lunedì 15 luglio 2013

cambio (punto) vita. tempo di lettura previsto 2'03"

grazie perchè non so dove te ne stavi nascosta, ma per venire fuori hai aspettato l'estate più fredda degli ultimi venticinque anni, un mese di giugno piovoso come non se ne vedevano da secoli che mi ha lasciato pallida in mezzo ai pallidi, risparmiando tra l'altro le mie caviglie da una ritenzione idrica spietata.

e grazie anche per non aver stravolto le mie forme, già non propriamente gentili, così da farmi cullare, sempre e ancora, fino alla fine, da carezze, complimenti, cuori, abbracci caldi e premure.

grazie perchè mi hai insegnato il senso dell'attesa.

grazie perchè da quando sei entrata nella mia vita, nella forma di due asticelle rosse, nulla è stato più lieve che l'idea di te: indovinare i tuoi colori, immaginarti già grande, sperare che diventassi una piccola me -giusto un po' più elastica- e pregare perchè somigliassi il meno possibile al tuo restante cinquanta per cento.

grazie perchè ho comprato colori, tubetti, pennelli e non vedevo l'ora di rimettermi a giocare.

e grazie perchè ho tirato giù i miei vecchi giocattoli, roba avveniristica per gli anni settanta che solo mio padre sapeva scovare, li ho ripuliti, risistemati alla meno peggio ed ora sono pronti a rivivere con te una seconda vita.

grazie perchè riempirai le mie giornate, impedendomi di sentirmi sola, e mi regalerai una scarica di ormoni tale che mi consentirà di giustificare, per i prossimi mesi, lacrime, turbamenti, occhiaie, musi lunghi.

grazie perchè sarò la prima persona a cui sorriderai e mi farai sentire, per la prima volta nella vita, davvero importante per qualcuno.

grazie perchè avrò finalmente qualcuno a cui raccontare storie di gatti e mucche e topolini, comprare oggetti inutili, cucinare dolci a forma di animale.

grazie perchè il tuo arrivo nella mia vita è stato un severo spartiacque: ha separato in maniera chiara i buoni dai cattivi, ha fatto naturalmente fuori chi per me non aveva rispetto, e avvicinato chi invece ha letto tra le righe della mia paura, della mia solitudine, della mia tristezza, accogliendo il mio dolore e soffiando sulle mie ferite. 

grazie perchè la mia mamma, dopo tanti mesi, è tornata a sorridere.

grazie perchè ho potuto andare in giro con serenità, sentendomi finalmente parte di qualcosa, senza provare invidia per le belle ragazze con i bei pancioni, ma solo per quelle belle, coi pancioni belli e un compagno premuroso accanto.

grazie perchè ti aggrapperai al mio collo e per te sarò tutto e avrai bisogno di me come mai nessuno prima, e mi farai sentire finalmente speciale. e grazie anche perchè potrò plasmarti come legno d'acero, insegnarti le cose più belle che conosco ed impararne ogni giorno di nuove, grazie a te.

grazie perchè finalmente tutte quelle borse e quei gioielli e quei vestiti, un giorno saranno di qualcuno che forse le troverà orrende.

grazie perchè sono ancora più forte, adesso, e potrò pensare di essere madre non più solo di un gatto, ma anche di una creatura in carne ed ossa. e grazie perchè smusserai le mie intemperanze, rafforzerai la mia pazienza, mi imporrai la tolleranza questa sconosciuta, e mi aiuterai a diventare grande un po' alla volta.

grazie perchè hai dato un senso alla mia esistenza disordinata, un indirizzo preciso, che mi aiuterà a rispondere con appagamento e gioia e infinito orgoglio a chi mi chiederà cosa faccio nella vita.

grazie perchè nella solitudine del rifiuto mi stai insegnando ad essere dignitosa e fiera, senza però avere vergogna di chiedere aiuto, e grazie perchè finalmente potrò canticchiare il motivetto di peppa pig senza sentirmi una perfetta idiota.

grazie perchè sarai bellissima e perfetta e diventerai in ordine sparso presidente della repubblica ma anche premio strega, artista pluripremiata e campionessa di pattinaggio e tutta la mia vita avrà significato qualcosa, comunque. 

e infine grazie perchè anche io per te sarò bellissima e perfetta, almeno fino a quando non avrai capacità di discernimento. ma per fortuna ci vuole ancora un po' di tempo, per quello.

martedì 19 marzo 2013

ciao. tempo di lettura previsto 1'32"


ciao, certe volte vorrei che fossi ancora qui. 
ancora una volta, almeno una, per dirmi cosa devo fare della mia vita, darmi un indirizzo, un cenno, un suggerimento. in fondo avrebbe dovuto essere tuo compito fornirmi un’indicazione minima, tracciare un solco, per darmi modo di capire se le mie scelte sono giuste o sbagliate, se i passi che compio mi porteranno lontano, se ancora una volta ho preso la strada sbagliata e mi sono immessa in un vicolo cieco. 
e vorrei averti qui anche per riposarmi, ogni tanto. e’ faticoso fare tutto da soli. e da soli assumersi la responsabilità delle decisioni, quelle grandi e quelle piccole. mi appoggerai te e ti direi, avanti, guida tu, affidandomi ciecamente. in fondo tu lo sai da prima di me quello che è giusto e quello che è sbagliato, ero nella tua mente millemila giorni fa. e invece mi tocca andare avanti da sola, un po’ a tentoni. e io detesto fare da apripista. 
molte volte mi sono detta che sei stato un po’ egoista a volare via, che non ci hai neanche voluto provare a rimanere, ad impegnarti, a portarlo fino in fondo il tuo progetto. ma poi penso solo che sei stato solo un uomo perfettibile come tanti, solo più stanco, più deluso, inconsolabilmente arrabbiato. e che forse mi hai voluto regalare solo un po’ di leggerezza. e darmi la possibilità di sbagliare da sola, cosa che peraltro mi riesce straordinariamente bene. 
e quindi eccomi qui, tanti anni senza di te che quasi non mi ricordo più la tua voce, a chiedermi cosa mi diresti se ci fossi. ma per fortuna la genetica non è un’opinione: e quel 50% di te che sono e che spesso detesto, ma che altrettanto spesso trovo brillante e divertente, mi fa un po’ da guida. so per certo, ad esempio, che avresti amato la mia rettitudine, il mio senso del giusto –il tuo senso del giusto- il mio rispetto per ogni forma di vita. e che avresti intimamente apprezzato, specchiandotici dentro, il mio sarcasmo, la mia intelligenza, la mia fierezza. disapprovato i miei studi, ma stimato le mie scelte lavorative, condannato la mia ostinazione, ma lodato la mia coerenza. 
e poi so che avresti detestato quasi tutte le mie amiche, galline. e i miei fidanzati, quelli proprio tutti: ti è bastato conoscerne solo qualcuno per capire come avrei orientato le mie scelte –cioè malissimo- e concedermi poco credito in tal senso. qualcuno potrebbe dire che li avresti odiati perché mi portavano via da te. no: erano veramente una roba inutile e perniciosa. 
naturalmente avresti trovato orrendo il modo in cui mi vesto, volgare quello in cui mi trucco, incomprensibile la necessità di possedere più di una borsa, inutile il senso di appendersi degli orecchini ai lati della faccia, tu che quando ti dicevo, vorrei uscire, mi aprivi il balcone della cucina. e io ti odiavo, e non vedevo l’ora di liberarmi di te. ma quante poche cose si capiscono a quindici anni. e non che dopo venti sia meglio: cambia la scena, ma le parti restano le stesse: i fidanzatini sono sostituiti dai compagni, le superga dai tacchi vertiginosi, il burrocacao al mirtillo dalle labbra laccate. e si continua. a sbagliare, a farsi domande, a recriminare, a cercare di scaricare le colpe su qualcun altro. ma non so perché, più passa il tempo, più funziona sempre meno. 

venerdì 8 marzo 2013

lotto marzo. tempo di lettura previsto 2'14"


era bello l'otto marzo quando andavo al liceo.
era bello perchè sapevo che c'era comunque un fiore anche per me.
nei giorni che lo precedevano le prof. più emancipate, quelle che avevano fatto il '68, per intenderci, farcivano le ore di lezione con i racconti dell'esplosione di una miniera di non so più dove, e lo strazio di tutte quelle operaie morte e quindi la tutela e quindi il rispetto e quindi la rivendicazione dei diritti e bla.
ma non mancavano, le stesse figlie della rivoluzione sessuale con un piede ancora negli anni '50, di compulsare quei poveracci dei nostri compagni di classe, a portarci un rametto di mimosa. e loro non mancavano mai a questo appuntamento, mai, mai. 
chi per la paura di una interrogazione punitiva, chi per approfittare dell'occasione ghiotta e fare il carino con quella che gli piaceva, chi perchè era talmente soggetto che se non assolveva ad un dovere imposto, ne moriva.
a farne le spese era il gigantesco albero di mimose che incombeva all'ingresso dell'edificio. ci vuole fortuna pure a nascere alberi e lui, purtroppo, non ne ha avuta mai. negli anni temo che migliaia di sedicenni si siano appesi ai suoi rami stanchi, spennandolo senza pietà, pur di risparmiare le tremila lire che sarebbero servite per comprare le mimose quelle vere, con la carta trasparente intorno e il nastrino rosso, in vendita dall'abusivo sotto scuola.
qualcuno però le mimose quelle grassocce, gialle gialle le portava veramente. erano quelli che dovevano fare i fighi e non te le lasciavano sul banco, ma aspettavano che la prof. entrasse per esibirsi nel gesto plateale. e poi c'erano quelli che io a queste cose non mi piego, faccio il superiore, io, che sono queste cretinate, e ti lanciavano dall'ultimo banco una pallina di mimosa triste e solitaria, che però, non sai perchè, ti faceva piacere lo stesso.
dubito che anche solo uno di quei ragazzi goffi e coi capelli appiccicati di gel, capisse il significato del gesto che era chiamato a fare: al diavolo la memoria delle operaie sepolte nel crollo, e pure l'albero, certo, che pena qui rami spezzati, ma vuoi mettere l'emozione di quelle palline da infilare sull'orecchio?
perchè hai quindici anni. e quando hai quindici anni, un fiore ti strappa un sorriso, sempre.
anche perchè poi arrivano i venti, e poi i trenta. e ti avvii verso i quaranta e gli unici fiori che ricevi sono quelli che ti porta nonna al compleanno, o un corteggiatore sfigatissimo con cui tanto non uscirai mai.
perchè dice che l'emancipazione, certo, che dobbiamo essere uguali uomini e donne, stessi diritti, stessi doveri, che avere le stesse opportunità non può essere l'atto di benevolenza di un governo, ma un diritto acquisito.
ma infatti.
e quindi facciamo le femmine sfrontate, che escono solo in branchi, e ci facciamo forza tra di noi, ci raccontiamo le reciproche pene d'amor perduto, per scoprire, che poi sono sempre le stesse, per scoprire che poi sono sempre gli stessi, e dio questi maschi, sono tutti così prevedibili, sono tutti così insopportabili, sono tutti così inguaribili, giuro se rinasco divento lesbica.
e tutto questo è molto triste. ed è triste per entrambi.
incredibile a dirsi, è vero, siamo uguali, e non c'è legge che ce lo abbia imposto: siamo ugualmente impoveriti, ugualmente infelici, ugualmente condannati a vivere guardando l'altro con diffidenza, neanche fosse un nemico. carichi di quei pregiudizi e di quei luoghi comuni che precedono la fama di chiunque, anche di un perfetto sconosciuto, persuasi che l'altro non potrà mai essere diverso da come la convenzione vuole che sia.
siamo sconsolati, stanchi, malinconici, sfiduciati. siamo fondamentalmente soli.
non ci crediamo più, e non so se è solo perchè non abbiamo più quindici anni.
ma io rivoglio le mie mimose, a me quei rami spelacchiati mi mancano assai.

 

sabato 29 dicembre 2012

tutto sommato, un anno d'amore. tempo di lettura previsto 2'19"


capodanno, tempo di bilanci. oppure tempo di buoni propositi per l'anno che viene.

evito di pronunciarmi in intendimenti -non amo venire meno ad un impegno preso, e ancor di più evito di fare bilanci, che se non mi ha sepolto questo 2012 credo che non morirò mai più.

e quindi posso solo provare a raccogliere quello che ho imparato su di me e sugli altri, a conservare le emozioni, a fare tesoro di quanto è accaduto.

per esempio ho scoperto che posso prendere l'aereo da sola, senza necessariamente invocare la morte del pilota. che in ogni lavoro, anche il più semplice, possono nascondersi delle piccole soddisfazioni. che è vero che se la gatta mangia solo croccantini il pelo le resta più lucido. che il pile è caldo. che anche una città col fiume può essere struggente. che le persone sono cattive. che i palloncini, quelli che volano, sono gonfiati ad elio e non ad aria. che sono fortunata ad avere ancora nonna. che mi piace viaggiare in treno anche per molte ore. che pure murakami può deluderti, e che l'ambizioso progetto di leggermi la 'recherche', morirà a pagina ottantaquattro de 'dalla parte di swann'. che ci sono persone lontane, che riescono a regalarti il sorriso con un bacio inaspettato, e persone vicine che di bacio ti riservano quello di giuda. che i luoghi comuni sono maledettamente veri, e quelli sui torinesi, madonna, sono verissimi. poi ho imparato che si può vivere con poco, con pochissimo, e tutto sommato essere contenti lo stesso, e che milioni di vestiti non erano necessari, ma milioni di orecchini, quelli sì. che senza mia madre non potrei fare nulla, non potrei essere nulla, che le devo la vita tutta, anche se talvolta si merita le mazzate. che chi ti giudica, di solito è un fallito. che amerei daniele silvestri anche se cantasse le canzoni dello zecchino d'oro. che ci sono persone nella mia vita che ci resteranno per sempre. che mi piacciono le case piene di luce. che si può volere bene in tanti modi, ma odiare in uno solo. ho imparato che quel modo di pittare i mobili e decorare casa che mi piace moltissimo, si chiama 'shabby', e adesso è la mia ossessione. che il portogallo è un paese orribile. che in fondo sono una romantica. che andare in bicicletta è un modo fantastico di spostarsi. che molti si rallegrano nel mio sorriso, e questo mi fa venire voglia di sorridere più spesso. ho scoperto e amato 'boris' una serie fantastica, mentre fellini niente, non lo riesco proprio a digerire. ho imparato che era possibile amare ancora, anche se mi ha detto male. che la zucca e le melanzane sono i miei ortaggi del cuore, ma che le zucchine no, non riuscirò mai ad amarle. che in giro ci sono un sacco di codardi, ma anche un sacco di uomini e donne coraggiosi e umili e che mi piace guardare a loro e sperare di somigliargli. che è bello anche viaggiare con uno zaino. che il merchandising di medjugorje è veramente il più brutto del pianeta. che dietro ogni persona c'è una storia lunga e complessa, ma che non sempre vale la pena di conoscerla, questa storia. che si può essere molto adulti a vent'anni e molto acerbi a quaranta; e che io ho un fiuto speciale nell'inciampare in entrambe le categorie. ho imparato che ci sono persone cretine che purtroppo non guariranno mai. che quegli stivali di camoscio, dopo otto anni di rappezzi li devo buttare per forza. che non tutti pensano e agiscono come me o come io credo sia giusto, è legittimo; ma che è legittimo scegliere di non volere dividere la mia strada con loro. che dalla pigrizia non si esce. che piangere fa bene, libera. che se non c'è almeno mezza tonnellata di ammoniaca dentro, la tintura è inutile che te la fai, non piglia. che se sono amata da molte persone, in fondo così malaccio non devo essere. e poi ho imparato che bisogna aspettare, e che l'attesa può rivelarsi molto preziosa. ma soprattutto ho scoperto che anche da un dolore molto forte, può nascere qualcosa di speciale.

venerdì 2 novembre 2012

astenersi perditempo. tempo di lettura previsto 2'56"

ho i capelli tinti, uso molto trucco, cerco di tenere le mani sempre in ordine, mi depilo, ho le gambe un po' a ics, ma pare discrete. mi piace vestirmi bene, ho il culo piatto, poco tonico, non troppa cellulite ma quella che c'è me la faccio bastare. gli occhioni che brillano, il sorriso aperto, un punto vita imbarazzante, poche tette. sono alta un metro e settanta e mi piace mettere i tacchi. ho la erre moscia, un tono di voce spesso stridulo, un accento irrinunciabilmente partenopeo, sordo alle contaminazioni.
quindi se sei uno che gli piace la femmina acqua e sapone, detesti le pezze, subisci le donne alte, ti piacciono le mazze di scopa dal fascino emo che parlano pulito e hai problemi con marisa laurito, caro mio, niente da fare.
 
sono petulante, lagnosa, molto insofferente. ripeto sempre le stesse cose, ma quelle che mi vengono dette spesso me le scordo. capricciosa, un po' snob, molto pigra. non sono per niente furba, ma ingenua e trasparente, di una trasparenza non sempre premiante. sono generosa, vagamente integralista, terribilmente precipitosa.
quindi se la tua capacità di sopportazione è ai minimi storici, ami le persone riflessive, la tua pazienza langue e pensi di fare i trucchetti con me, caro mio, niente da fare.
 
mi piacciono gli animali moltissimo. e la natura. i film solo se finiscono bene, la televisione trash, la musica un poco tamarra -ma non solo quella ringraziando iddio, i cartomanti, i neomelodici. mi diverte fare battute a doppio senso, e apprezzo l'umorismo in generale. dico sempre quello che penso e misuro molto poco le mie parole: spesso esagero, spesso faccio male. ma so sempre chiedere scusa. ovunque vada mi devo sempre portare via un ricordino, qualcuno direbbe che sono un po' cleptomane.
quindi se sei del genere stronzo cagnetto, vorresti uccidere maria de filippi, hai bisogno che una battuta ti venga spiegata, ti offendi facilmente e odi winona ryder, caro mio, niente da fare.
 
sono una bambina, incontentabile, disperatamente bisognosa di premure, molto impegnativa, spaventata. non riesco a stare da sola, vorrei che tutti si amassero e che, soprattutto mi amassero. mi delude una parola data e non mantenuta, mi deludono le promesse mancate. non so gestire la cattiveria, il male gratuito mi spiazza, mi disarma. però perdono sempre, dimentico con faciltà, non riesco a serbare a lungo rancore, e una carezza ben fatta mi conquista senza dubbio.
quindi se vuoi una donna autonoma, non ti impegni nel dare quello che hai promesso, sei distratto, pratichi quotidianamente la meschinità, ti spaventa il dolore, se hai un cuore gretto e mediocre, caro mio, niente da fare.
 
ho un matrimonio alle spalle non del tutto sepolto, mille lutti, una vita sentimentale affollata e dolente, una profonda irrequietezza. tendo a scappare, tendo a tradire, tendo a rifugiarmi dalla realtà. sono una donna molto accudente, mi piace la casa, mi piacciono i mestieri. vorrei disperatamente una famiglia ma penso che è un poco tardi, ho un sacco di rimpianti.
quindi se la tua massima aspirazione è cercare moglie al ballo delle debuttanti, vuoi vivere senza una femmina problematica e che pulisce dove tu passi, odi poppate e pannolini, caro mio, niente da fare.
 
 
non ho un lavoro, e mi sono spesa pure tutta la liquidazione, nè sono ottimista riguardo ad una prossima, imminente ricollocazione. in compenso sono oculata, riciclo tutto, insomma vivo con poco. piango molto, mi addormento davanti ai film, quasi sempre; pretendo mille carezze, coccole infinite basta che non mi si tocchino i capelli, non metabolizzo l'abbandono.
 
quindi se pensi che ti metto nello stato di famiglia, non sai asciugare le mie lacrime, ti vergogni che scapuzzèo al cinema e pensi di entrare ed uscire dalla mia vita come da un cesso pubblico, caro mio, niente da fare.
 
 
amo circondarmi di oggetti spesso inutili, ma carichi di emozioni e di significati. amo anche circondarmi delle persone che amo, spesso le mescolo, mi riscaldano. odio pollyanna e il suo gioco della felicità: è un bluff, non ha mai funzionato. ho deciso di imparare l'uncinetto, amo fare la cose da me. devo avere sempre l'ultima parola, sono una criticona, ho da ridire su qualunque cosa, un giorno avrò una gallina, sono piena di ansie, rivendico il mio diritto all'affanno.

 
quindi se sei sobrio, non riesci ad accogliere i miei affetti imperfetti, pensi sempre che il cielo è blu sopra le nuvole, odi le uova fresche, ti spaventano la paure altrui e hai il terrore di una casa tricot, caro mio, niente da fare.
ovviamente sono molto anche egocentrica.

mercoledì 10 ottobre 2012

ugo, quel coso curioso. tempo di lettura previsto 1'43"

ho ricevuto una richiesta un po' strana.
lusinghiera per dei versi, ma di certo bizarra.
un amico, o come preferisce definirsi 'un mancato amico del cuore' mi ha chiesto di buttare giù qualche riga su di lui.
da principio ho immaginato che fosse solo preda di un attacco narcisistico o che la sua autostima fosse precipitata ai minimi storici: sì, gli piacerà certo il mio modo di scrivere, ma non è che io sia tutta 'sta penna strappata al campiello, quindi.
poi però mi sono detta che forse, la richiesta di questo fascinoso giovanotto che chiamerò, non so, ugo -come un gatto rosso bellissimo che avevo tanti anni fa- è tenera, non so quanto legittima, ma umile e in fondo divertente.
e quindi, oggi parliamo di ugo. ho solo un piccolo problema a riguardo: io di ugo non so quasi nulla, se non che ha un cuore bello. non so quanti anni ha, ad esempio, dove abita. non so come prende il caffè, se preferisce il mare o la montagna. se ha un cane, che scuole ha fatto (sempre ammesso che le abbia fatte) se ha la patente, se gli piace più il dolce o il salato.
come se non bastasse, l'ho frequentato anche poco poco, certamente un tempo insufficiente per farmi di lui un'idea precisa.
però una cosa la so: ugo mi sorprende sempre.
mi sorprende per discrezione, umiltà, garbo. ha una grande semplicità nel raccontarsi. non ha vergogna di apparire stupido.
ha una strana, pudica forma di dolcezza, è creativo ma sobrio, silenzioso ma attento. gli occhioni malinconici, imperscrutabili. non sorride spesso, ma dovrebbe: si illumina.
mi fa piccoli regali, tipo una volta mi disegnò un gallo con dei coriandoli. era un gioco nostro, una roba su un pollo, non mi ricordo bene. ma ho impresso nella mente quel disegno un po' stupido. e poi si ricorda di fatti assurdi, vecchi una vita, e me li ripropone a distanza di mesi. non è invadente, ha, tutt'altro, una riservatezza quasi indisponente. se ne sta sempre un po' in disparte, monolitico nella sua timidezza, allergico alla chiacchere, al clamore, alla promiscuità.
ugo, e forse non è un caso che abbia scelto di chiamarlo come il mio amatissimo ex felino, è proprio un gatto sornione, una bestia riottosa che credi tipo imbalsamata da secoli, e che invece, quando meno te lo aspetti, tira una zampata che ti leva il fiato. e lo fa con eleganza, passando dalla porta principale. e non gli frega se è in ritardo di cento anni. non si annuncia, non si giustifica, non si difende. affonda e basta. un colpo secco ma mortale. perchè mentre tu pensavi che ugo dormiva, quello invece se ne stava con un occhio chiuso e uno aperto e ascoltava, guardava, ruminava, elaborava.
qualcuno lo definirebbe lento, io non lo so. però so che tira fuori i conigli dal cappello e questo lo rende un po' magico. senza trucchi, senza lustrini, coadiuvato solo da un cuore gentile e da una matita piena di fantasia.
tuttavia, cuore e matita non bastano ad ugo per essere felice. mi sembra sempre di leggere un velo di tristezza nei suoi occhi, di malinconia, di rimpianto per una vita che ha preso una direzione che non si aspettava.
ho idea che lui la sua vita la subisca, invece di agirla. e certe volte, ascoltandolo, avrei voluto fare qualcosa di carezzevole. strappargli uno di quei sorrisi giganti che la sua matita mi ha tante volte regalato. gli voglio bene, non saprei perchè. in fondo ci siamo appena sfiorati. parlati poco. sorrisi ancora meno. però mi piace il suo modo di spuntare fuori dal nulla, il suo corteggiamento muto, mi intenerisce la sua timidezza -che giustifica dei silenzi altrimenti irritanti, trovo stimolante il suo talento, nobile la sua serietà, onesto il suo modo di raccontarsi.
trovo anche incomprensibili le ragioni della sua affezione, ma questa è un'altra storia.

giovedì 13 settembre 2012

caro diario. tempo di lettura previsto 2'03"


vengo svegliata da uno scampanellio dolce, ma deciso. e da un vociare inconfondibile, sano, felice.
è il primo giorno di scuola per i ragazzini di questa città.
mi precipito dal letto per guardarli. cazzo quanto sono belli e allegri e vivi. li sento chiamare per nome, uno per uno. si formano le classi, si disegnano i destini. anche se non riesco a vederli in faccia, quei ragazzini, posso solo immaginarne la pancia che fa male, le mani sudaticce, gli occhi che cercano altri occhi, occhi complici, occhi amici, occhi con cui guarderanno la vita nella stessa direzione per una bella fetta di tempo, alcuni addirittura per sempre. è la stagione degli inizi, è la stagione della felicità. è la stagione in cui tutto può succedere. garruli e zavorrati da borse inspiegabilmente pesanti, stringono alleanze, disegnano piani, parte la caccia alla ragazza più carina, al banco più strategico, al professore più carogna.
saranno anni speciali, non lo sanno ancora, ma in qualche modo lo avvertono. saranno anni puntualmente documentati dalle pagine dei loro diari, fedeli confessori, amici speciali, collezionisti muti di amori grandi e piccoli, aforismi solenni, baci timidi, sigarette fumate nei bagni, cantanti ritagliati dai giornaletti, biglietti del cinema, baci appassionati, brutti voti da non raccontare a casa, testi di canzoni d'amore, fughe, lacrime, chilometri di uniposca, promesse di amicizia eterna, delusioni, cuori che punteggiano le 'i'.
migliaia di pagine, tutte da riempire, cariche di aspettative e di attesa, dense di speranza.
anzi no. dense di certezze. perchè quando hai quindici anni non speri di diventare un architetto, un giornalista, un  insegnante, una mamma, un impiegato, di gestire un bar. a quindici anni ne sei eroicamente certo. e la sicurezza te la dà proprio il tuo kit della felicità: le pagine bianche di quel diario, lo zaino pasticciato già ad agosto, milleduecento pennarelli coloratissimi, quaderni super tecnici che costano un occhio della fronte, un dizionario che sfoglierai molto poco, le matite con la punta perfettamente temperata.
impossibile che le cose non vadano come pensi. il fallimento non è contemplato. la sconfitta neanche immaginata. i genitori, gli insegnanti, chiunque altro intorno a te disegni scenari apocalittici è solo un vecchio arrabbiato con la vita, fallito, frustrato. che della stessa vita non ha capito niente e che ora prova a rovinare la tua. è geloso della tua verginità, è un maligno, è un invidioso.
ci vorranno pochi anni per capire che quella non era invidia, ma un incontrovertibile invito alla prudenza. e che le cose quasi mai vanno come te le eri immaginate, e che sì, la vita ha in serbo per te un sacco di sgambetti.
ho letto da qualche parte che federico fellini era solito sedersi di fronte al suo analista senza proferire parola, ma solo mostrandogli una foto che lo ritraeva a quattordici anni. immagino il regista incredulo ingoiare un 'perchè?'.
perchè, caro diario, la vita spesso è assai indisponente.