassoccia, ha diversi strati di vestiti addosso, molti orecchini, i capelli tagliati nel cesso di casa e legge roba beat. l’accento però, resta, e anche il panino.
poi ci sono quelli che leggono, studiano sulle dispense rilegate- spesso cose di medicina , lavorano immersi nei loro tablet , fanno parole crociate difficili, o solo quelle facilitate. preferisco i primi. e di solito una signora un po’ in là con gli anni, fresca di piega, che tipo sta andando a visitare una sorella, un figlio, dei nipoti, e va trovando di parlare con me, ma io non.
il mio personale viaggio della speranza verso la capitale operaia è stato accompagnato da uno che ha dormito tutto tutto il tempo in condizioni che definirei eroiche per la sua cervicale e un triste signore impegnato nella lettura di ‘romanzo criminale’, ma in cinque ore l’ho visto sfogliare sì e no due pagine. quindi secondo me, bluffava.
e poi la squadra della nocerina, proprio tutta, pure i supporter, che andava a torino per non so che trasferta. i loro colori sono il rosso e il nero, infatti all’inizio pensavo che c’era una partita del milan –sveglia, eh?- e insomma, questi aerobici rappresentanti della provincia campana hanno accompagnato il mio viaggio con cori frizzantini strillati con un accento impossibile e vocali aperte ai limiti della slogatura mandibolare, vino rosso, salame e partite a scopone scientifico. e pure loro i panini, comunque.
tutto in una freccia rossa diretto a torino, alla ricerca di qualche risposta. 
nelle orecchie i baustelle, fuori dal finestrino, lo spettacolo struggente della neve.
 

venerdì 3 febbraio 2012

si viene e si va. tempo di lettura previsto 1'12"


e insomma, pare ch’io parta.
e ho anche una paura discreta al riguardo.
forse ‘terrorizzata’ rende meglio l’idea: una città nuova, un lavoro nuovo –cioè un lavoro-, amicizie nuove, sapori nuovi.
e la speranza che la mia esistenza stia prendendo la piega giusta, finalmente. oddio, mi basterebbe anche una piega duratura, vista la frequenza con la quale la mia vita negli ultimi anni ha fatto i capitomboli. tante case, tutte molto amate, un matrimonio felice, una separazione dolorosa, ancora case, un lavoro strappato via, la dignità strappata via, i sogni e le speranze strappati via.
‘è il trasloco più intelligente che tu abbia fatto finora’  dice la mia saggia cugina.
e forse è vero. è un’occasione per crescere, crescere ancora, provarsi in una realtà diversa, reinventarsi. e finalmente provare a guardarsi un po’ dentro, capirsi, conoscersi, magari amarsi anche.
e poi voglio dire, torino è una città fantastica, fredda vabbè, ma poi l’inverno passa, elegante, a misura d’uomo, c’è il fiume (io adoro le città coi fiumi), e ci sono i gianduiotti più buoni della storia e poi è a un passo dalla francia, anche se a me la francia non mi piace. insomma, non sembra così male.
 però. però non ci sono le mie amiche, colonne portanti della mia pigra esistenza. non  ci sono i miei affetti,  non ci sono le mie abitudini, non ci sono le mie pietre, non è la mia città, insomma.
e io non riesco a considerare questa partenza come una vittoria, seppur sia un’occasione ottima, ma come una sconfitta.
non personale, ma una sconfitta delle emozioni, diciamo. non c’è posto per me qui, non c’è uno spazio vitale, una possibilità di felicità, non c’è un amore, non c’è speranza, non c’è lavoro, non c’è futuro. e quindi vado via. mi cacciano, è più corretto, e forse è un bene, chè io da sola, il coraggio di fare i bagagli, forse non l’avrei trovato mai.
ho sempre temuto che questo momento prima o poi sarebbe arrivato, napoli  è come un fidanzato incostante: minacci di mollarlo di continuo, lo detesti con tutte le tue forze, gli gridi contro per quanta rabbia ti fa. poi sfodera un sorriso marpione e ti disarma perché non puoi fare a meno di volergli bene.
e  diciamo che io coi fidanzati che ti fanno vomitare anche le budella c’ho una discreta pratica, quindi forse questa città, accogliente ed ostile a un tempo, la potevo anche sopportare un altro poco.
ma invece. invece si parte. e si parte in febbraio, e forse non è, un caso, che nella mia vita è il mese dei  grossi cambiamenti. è il mese in cui nascono amori e amori finiscono, è il mese dei dolori, è il mese delle trasformazioni. è il mese in cui principio sempre qualcosa di importante. è anche il mese di san valentino, ma diciamo che preferisco fare finta che.
quindi io vado.
ho aspettato invano di avere una ragione per restare. e niente. ma a violetta me la porto, però.

sabato 28 gennaio 2012

emergency room. tempo di lettura previsto 2'12"

susanna è tornata a casa.
susanna è la mia mamma, la mia mamma scassamaroni per l’esattezza.
ma tutte le mamme sono scassamaroni, dunque la precisazione è inutile.
insomma, susanna, la mia mamma è tornata a casa dopo cinque giorni di ospedale. mi ha fatto prendere un bello spavento, e credo che pure lei non è che si è proprio divertita. per la paura, certo, ma non solo. perché l’ospedale è una cosa tremenda che più tremenda non si può. e tutti i luoghi comuni che li riguardano sono tremendamente veri:
sono angoscianti? sì.
puzzano? sì.
funziona tutto più o meno male? sì.
si muore di caldo? sì.
ci sono i cazzi disegnati negli ascensori? sì.
quei cibi brodosi sono proprio così brodosi? sì.
e che infatti le genti si portano i cibi da casa anche se sono diabetici e simili? sì.
però c’è sempre qualcuno gentile che fa un fatto carino che ti sorprende? sì.
le infermiere sono quasi tutte grasse e con degli orecchini di una bigiotteria scadentissima? sì.
ci trovi signore un po’ strane che ti raccontano tutti i loro fatti e giovani donne ancora più strane che li stanno a sentire? sì.
e infatti, io.
io ho fatto amicizia con luisa.
luisa sembra un po’ una strega: capelli lunghi e disordinati con tipo otto dita di ricrescita, occhi spiritati, artigli affilati, sufficientemente sporchi con un residuo di smalto del 2008, credo.
ha 74 anni ma il corpo sodo: mi fa verificare di persona lo stato di tonicità delle sue cosce.
io non è che ci tenessi, devo dire, però pareva brutto non.
comunque luisa, il cui problema, oltre alla demenza, credo sia una cosa tipo flebite, è molto arrabbiata: dice che i nipoti la odiano tutti e non se ne spiega le ragioni. secondo me invece è perchè è stata una zia cattiva, parla sempre di soldi ed è tirchia. e poi dice che la nipote è brutta e grassa (un poco tiene ragione, maria peserà 164 chilogrammi al netto degli ori). 
abita a giugliano col figlio e la nuora. il figlio si chiama gaetano è del ‘55 ed è nato di 6,7 chili: ovviamente è figlio unico.
è vedova da cinque anni: tonino, il marito, oltre ad averle lasciato una buona pensione, era bello: per averne conferma mi fa vedere il ciondolo con la foto. non so se tonino tecnicamente sia un bello, immagino abbia avuto un suo pubblico, diciamo. comunque tonino, non per disprezzare, ma faceva l’ebanista. ma mica un ebanista qualunque, addirittura l’ebanista al comune di napoli.
luisa non  deve essere abituata all’idea di incontrare qualcuno che conosca il significato di questa parola, perché quando con entusiasmo le dico: ‘ah, chissà che bei mobili che avete a casa’ lei si fa rossa rossa, si commuove quasi e trova nella mia sapienza la ragione della mia bellezza.
l’attenzione e la cura con la quale la ascolto, uniti al fatto che so perfino cosa sia un ebanista, fa pensare a luisa che io sia una donna speciale, perfetta per suo nipote, e dopo essersi sincerata che io non sia vedova a mia volta, mi parla di questo bravo ragazzo ma sfortunato in amore, di cui, naturalmente, ho avuto il numero di telefono. dice che lo devo chiamare, se l’è fatto promettere.
se io e il nipote ci sposiamo lei fa venire a cantare pino daniele al matrimonio. dice che è zia anche sua. ma pure se mi sposo a un altro, siccome si vede che sono buona, lei a pino daniele me lo fa venire a cantare lo stesso. se però pino daniele non  mi piace posso far venire monica sarnelli, anch’essa nipote, ovviamente.
io veramente non ho intenzione di risposarmi, né penso che farò mai quel numero di telefono, però luisa, teniamoci in contatto, non si può mai sapere.

lunedì 23 gennaio 2012

pasqualone. tempo di lettura previsto 1'03"

questa è la storia di pasqualone.
pasqualone è un omone grande e grosso. 
fatto di ferro, fili, tubi, vetro, è alto molti metri e può fare un po’ paura, perfino.
l’ho incontrato ieri, attraversando una strada un po’ magica, una strada che cammina sul mare, una strada sulla quale i grandi passeggiano e i bambini corrono e gridano. 
gridano pure i grandi, veramente, ma comunque.
da lontano sembra piccolo, pasqualone, poi ti avvicini e lui si manifesta in tutta la sua imponenza. è un gigante di ferro un po’ arrugginito. gli occhi sono tondi e buffi, i capelli arruffati, ha un’espressione un poco triste: secondo me si sente solo. 
esposto al vento, alla mercè dei gabbiani dispettosi, sciupato dalla salsedine. deve fare freddo d’inverno, lì, in mezzo al mare.
ma pasqualone ha anche un’aria fiera e superba. perché finalmente si sono accorti di lui, di questo gigante dall’aria stupita che giaceva dimenticato tra caldaie e colate continue, nascosto da una ciminiera. 
ha dormito per parecchi anni pasqualone, poi un giorno qualcuno ha iniziato a smontare quell’inferno di macchine e cavi e bulloni e tondini d’acciaio e lo hanno trovato lì che sonnecchiava all’ombra di un forno a calce. è stata una scoperta sorprendente: la testa sembrava proprio la colonna di una ciminiera ed era –incredibilmente- coperta da un intreccio di cavi di acciaio -un nido per uccellacci di ferro- che suggeriva una capigliatura  sciatta e disordinata. 
e che dire del resto? due riflettori e una bombola d’ossigeno per formare gli occhi e  il naso: incredibile  come tutti questi pezzi, incontratisi per caso, abbiano finito per dare un viso a quell'omone. e nessuno se ne era mai accorto prima, eh.
benedetta dismissione, hai liberato il gigante dalla sua prigione di rottami e gli hai regalato finalmente l’aria, finalmente il sole, finalmente il mare. e anche i gabbiani, ma vabbè.
adesso pasqualone è più felice: accoglie con un sorriso difficile da immaginare, i grandi che passeggiano e i bambini che corrono e gridano, e i grandi pure che gridano, mentre il sole gli scalda la schiena.

forse qualcuno proverà a dirmi che quel totem è frutto della fantasia di un giovane artista napoletano,  e che i riflettori antideflagrazione e i tondini d’acciaio sono stati messi lì apposta a formare gli occhi e i capelli e che pasqualone, lui no, mica dormiva quando l'hanno trovato.
ma io non lo so se a questa storia ci voglio credere.


domenica 8 gennaio 2012

il primo amore non si scorda mai. tempo di lettura previsto 53"

sei entrato nella mia vita una sera di novembre.
faceva freddo, c’era vento, era buio buio, mi pare fosse una notte senza luna.
sei sbucato fuori dal nulla, la tua sagoma imponente mi ha spaventato dapprima, poi incuriosito, infine stregato. ho apprezzato da subito le tue spalle forti, i tuoi capelli folti e grigi, la tua andatura certa.
ma soprattutto ho amato il tuo modo di guardarmi, languido e sicuro, paziente, rispettoso.
non avevi fretta di conoscermi, toccarmi, sentire il mio odore: ti bastava che i nostri occhi si incrociassero per essere felice, e in quell’attesa ho imparato ad amarti.
e ad aspettarti, ogni sera. appena calava il buio il mio naso andava per aria, perso a cercare il tuo corpo, decifrare il tuo passo, intuire i tuoi movimenti.
e tu puntuale, ogni sera, sei venuto a regalarmi attimi di gioia e struggimento. hai saputo essere paziente, rispettare i miei tempi, sopportare le mie intemperanze.
spesso sei stato accolto col sorriso e del cibo gustoso, preparato per rendere più piacevole la tua visita.
ero certa di poter dire che in quelle ore  ci fossimo amati. mi sembrava che volessimo le stesse cose, che immaginassimo un futuro insieme, passeggiate al chiaro di luna, baci, carezze languide.
e invece.
invece sei sparito. così, nel nulla. come tutti.
avrei dovuto ascoltare chi mi diceva che eri uguale a tutti gli altri maschi, una bestiaccia egoista, strafottente e irrispettosa, che si prende quello che vuole nel momento in cui lo vuole e  poi, quando si stufa, gira le spalle e se ne va, così, senza neanche salutare.
mi hai ferita. ferita ed umiliata: pensavo di piacerti, che volessi conoscermi un po’ meglio, che potessimo costruire qualcosa. ti sei divertito solo a sedurmi, maledetto narciso e adesso, adesso che io sono pronta per l’amore tu esci come un lampo dalla mia vita, così, senza neanche una spiegazione.
ho perso l’appetito, da giorni non mangio nulla. ho solo voglia di starmene chiusa in casa, al caldo, sul letto. nulla raccoglie la mia attenzione, nulla desta il mio interesse. ho solo bisogno di carezze e abbracci. ho bisogno di sentirmi amata, ho bisogno che qualcuno lodi le mie forme sinuose e acerbe, si perda nel velluto dei miei capelli, mi domi, mi stringa.
ho bisogno di capire che non mi sono sbagliata e che anche tu mi ami e allora ti chiamo, scruto il cielo, grido il tuo nome alla luna, ma tu non mi rispondi.
vaffanculo alfredo.

v.

martedì 3 gennaio 2012

ciao frodo. tempo di lettura previsto 1'23"

è morto frodo.
cioè non è che è morto proprio frodo frodo quello del ‘signore degli anelli’, ma uno che io chiamavo così perché ci somigliava.
a pensarci bene forse neanche tanto:  innanzitutto non aveva la taglia di un hobbit, ma anzi direi che era alto e smilzo. però aveva un sacco di capelli ricci, acconciati in una piega che neanche cristian, il cantante, e gli occhioni grandi e verdi e buoni. quelli sì.
poi si metteva degli stivaletti a punta sotto pantaloni ultraskinny, e dei laccetti al collo, tipo con dei ciondoli indiani, orrore. questo magari  preferisco non ricordarmelo.
credo che fosse un uomo allegro: tutti i suoi dipendenti –gli impiegati del piccolo supermercato che dirigeva- erano sempre felici e complici tra loro e cordiali. tranne gianni, ma vabbè quello è incazzato con la vita perché è zoppo, quindi non fa testo.
frodo è stata una delle prime persone che mi ha sorriso quando sono arrivata, sola, nella mia nuova, ennesima casa. ha sorriso a una donna giovane, che  forse trovava carina, un viso nuovo nella zona, una spesa enorme.
e di fronte a quella mezza dozzina di sacchetti mi sono sentita in dovere di raccontargli un po’ di fatti miei. non che io sia nota per la mia riservatezza, eh.
ma insomma, in pochi minuti, ma poi nelle settimane e nei mesi, frodo ha condiviso i miei dolori piccoli e grandi : il matrimonio, la casa, la separazione, poi il lavoro e ‘ma dai, sei bella e giovane e intelligente, vedi che tutto si sistema, su’. frodo credeva nella vita più di me, evidentemente.
spesso giocava a indovinare dalla spesa che facevo, cosa dovevo cucinare e per chi, e ogni tanto ci prendeva. un intuito che non lo supportava sempre, però: quando ha visto che ho iniziato a comprare omogeneizzati mi ha chiesto se avessi un bambino. ebbene, ho dovuto ricordargli che la nascita di un bambino di solito è preceduta da una gravidanza, uno stato facilmente intuibile, diciamo. e che no, gli omogeneizzati alla platessa erano per la gatta.
poi mi voleva sempre  far fare la tessera del super che io per scaramanzia non ho mai voluto fare: ogni giorno la stessa tarantella, lui diceva che la tessera allunga la vita. eh.
e poi basta. non ricordo molto altro di lui, se non che aveva una macchina color salmone, tipo una twingo e che una volta mi ha fatto comprare la carne sbagliata per lo spezzatino che gliela dovevo solo chiavare appresso. e poi che ogni volta che andavo cercando i cetrioli per fare lo tzatzichi mi diceva che per colpa del batterio killer i cetrioli non si trovavano ma poi invece il fruttivendolo a fianco ne aveva cataste.
non so neanche come si chiamasse o quanti anni avesse o se avesse famiglia.
però so che è sbagliato che sia morto, travolto da una macchina che non si è fermata, e che forse il mio saluto gli avrebbe strappato un altro sorriso.