venerdì 8 marzo 2013

lotto marzo. tempo di lettura previsto 2'14"


era bello l'otto marzo quando andavo al liceo.
era bello perchè sapevo che c'era comunque un fiore anche per me.
nei giorni che lo precedevano le prof. più emancipate, quelle che avevano fatto il '68, per intenderci, farcivano le ore di lezione con i racconti dell'esplosione di una miniera di non so più dove, e lo strazio di tutte quelle operaie morte e quindi la tutela e quindi il rispetto e quindi la rivendicazione dei diritti e bla.
ma non mancavano, le stesse figlie della rivoluzione sessuale con un piede ancora negli anni '50, di compulsare quei poveracci dei nostri compagni di classe, a portarci un rametto di mimosa. e loro non mancavano mai a questo appuntamento, mai, mai. 
chi per la paura di una interrogazione punitiva, chi per approfittare dell'occasione ghiotta e fare il carino con quella che gli piaceva, chi perchè era talmente soggetto che se non assolveva ad un dovere imposto, ne moriva.
a farne le spese era il gigantesco albero di mimose che incombeva all'ingresso dell'edificio. ci vuole fortuna pure a nascere alberi e lui, purtroppo, non ne ha avuta mai. negli anni temo che migliaia di sedicenni si siano appesi ai suoi rami stanchi, spennandolo senza pietà, pur di risparmiare le tremila lire che sarebbero servite per comprare le mimose quelle vere, con la carta trasparente intorno e il nastrino rosso, in vendita dall'abusivo sotto scuola.
qualcuno però le mimose quelle grassocce, gialle gialle le portava veramente. erano quelli che dovevano fare i fighi e non te le lasciavano sul banco, ma aspettavano che la prof. entrasse per esibirsi nel gesto plateale. e poi c'erano quelli che io a queste cose non mi piego, faccio il superiore, io, che sono queste cretinate, e ti lanciavano dall'ultimo banco una pallina di mimosa triste e solitaria, che però, non sai perchè, ti faceva piacere lo stesso.
dubito che anche solo uno di quei ragazzi goffi e coi capelli appiccicati di gel, capisse il significato del gesto che era chiamato a fare: al diavolo la memoria delle operaie sepolte nel crollo, e pure l'albero, certo, che pena qui rami spezzati, ma vuoi mettere l'emozione di quelle palline da infilare sull'orecchio?
perchè hai quindici anni. e quando hai quindici anni, un fiore ti strappa un sorriso, sempre.
anche perchè poi arrivano i venti, e poi i trenta. e ti avvii verso i quaranta e gli unici fiori che ricevi sono quelli che ti porta nonna al compleanno, o un corteggiatore sfigatissimo con cui tanto non uscirai mai.
perchè dice che l'emancipazione, certo, che dobbiamo essere uguali uomini e donne, stessi diritti, stessi doveri, che avere le stesse opportunità non può essere l'atto di benevolenza di un governo, ma un diritto acquisito.
ma infatti.
e quindi facciamo le femmine sfrontate, che escono solo in branchi, e ci facciamo forza tra di noi, ci raccontiamo le reciproche pene d'amor perduto, per scoprire, che poi sono sempre le stesse, per scoprire che poi sono sempre gli stessi, e dio questi maschi, sono tutti così prevedibili, sono tutti così insopportabili, sono tutti così inguaribili, giuro se rinasco divento lesbica.
e tutto questo è molto triste. ed è triste per entrambi.
incredibile a dirsi, è vero, siamo uguali, e non c'è legge che ce lo abbia imposto: siamo ugualmente impoveriti, ugualmente infelici, ugualmente condannati a vivere guardando l'altro con diffidenza, neanche fosse un nemico. carichi di quei pregiudizi e di quei luoghi comuni che precedono la fama di chiunque, anche di un perfetto sconosciuto, persuasi che l'altro non potrà mai essere diverso da come la convenzione vuole che sia.
siamo sconsolati, stanchi, malinconici, sfiduciati. siamo fondamentalmente soli.
non ci crediamo più, e non so se è solo perchè non abbiamo più quindici anni.
ma io rivoglio le mie mimose, a me quei rami spelacchiati mi mancano assai.

 

sabato 29 dicembre 2012

tutto sommato, un anno d'amore. tempo di lettura previsto 2'19"


capodanno, tempo di bilanci. oppure tempo di buoni propositi per l'anno che viene.

evito di pronunciarmi in intendimenti -non amo venire meno ad un impegno preso, e ancor di più evito di fare bilanci, che se non mi ha sepolto questo 2012 credo che non morirò mai più.

e quindi posso solo provare a raccogliere quello che ho imparato su di me e sugli altri, a conservare le emozioni, a fare tesoro di quanto è accaduto.

per esempio ho scoperto che posso prendere l'aereo da sola, senza necessariamente invocare la morte del pilota. che in ogni lavoro, anche il più semplice, possono nascondersi delle piccole soddisfazioni. che è vero che se la gatta mangia solo croccantini il pelo le resta più lucido. che il pile è caldo. che anche una città col fiume può essere struggente. che le persone sono cattive. che i palloncini, quelli che volano, sono gonfiati ad elio e non ad aria. che sono fortunata ad avere ancora nonna. che mi piace viaggiare in treno anche per molte ore. che pure murakami può deluderti, e che l'ambizioso progetto di leggermi la 'recherche', morirà a pagina ottantaquattro de 'dalla parte di swann'. che ci sono persone lontane, che riescono a regalarti il sorriso con un bacio inaspettato, e persone vicine che di bacio ti riservano quello di giuda. che i luoghi comuni sono maledettamente veri, e quelli sui torinesi, madonna, sono verissimi. poi ho imparato che si può vivere con poco, con pochissimo, e tutto sommato essere contenti lo stesso, e che milioni di vestiti non erano necessari, ma milioni di orecchini, quelli sì. che senza mia madre non potrei fare nulla, non potrei essere nulla, che le devo la vita tutta, anche se talvolta si merita le mazzate. che chi ti giudica, di solito è un fallito. che amerei daniele silvestri anche se cantasse le canzoni dello zecchino d'oro. che ci sono persone nella mia vita che ci resteranno per sempre. che mi piacciono le case piene di luce. che si può volere bene in tanti modi, ma odiare in uno solo. ho imparato che quel modo di pittare i mobili e decorare casa che mi piace moltissimo, si chiama 'shabby', e adesso è la mia ossessione. che il portogallo è un paese orribile. che in fondo sono una romantica. che andare in bicicletta è un modo fantastico di spostarsi. che molti si rallegrano nel mio sorriso, e questo mi fa venire voglia di sorridere più spesso. ho scoperto e amato 'boris' una serie fantastica, mentre fellini niente, non lo riesco proprio a digerire. ho imparato che era possibile amare ancora, anche se mi ha detto male. che la zucca e le melanzane sono i miei ortaggi del cuore, ma che le zucchine no, non riuscirò mai ad amarle. che in giro ci sono un sacco di codardi, ma anche un sacco di uomini e donne coraggiosi e umili e che mi piace guardare a loro e sperare di somigliargli. che è bello anche viaggiare con uno zaino. che il merchandising di medjugorje è veramente il più brutto del pianeta. che dietro ogni persona c'è una storia lunga e complessa, ma che non sempre vale la pena di conoscerla, questa storia. che si può essere molto adulti a vent'anni e molto acerbi a quaranta; e che io ho un fiuto speciale nell'inciampare in entrambe le categorie. ho imparato che ci sono persone cretine che purtroppo non guariranno mai. che quegli stivali di camoscio, dopo otto anni di rappezzi li devo buttare per forza. che non tutti pensano e agiscono come me o come io credo sia giusto, è legittimo; ma che è legittimo scegliere di non volere dividere la mia strada con loro. che dalla pigrizia non si esce. che piangere fa bene, libera. che se non c'è almeno mezza tonnellata di ammoniaca dentro, la tintura è inutile che te la fai, non piglia. che se sono amata da molte persone, in fondo così malaccio non devo essere. e poi ho imparato che bisogna aspettare, e che l'attesa può rivelarsi molto preziosa. ma soprattutto ho scoperto che anche da un dolore molto forte, può nascere qualcosa di speciale.

venerdì 2 novembre 2012

astenersi perditempo. tempo di lettura previsto 2'56"

ho i capelli tinti, uso molto trucco, cerco di tenere le mani sempre in ordine, mi depilo, ho le gambe un po' a ics, ma pare discrete. mi piace vestirmi bene, ho il culo piatto, poco tonico, non troppa cellulite ma quella che c'è me la faccio bastare. gli occhioni che brillano, il sorriso aperto, un punto vita imbarazzante, poche tette. sono alta un metro e settanta e mi piace mettere i tacchi. ho la erre moscia, un tono di voce spesso stridulo, un accento irrinunciabilmente partenopeo, sordo alle contaminazioni.
quindi se sei uno che gli piace la femmina acqua e sapone, detesti le pezze, subisci le donne alte, ti piacciono le mazze di scopa dal fascino emo che parlano pulito e hai problemi con marisa laurito, caro mio, niente da fare.
 
sono petulante, lagnosa, molto insofferente. ripeto sempre le stesse cose, ma quelle che mi vengono dette spesso me le scordo. capricciosa, un po' snob, molto pigra. non sono per niente furba, ma ingenua e trasparente, di una trasparenza non sempre premiante. sono generosa, vagamente integralista, terribilmente precipitosa.
quindi se la tua capacità di sopportazione è ai minimi storici, ami le persone riflessive, la tua pazienza langue e pensi di fare i trucchetti con me, caro mio, niente da fare.
 
mi piacciono gli animali moltissimo. e la natura. i film solo se finiscono bene, la televisione trash, la musica un poco tamarra -ma non solo quella ringraziando iddio, i cartomanti, i neomelodici. mi diverte fare battute a doppio senso, e apprezzo l'umorismo in generale. dico sempre quello che penso e misuro molto poco le mie parole: spesso esagero, spesso faccio male. ma so sempre chiedere scusa. ovunque vada mi devo sempre portare via un ricordino, qualcuno direbbe che sono un po' cleptomane.
quindi se sei del genere stronzo cagnetto, vorresti uccidere maria de filippi, hai bisogno che una battuta ti venga spiegata, ti offendi facilmente e odi winona ryder, caro mio, niente da fare.
 
sono una bambina, incontentabile, disperatamente bisognosa di premure, molto impegnativa, spaventata. non riesco a stare da sola, vorrei che tutti si amassero e che, soprattutto mi amassero. mi delude una parola data e non mantenuta, mi deludono le promesse mancate. non so gestire la cattiveria, il male gratuito mi spiazza, mi disarma. però perdono sempre, dimentico con faciltà, non riesco a serbare a lungo rancore, e una carezza ben fatta mi conquista senza dubbio.
quindi se vuoi una donna autonoma, non ti impegni nel dare quello che hai promesso, sei distratto, pratichi quotidianamente la meschinità, ti spaventa il dolore, se hai un cuore gretto e mediocre, caro mio, niente da fare.
 
ho un matrimonio alle spalle non del tutto sepolto, mille lutti, una vita sentimentale affollata e dolente, una profonda irrequietezza. tendo a scappare, tendo a tradire, tendo a rifugiarmi dalla realtà. sono una donna molto accudente, mi piace la casa, mi piacciono i mestieri. vorrei disperatamente una famiglia ma penso che è un poco tardi, ho un sacco di rimpianti.
quindi se la tua massima aspirazione è cercare moglie al ballo delle debuttanti, vuoi vivere senza una femmina problematica e che pulisce dove tu passi, odi poppate e pannolini, caro mio, niente da fare.
 
 
non ho un lavoro, e mi sono spesa pure tutta la liquidazione, nè sono ottimista riguardo ad una prossima, imminente ricollocazione. in compenso sono oculata, riciclo tutto, insomma vivo con poco. piango molto, mi addormento davanti ai film, quasi sempre; pretendo mille carezze, coccole infinite basta che non mi si tocchino i capelli, non metabolizzo l'abbandono.
 
quindi se pensi che ti metto nello stato di famiglia, non sai asciugare le mie lacrime, ti vergogni che scapuzzèo al cinema e pensi di entrare ed uscire dalla mia vita come da un cesso pubblico, caro mio, niente da fare.
 
 
amo circondarmi di oggetti spesso inutili, ma carichi di emozioni e di significati. amo anche circondarmi delle persone che amo, spesso le mescolo, mi riscaldano. odio pollyanna e il suo gioco della felicità: è un bluff, non ha mai funzionato. ho deciso di imparare l'uncinetto, amo fare la cose da me. devo avere sempre l'ultima parola, sono una criticona, ho da ridire su qualunque cosa, un giorno avrò una gallina, sono piena di ansie, rivendico il mio diritto all'affanno.

 
quindi se sei sobrio, non riesci ad accogliere i miei affetti imperfetti, pensi sempre che il cielo è blu sopra le nuvole, odi le uova fresche, ti spaventano la paure altrui e hai il terrore di una casa tricot, caro mio, niente da fare.
ovviamente sono molto anche egocentrica.

mercoledì 10 ottobre 2012

ugo, quel coso curioso. tempo di lettura previsto 1'43"

ho ricevuto una richiesta un po' strana.
lusinghiera per dei versi, ma di certo bizarra.
un amico, o come preferisce definirsi 'un mancato amico del cuore' mi ha chiesto di buttare giù qualche riga su di lui.
da principio ho immaginato che fosse solo preda di un attacco narcisistico o che la sua autostima fosse precipitata ai minimi storici: sì, gli piacerà certo il mio modo di scrivere, ma non è che io sia tutta 'sta penna strappata al campiello, quindi.
poi però mi sono detta che forse, la richiesta di questo fascinoso giovanotto che chiamerò, non so, ugo -come un gatto rosso bellissimo che avevo tanti anni fa- è tenera, non so quanto legittima, ma umile e in fondo divertente.
e quindi, oggi parliamo di ugo. ho solo un piccolo problema a riguardo: io di ugo non so quasi nulla, se non che ha un cuore bello. non so quanti anni ha, ad esempio, dove abita. non so come prende il caffè, se preferisce il mare o la montagna. se ha un cane, che scuole ha fatto (sempre ammesso che le abbia fatte) se ha la patente, se gli piace più il dolce o il salato.
come se non bastasse, l'ho frequentato anche poco poco, certamente un tempo insufficiente per farmi di lui un'idea precisa.
però una cosa la so: ugo mi sorprende sempre.
mi sorprende per discrezione, umiltà, garbo. ha una grande semplicità nel raccontarsi. non ha vergogna di apparire stupido.
ha una strana, pudica forma di dolcezza, è creativo ma sobrio, silenzioso ma attento. gli occhioni malinconici, imperscrutabili. non sorride spesso, ma dovrebbe: si illumina.
mi fa piccoli regali, tipo una volta mi disegnò un gallo con dei coriandoli. era un gioco nostro, una roba su un pollo, non mi ricordo bene. ma ho impresso nella mente quel disegno un po' stupido. e poi si ricorda di fatti assurdi, vecchi una vita, e me li ripropone a distanza di mesi. non è invadente, ha, tutt'altro, una riservatezza quasi indisponente. se ne sta sempre un po' in disparte, monolitico nella sua timidezza, allergico alla chiacchere, al clamore, alla promiscuità.
ugo, e forse non è un caso che abbia scelto di chiamarlo come il mio amatissimo ex felino, è proprio un gatto sornione, una bestia riottosa che credi tipo imbalsamata da secoli, e che invece, quando meno te lo aspetti, tira una zampata che ti leva il fiato. e lo fa con eleganza, passando dalla porta principale. e non gli frega se è in ritardo di cento anni. non si annuncia, non si giustifica, non si difende. affonda e basta. un colpo secco ma mortale. perchè mentre tu pensavi che ugo dormiva, quello invece se ne stava con un occhio chiuso e uno aperto e ascoltava, guardava, ruminava, elaborava.
qualcuno lo definirebbe lento, io non lo so. però so che tira fuori i conigli dal cappello e questo lo rende un po' magico. senza trucchi, senza lustrini, coadiuvato solo da un cuore gentile e da una matita piena di fantasia.
tuttavia, cuore e matita non bastano ad ugo per essere felice. mi sembra sempre di leggere un velo di tristezza nei suoi occhi, di malinconia, di rimpianto per una vita che ha preso una direzione che non si aspettava.
ho idea che lui la sua vita la subisca, invece di agirla. e certe volte, ascoltandolo, avrei voluto fare qualcosa di carezzevole. strappargli uno di quei sorrisi giganti che la sua matita mi ha tante volte regalato. gli voglio bene, non saprei perchè. in fondo ci siamo appena sfiorati. parlati poco. sorrisi ancora meno. però mi piace il suo modo di spuntare fuori dal nulla, il suo corteggiamento muto, mi intenerisce la sua timidezza -che giustifica dei silenzi altrimenti irritanti, trovo stimolante il suo talento, nobile la sua serietà, onesto il suo modo di raccontarsi.
trovo anche incomprensibili le ragioni della sua affezione, ma questa è un'altra storia.

giovedì 13 settembre 2012

caro diario. tempo di lettura previsto 2'03"


vengo svegliata da uno scampanellio dolce, ma deciso. e da un vociare inconfondibile, sano, felice.
è il primo giorno di scuola per i ragazzini di questa città.
mi precipito dal letto per guardarli. cazzo quanto sono belli e allegri e vivi. li sento chiamare per nome, uno per uno. si formano le classi, si disegnano i destini. anche se non riesco a vederli in faccia, quei ragazzini, posso solo immaginarne la pancia che fa male, le mani sudaticce, gli occhi che cercano altri occhi, occhi complici, occhi amici, occhi con cui guarderanno la vita nella stessa direzione per una bella fetta di tempo, alcuni addirittura per sempre. è la stagione degli inizi, è la stagione della felicità. è la stagione in cui tutto può succedere. garruli e zavorrati da borse inspiegabilmente pesanti, stringono alleanze, disegnano piani, parte la caccia alla ragazza più carina, al banco più strategico, al professore più carogna.
saranno anni speciali, non lo sanno ancora, ma in qualche modo lo avvertono. saranno anni puntualmente documentati dalle pagine dei loro diari, fedeli confessori, amici speciali, collezionisti muti di amori grandi e piccoli, aforismi solenni, baci timidi, sigarette fumate nei bagni, cantanti ritagliati dai giornaletti, biglietti del cinema, baci appassionati, brutti voti da non raccontare a casa, testi di canzoni d'amore, fughe, lacrime, chilometri di uniposca, promesse di amicizia eterna, delusioni, cuori che punteggiano le 'i'.
migliaia di pagine, tutte da riempire, cariche di aspettative e di attesa, dense di speranza.
anzi no. dense di certezze. perchè quando hai quindici anni non speri di diventare un architetto, un giornalista, un  insegnante, una mamma, un impiegato, di gestire un bar. a quindici anni ne sei eroicamente certo. e la sicurezza te la dà proprio il tuo kit della felicità: le pagine bianche di quel diario, lo zaino pasticciato già ad agosto, milleduecento pennarelli coloratissimi, quaderni super tecnici che costano un occhio della fronte, un dizionario che sfoglierai molto poco, le matite con la punta perfettamente temperata.
impossibile che le cose non vadano come pensi. il fallimento non è contemplato. la sconfitta neanche immaginata. i genitori, gli insegnanti, chiunque altro intorno a te disegni scenari apocalittici è solo un vecchio arrabbiato con la vita, fallito, frustrato. che della stessa vita non ha capito niente e che ora prova a rovinare la tua. è geloso della tua verginità, è un maligno, è un invidioso.
ci vorranno pochi anni per capire che quella non era invidia, ma un incontrovertibile invito alla prudenza. e che le cose quasi mai vanno come te le eri immaginate, e che sì, la vita ha in serbo per te un sacco di sgambetti.
ho letto da qualche parte che federico fellini era solito sedersi di fronte al suo analista senza proferire parola, ma solo mostrandogli una foto che lo ritraeva a quattordici anni. immagino il regista incredulo ingoiare un 'perchè?'.
perchè, caro diario, la vita spesso è assai indisponente.

sabato 25 agosto 2012

flatmates. ovvero meglio soli. tempo di lettura previsto, 3'26"

la prima cosa che mi è stata detta entrando in questa casa è stata 'vedi, qui è tutto ordinato, pulito. sai, paolo ci tiene molto'. il che unito alla carezza dorata che mi regala la luce riflessa sul parquet di una stanza gigante, mi fa dire 'sì, dai. è lei'.
pensavo che dopo l'esperienza nella casa delle blatte, nulla poteva essere peggio. ma sottovalutavo la nuova compagine di coinquilini che mi attendeva al varco.
ma anzi: magari mi avesse atteso. avrebbe significato entrare in una qualche relazione minima con la gente che ciabatta in questa casa fatiscente, condividere con loro un pensiero, una porta che sbatte, avrebbe significato una vita di comunità, insomma. invece zero assoluto.

io però ero partita bene: ingenua come candy candy volevo fare amicizia con tutti all'inizio. giuro. mi immaginavo grandi feste, tavolate, dai organizziamo una cena che ognuno prepara qualcosa, scusa mi presti il phon? dai, stai meglio con la maglietta blu, cose così.
ma lo dovevo capire da subito che le cose non sarebbero andate così, come nel mio piccolo mondo delle meraviglie me le ero immaginate. più precisamente da quando chiara, una biondissima ligure con la bocca piccola piccola tipica della cattiveria, due gambe stecchite su un tronco dalla forma della busta del latte e pure un poco di gobba, mi fa: 'ma dai, vieni da napoli? senti, ma è vero che a napoli esiste la camorra?' e poi, non paga: 'sai, al mio paese  ogni mese fanno un mercato e c'è sempre un napoletano con un furgone che vende le borse false della camorra, io e mamma ci andiamo sempre, ma di nascosto, sai'.
purtroppo non ho avuto la prontezza di ricordare a questa brillante promessa dell'ingegneria meccanica che il comune di ventimiglia, il suo paese, appunto, è appena stato sciolto per infiltrazione mafiosa. 
ma chiara, poverina, vive in un mondo tutto suo: è un piccolo universo fatto di maggiordomi, biscotti plasmon, arroganza, scarpe jimmy choo, e una madre che per convenzione chiameremo 'il capò': un femminone di due metri, faccia cavallina che denuncia tutti i suoi anni, corpo tonico, energico, un fascio di muscoli, ma di quelli che ti fai solo lavorando sodo. pensati il povero capò che colpo a vedersi davanti questa figliola a forma di boiler. e che infatti, la sua attività preferita dopo il ramazzo è vessare la piccola chiara, costringerla a diete improbabili -per esempio mangia barbabietola tutti i giorni, si pesa gli spicchi di mandarino dopo aver tolto i semi- comprarle abbigliamento tecnico per il jogging, farle leggere riviste tipo 'star bene' o 'donna moderna'.  ah, e naturalmente ricordarle di chiudere la porta di camera sua a chiave perchè in giro 'stanno i napoletani'. anni e anni di questione meridionale buttati nel cesso.

al secondo posto della mia hate list c'è jesus.
lo so nonna pare brutto dire 'io odio jesus', ma invece sì. pure lui era partito benino, dava quel tocco di esotico alla casa con tre forchette: costaricano, istruttore di discipline aeree alla scuola di circo, famiglia di musicisti, cuore grande da vegetariano, uno di quelli che dice sempre buongiorno e buonasera.
ci sono volute poche settimane per capire che quello che si celava dietro la gentilezza  e i belati era in realtà una montagna di malafede, furbizia, disonestà e zozzimma. avesse mai lavato una forchetta che fosse una, senza esservi costretto con la forza, o pulito il bagno o la cucina, o passato una pezza per terra. ma mai. per non parlare della roba sparita dal frigo, dei saponi dal bagno. e che cazzo, compratelo un bagnoschiuma. fatto il cattivo servizio, però, lo scaltro jesus sente il fieto del miccio e si gioca la carta mariadefilippi: 'mi manca tanto il mio paese, che bello avere la mamma vicina che ti coccola, non ho soldi per pagarmi il dottore'. e intanto mi fotto i biscotti dalla dispensa. jesus, ma tu l'hai capito che io vengo da napoli, o no? a chi vuoi pigliare per il culo? per fortuna se ne è andato per sempre, lasciando le bollette da pagare, boli di polvere sotto il suo letto e pentole incrostate.
il bronzo va a paolo. ma solo perchè lui in casa ci sta solo il week end, intendiamoci. ho idea che se me lo fossi visto tra i piedi tutta la settimana, si sarebbe battuto per un bel secondo posto. paolo è il titolare del contratto di fitto. è un ometto triste, uno di quelli che ti immagini che all'asilo già sembravano vecchi, potrebbe avere trenta o settantadue anni, come i giapponesi, non riconosceresti la differenza. non a caso porta gli occhiali con la montatura dorata, do-ra-ta,  e un pigiama viola con dei panda. vagamente rattuso, parla solo di lavoro e di soldi e sta lì a fare conti, piegato sui suoi fogli, concentratissimo, non sbaglia un calcolo. e devo dire che pure lui in quanto a pulizia non scherza: non gli ho mai visto lavare le lenzuola di un lettino nel quale dorme, anche a 38°, col trapuntino e il pigiama lungo. non me lo voglio neanche immaginare sotto a quelle coperte che ci sta. e paolo sarebbe quello che ci teneva che tutto fosse sempre pulito? stabbene.

ovviamente da questa casa degli orrori tra una settimana, finalmente, me ne vado, dopo sei mesi di puntuali imprecazioni. ma il sugo di questa storia rimane triste: parti che ti vuoi fare una braciata in terrazzo, finisce che ti nascondi la carta igienica nell'armadio per paura che qualcuno se la fotte.

venerdì 29 giugno 2012

svegliarsi un anno fa. tempo di lettura previsto 1'43"

le carte, i fax, le voci di corridoio, gli avvocati, il telefono che squilla all'impazzata, il telefono che squilla a vuoto, le lacrime, la paura, l'incredulità, i momenti di cauto ottimismo -pochi-.
gli sciacalli, i finti amici, i salvatori dell'ultim'ora, i politici di quart'ordine. i padroni del mondo che ti promettono la salvezza, i predatori, quelli che fino a ieri ti stringevano la mano e adesso fanno finta di non conoscerti, le mani che sudano, i sorrisi imbarazzati, le pacche sulle spalle, le mail che non arrivano, le risposte che non arrivano, la società civile che si indigna per qualche minuto, la stampa amica che promette di mobilitarsi.
i sospetti che si insinuano, guardarsi negli occhi e scoppiare a piangere, guardarsi negli occhi e scoprire che non siamo tutti uguali, guardarsi negli occhi e capire che è veramente finita. andare in ufficio in macchina, per l'ultima volta e caricarla di quello che puoi, di sette anni di lavoro, sette anni di vita: carte, libri, faldoni, quel ventilatore che l'aria condizionata non ha mai funzionato, quella stufa che il riscaldamento non ha mai funzionato. e ancora penne senza tappo, milioni di penne senza tappo, dvd, faldoni, kit di pronto soccorso, raccoglitori, polvere, cd., e un sacco di ricordi, un sacco di emozioni.

vecchi impiegati, rifiuti della società che ti salutano grassi, felici della tua sconfitta, risarciti dalla tua disperazione. l'essere umano riesce ad essere veramente orribile quando vuole. accanto ad essi, giovani (?) prostitute di regime, che hanno premura che liberi la scrivania, la loro nuova scrivania: dureranno pochi mesi, il tempo che si capisca quanto valgano in realtà o che la loro carica erotica si esaurisca.
e la cattiveria, dio quanta cattiveria, la cattiveria dei 'buoni', la più pericolosa: regalata, sbattuta in faccia con tracotanza, perfino con orgoglio, anche quando sei un corpo molle e agonizzante. come se insultare, mortificare, ferire, rendesse più forte chi lo fa, ma calpestare non restituisce giovinezza o freschezza o salute. i cuori marci, i cuori sporchi, quelli restano così per sempre.

le forze che sono allo stremo, la stanchezza di un anno di battaglie e di tribunali e di corse e di false speranze e di false promesse, strette di mano preelettorali nelle stanze dei bottoni, sentirsela di botto, tutta sulle spalle. e valutarne il peso e chiedersi cosa farai domani, e rendersi conto che domani sarà dura, molto dura, perchè non sai far altro che quello, perchè per anni non hai fatto altro che servire una causa che ritenevi giusta- nonostante tutto, ti sei affannato a riscattare un privilegio, ripulirti di una macchia, rivestire di dignità l'indecoroso, difendere l'indifendibile.
ma a nulla sono serviti abnegazione, diligenza, senso del lavoro, onestà, rispetto dell'altro. tutto è finito in uno scatolone, insieme ai ricordi e ai fogli e alla spillatrice. tutto è stato dimenticato, il lavoro svolto, gli sforzi profusi. ti consola solo pensare che non incontrerai più le facce tremende di colleghe imbarazzanti, il vuoto pneumatico dentro i loro occhi, ma ti dispiace per giovanni, il macchinista della funicolare che ti raccontava ossessivamente dei suoi viaggi in brasile e per salvatore, il ragazzo del bar: lui ci è sopravvissuto.

è passato un anno da allora. e un sacco di lacrime e un sacco di paura e un dolore così forte che ti fa piegare in due. la mia vita è più o meno ricominciata, ovviamente lontano da lì. ovviamente da zero. ma nonostante tutto non riesco a dimenticare il torto subito, il furto subito: il furto della speranza, il furto della dignità, il furto del sogno.